Blocchiamo i circuiti della paura

Sedetevi. Passatevi le mani sulla fronte e controllare la temperatura del vostro viso. Verificate che il respiro sia regolare, e che regolare sia anche il ritmo cardiaco. Appurate poi che i muscoli non siano troppo tesi. Se avete a disposizione (ma ne dubito) uno scanner cerebrale, potreste anche accertare come stiano le cose dalle parti dell’amigdala, la regione del cervello che si occupa per voi delle emozioni. E già che ci siete, misurate pure quanta dopamina sta rilasciando il vostro cervello. Mettete insieme tutte queste informazioni, e stabilite così se avete davvero paura oppure no.
In realtà ci sarebbe da capire anche se la vostra paura è un semplice spavento, o sta crescendo in vero e proprio terrore. Se si tratta di panico incontrollato, o invece di timore passeggero. Se vi afferra un’indistinta e sorda angoscia o se siete individui fobici, o addirittura paranoici.
Se però non avete un amico psicologo, se non conoscete nessun neurofisiologo e se lo psicanalista costa troppo, allora disponete di un sistema meno complicato per compiere tutti questi accertamenti: riflettete sul modo in cui i vostri comportamenti sono modificati dalle seguenti notizie:
la crisi finanziaria e i suoi pesanti riflessi sull’economia reale; la crisi del mercato dell’auto e in generale il calo della domanda; la piena del Tevere e il fatto che non la finisce più di piovere, gli scandali a go-go, i falsi e le contraffazioni in aumento sotto Natale, la Cina e gli stranieri che sono sempre troppi, l’emergenza ambientale, la pillola abortiva e gli incidenti stradali e la corruzione e la violenza e qualche profezia di Nostradamus (strano che nessuno lo abbia ancora rispolverato, a pensarci).
Si potrebbe continuare. Ma è meglio riconoscere subito che mettere insieme tutte queste cose è un facile espediente retorico. E che, d’altro canto, fare come se la crisi non ci fosse sarebbe quasi da irresponsabili. Solo lo stupido, infine, non ha mai paura, Concesso però tutto quel che è da concedere alla serietà del momento, alle difficoltà del Paese e magari anche al destino cinico e baro, bisognerà pur riflettere sul sempre più largo spazio che viene concesso alle emozioni nella vita pubblica del paese. È una riflessione che per la verità è già stata fatta, e riguarda il peso crescente che le cosiddette emozioni d’attesa (paura e speranza, soprattutto) hanno nelle società contemporanee. Le quali emozioni (o passioni) funzionano spesso come quegli specchi deformanti che si vedevano un tempo nelle fiere di paese: ingrandiscono ciò che è piccolo, e rimpiccioliscono quel che è grande. Forse, chi si affaccia in questi giorni sul Tevere e lo vede effettivamente ingrossarsi non sarà d’accordo: in ogni caso, bene fa la protezione civile a tenere il livello delle acque sotto controllo. Se però oltre a prendere tutte le opportune misure di precauzione, si dà ad esempio un’occhiata anche ai giornali degli anni scorsi, non si potrà non constatare, con grande sollievo, che dei temuti inverni troppo temperati e senza pioggia non c’è traccia, e che la siccità, prima in cima alle nostre paure metereologiche, è oggi l’ultima delle possibili preoccupazioni.
Il fatto è che anche la paura ha un contenuto sociale e, inevitabilmente, un uso politico. Da Darwin in poi, sappiamo in realtà che sulle nostre facce non si dipingono i colori della paura a piacer nostro. Il grande naturalista sosteneva che la paura, come le altre emozioni, non fosse che una sorta di azione istintiva tenuta a freno e riversata quindi nei segni del corpo (e anzitutto del volto), fattisi così espressivi. In esse sarebbe perciò contenuta una forma primitiva, naturale e universale di linguaggio, precedente le convenzioni e gli usi delle lingue storiche. Possiamo dire paura o "fear" a seconda della lingua che parliamo, ma non possiamo non spalancare la bocca e atterrire quando qualcosa di spaventevole ci si para innanzi. Il fatto è che però sono molto poche le cose spaventevoli di per se stesse, e molte invece le cose che impariamo a considerare spaventevoli – o a non considerare tali. Sono cioè molte le cose che si colorano di qualità positive o negative, così da apparirci paurose o attraenti, a seconda di come ce le rappresentiamo. E se non possiamo governare la paura, possiamo governare però le rappresentazioni di ciò che è pauroso.
Ma chi o cosa governa oggi le emozioni? Chi preme sul pedale della paura? Difficile dirlo. Perché è difficile dare una risposta univoca. Se uno degli effetti della paura è quello di impedire di pensare, per riportare le cose al loro posto sarebbe bene prendersi comunque la briga di distinguere. Ed esercitare l’arte del discernimento, che significa: mostrarsi pazienti nell’analisi e rigorosi in ogni osservazione. Rinunciare perciò anche ai facili espedienti retorici, d’accordo, ma non rassegnarsi a un generico e indeterminato clima di paura. Sarebbe sciocco ovviamente dire che non c’è nulla da temere. Ma sciocco è anche cedere alla retorica catastrofista che – c’è da giurarlo – si sta preparando per la fine d’anno. E se a causa della crisi spenderemo meno, evitiamo almeno che a causa della paura quel poco finiremo col mandarcelo pure di traverso.

2 risposte a “Blocchiamo i circuiti della paura

  1. Mi sembra di ricordare di aver letto che poco prima dell’anno 1000 (tondo, tondo), quando tutti si aspettavano la fine del mondo, pioveva all’impazzata e qualsiasi evento (mi pare fosse avvistata anche una balena bianca) prefigurava la fine del mondo. Ho sempre trovato la storia della meteorologia fantastica. Bravo, veramente un bell’articolo.
    Buon Natale.
    Nikita.Russka

  2. vedi Antonio Albanese, Ministro della Paura, a Chetempochefa. http://it.youtube.com/watch?v=kx8xiRllre0

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