Archivi del giorno: gennaio 2, 2009

La cosa più buffa

Io: – Enrico, perché mi hai chiesto da quanto tempo stanno in cielo nonno e nonna? -.
Enrico: – Perché mi preoccupo che quando muoro starò sempre lì. Sempre! -.
Io: – Ah! -.
Enrico: – Però primo starò vicino a Gesù. Secondo starò vicino ai miei nonni. Terzo starò vicino a papà. E quarto sarò adulto e quindi non piangerò come un bambino -.
Io: – Giusto! -:
Enrico: – Questa è veramente la cosa più buffa, che non piangerò più! -:

 

Cristiano e la Bibbia

Sembra una scena biblica. O forse la sua caricatura. Sta scritto infatti: "Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra". Agli uomini che volevano costruire la città e farsi un nome non andò bene, tuttavia. Il Signore scese a vedere la città e la torre di Babele (che come opera pubblica non doveva essere trascurabile), e per ostacolare il progetto confuse le lingue. Niente nome, niente città. Il nome e la città, cioè la politica, andavano dunque di pari passo tra gli uomini, prima che il Signore, il quale non doveva avere particolari difficoltà ad intercettarli, mescolasse le carte in tavola. E così, confuse le lingue, inflazionato il linguaggio, pluralizzate le idee, invece di raccogliersi sotto un unico nome gli uomini si promisero di trovare il modo di comporre i loro conflitti di opinioni nella democrazia che verrà.
Tra le molte chiavi di interpretazioni della vicenda di Cristiano Di Pietro, beccato al telefono mentre chiedeva qualche favore al provveditore alle opere pubbliche Mauro Mautone, non era stata ancora suggerita in termini espliciti quella teologica (o para-teologica). Eppure è chiaro, e non solo per il nome di battesimo del suo involontario protagonista, che è in una logica sacrificale che si muove ormai l’intera faccenda. Con gli uni pronti a dire che non è abbastanza (non è mai abbastanza), che non bastano le dimissioni per salvare casa e bottega, cioè il cognome che porta e il partito in cui milita (la stessa cosa o quasi), e gli altri che invece elogiano Cristiano, pronto ad immolarsi ben al di là delle proprie colpe, per esaltare in realtà la figura specchiata del padre-segretario di partito, al cui impietoso giudizio reso in pubblico e alla cui immagine di campione della moralità Cristiano non ha potuto non sacrificarsi.
Ma è la faccenda del nome (e del cognome) quella che si rivela più istruttiva, almeno secondo la Bibbia. Farsi un nome è infatti la più grande impresa umana. Farsi un nome significa sfidare il tempo, diventare immortali, costruire un edificio che si veda da ogni angolo della terra e che rimanga per sempre. Ma la complicazione introdotta da Dio è tale per cui, nella babele delle lingue, l’impresa non può essere compiuta nel nome di uno solo (il solo che sia l’Unico è appunto il Signore Dio, che proprio perciò pensò bene di gettare gli uomini in confusione). Dopo la torre, gli uomini non hanno smesso di costruire città, ma non è mai riuscito loro, neppure edificando Imperi millenari, di ridurre l’infinità complessità delle vicende umane, i sogni e i bisogni di ciascuno al desiderio di immortalità di uno solo. Fare politica è perciò, da Babele in poi, ordinare la pluralità e la diversità senza ridurle ad unum.
Perciò colpisce, dopo questo ingombrante prologo in cielo, imbattersi negli stessi cognomi quando si tratta della cosa pubblica: è un tradimento della politica. Partiti personali, e personale politico che milita sotto le stesse insegne portando lo stesso cognome: non è il massimo della maturità politica. Soprattutto in democrazia, cioè in quella straordinaria creazione politica resa possibile solo ed esclusivamente dal rifiuto di qualunque subordinazione naturale tra gli uomini, e quindi anche dalla rigorosa separazione dell’autorità familiare da quella politica. C’è politica e c’è democrazia perché gli uomini non sono affatto un’unica grande famiglia: altrimenti, non avremmo che da trovare il buon padre di tutti noi.
Come si vede, nella disavventura del giovane Di Pietro la morale personale non c’entra nulla, così come nulla c’entra l’inesistente rilevanza giudiziaria degli episodi riportati dalle cronache (il che, sia detto tra parentesi, costringe però a chiedersi come funziona la lotteria delle intercettazioni, e soprattutto quali siano ogni volta le ragioni per cui divengono pubbliche).
Se non c’entra la morale, c’entra però l’etica nel senso antico della parola: c’entra cioè il carattere. E qual è il carattere di questi figli, che si mettono a far politica sotto l’egida paterna? Un tempo le generazioni dei figli si facevano le ossa contestando quelle dei padri. Avevano il loro parricidio da compiere, e non prendevano certo per oro colato tutto quello che il padre dicesse loro (o peggio dicesse di loro). Oggi è il contrario: si seguono le orme paterne anche quando si è ben dentro l’età adulta, e si rinuncia a diventare adulti pur di non dispiacere a papà.
Non è questione solo di Cristiano, ovviamente: i giornali sono pieni di rampolli che, sventolando il rinnovamento generazionale, cercano di farsi largo, ben scortati dal nome che portano. Non se ne trova uno che militi dall’altra parte della barricata: eppure un tempo i figli le alzavano, le barricate. Ma se è vero, come diceva Kelsen, che almeno in linea di principio democrazia significa assenza di capi, come non pensare che non può proprio voler dire presenza di padri?