Quella volontà da rispettare

La prima riflessione la merita Beppe Englaro. La merita il suo silenzio, in queste ore, e l’uso sempre pacato delle parole, in mezzo a tanta scompostezza. La merita la dignità e l’amore con cui ha difeso la volontà della figlia Eluana, e la tenacia con cui ha rivendicato il rispetto delle regole. A questo, non certo all’avventatezza di chi chiede che un giudice gli tolga in extremis la patria potestà (lo ha dichiarato con bella improntitudine il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia) dobbiamo il fatto che la pagina della storia civile e politica del nostro Paese che stiamo per voltare può essere scritta in termini che consentano all’Italia di avere, forse, una legge. E avercene, di padri e di italiani così.
Una pagina scritta in termini di diritto, sempre preferibili alle scorciatoie di fatto, alle soluzioni di comodo, che si seguono ipocritamente al riparo dall’opinione pubblica e soprattutto dalle misure di legge. Qui cade la mia seconda considerazione: sui giudici, sulle sentenze. Nulla è univoco al mondo, nulla è logicamente inoppugnabile, ma se dinanzi all’ultimo pronunciamento della Cassazione, che non è certo intervenuta frettolosamente, bensì dopo una vicenda giudiziaria durata anni, si invoca addirittura un decreto urgente del Consiglio dei Ministri per fermare la morte (l’assassinio, l’omicidio), si comprende quanto sottile sia lo strato di civiltà giuridica al cui riparo si difendono i diritti di libertà nel nostro Paese. Non c’è nulla di più urgente della vita umana, ha dichiarato l’on. Volonté (non solo lui, purtroppo), chiedendo a gran voce l’intervento del governo, e probabilmente sarebbe inutile provare a spiegargli quale disastro giuridico e politico sta nella sua richiesta che il potere esecutivo intervenga in via eccezionale, saltando la mediazione di una legge e respingendo il valore di una sentenza, per presentarsi in clinica e sequestrare il corpo di Eluana. Probabilmente, non basterebbe l’intera storia del ‘900 per mostrargli quale violenza si sia potuta sprigionare in base all’idea che il potere esecutivo possa fare a meno di parlamenti e tribunali, quando ritenga di condurre da sé, senza mediazione di legge, la difesa della vita. Fino ad impossessarsene contro la volontà stessa del vivente.
La terza considerazione riguarda finalmente il merito di una vicenda che avrebbe avuto altro corso, se in Italia fosse stata approvata una legge sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, il cosiddetto testamento biologico. La materia è attualmente all’esame del Parlamento. Il punto più delicato concerne l’idratazione e l’alimentazione artificiale: il sondino che ad Eluana sta per essere staccato, in base alla volontà da lei espressa prima dell’incidente del ’92, e accertata e riconosciuta come tale dai tribunali. Se ci fosse una legge che la raccogliesse nelle forme dovute, non sorgerebbero problemi di accertamento della reale volontà del dichiarante, e almeno una parte della battaglia giuridica condotta da Beppe Englaro non dovrebbe più essere combattuta. Se però passasse la linea che non riconosce ad alimentazione e idratazione il carattere di trattamenti sanitari, ma li derubrica a meri sostegni vitali, verrebbe sottratta alla persona che intendesse rifiutarle la possibilità di appellarsi alla libertà di cura e alla sospensione o al rifiuto delle terapie.
Ora, l’idea che i complessi mezzi tecnici necessari per alimentare artificialmente un paziente nelle cosiddette condizioni di fine vita, il taglio chirurgico e l’introduzione di tubi nel corpo umano in un ambiente ospedaliero non configurino un trattamento sanitario, nonostante richiedano la presenza e l’intervento sanitario di medici e infermieri, rappresenta una sfida al senso comune. Ma il senso comune è sfidato ancor più quando si nega che trattamenti del genere possano mai configurare il caso dell’accanimento. Tale negazione viene fatta discendere dalla negazione che si sia in presenza di terapie: e se non sono terapie, non c’è accanimento terapeutico. Spostata la discussione sulla questione se di terapie si tratti oppure no, passa in secondo piano il significato ordinario del sostantivo, in cui risiede invece la sostanza della questione. Nessuno infatti sosterrebbe che, terapeutico o no che sia l’atto, qualcuno possa accanirsi su di me, sulla mia vita, sul mio corpo. Ciò che non va nell’accanimento non è il fatto che sia terapeutico, ma anzitutto il fatto che sia accanimento. E per dimostrare che c’è accanimento su di me, sulla mia vita e sul mio corpo, la tesi che determinati trattamenti siano naturali o vitali (o naturali in quanto vitali, il che non è affatto ovvio) non può contare più del fatto che quei trattamenti, io, non li voglio. Posso pensare di dover essere ben informato su ciò che comporta il mio rifiuto, e di quale tragica responsabilità mi assumo verso me stesso e verso la società, ma non posso perdere del tutto il diritto di rifiutarmi.
Nessuno di noi è una monade, e vi è un modo di declinare l’idea di una relativa indisponibilità della propria vita in modi e forme laiche, che non dipendano cioè soltanto da un credo religioso. Ma non vi è modo di declinarla laicamente, secondo i principi di una civiltà liberale, se al fondo di qualunque dovere dello Stato, di qualunque percorso assistito, di qualunque
ascolto, aiuto, sostegno, la mia volontà, sul mio conto, non valga un po’ di più della volontà altrui.

47 risposte a “Quella volontà da rispettare

  1. non si tratta di SENTENZA ma di decreto a seguito di “volontaria giurisdizione” …

  2. io però mi chiedo perchè, se la persona è morta con il suo cervello, sia così importante veder morire il corpo.

    io, per me, dico che mi è indifferente se mi terranno caldo o no quando la mia mente avrà cessato di funzionare.

    la legge che bisogna fare dice così: lo stato non è tenuto a spendere soldi per tenere funzionanti dei corpi che non hanno più possibilità di risveglio.

    in questi casi la volontà del singolo secondo me è un falso problema: la volontà è rifiutare cure inutili e dolorose, quando si è vivi e si sente dolore. dopo non c’è niente e la volontà sarebbe solo quella di disporre del proprio cadavere, come voler essere cremati o congelati.

    il cadavere, per altro, è cosa anche pubblica. se io dicessi che voglio essere tenuto in vita allo stato vegetale, perchè questa mia volontà dovrebbe trovare tutela? io sono morto, farei solo buttare soldi allo stato o alla famiglia, imporrei solo la presenza del mio cadavere a persone che magari non vogliono.

    quando parliamo di questi corpi, la volontà rilevante è quella dei vivi, non dei morti. e la volontà dell’interessato vale meno di quella dei suoi familiari, che vale meno di quella dello stato. la sorte dei cadaveri è materia dello stato, non di englaro nè tua, nè mia.

  3. Secondo me, Eluana Englaro non è morta nello stesso senso in cui è morta mia madre.
    E non mi pare che il cd. testamento biologico dovrebbe contenere disposizioni sul trattamento del cadavere. Quando parliamo del corpo di Eluana, la volontà rilevante è anzitutto quella di Eluana, finché non è un cadavere (e in certa misura anche dopo, ma è un’altra faccenda)

  4. Post lucidissimo ed equilibrato. Sarebbe bello che il confronto di questi giorni potesse avere proprio questi toni.

  5. Ti faccio una domanda (e, giuro, non è una domanda retorica; su questa questione ho enormi dubbi, e ad ogni affermazione che sento, da qualunque parte, mi viene da opporre obiezioni).
    Il dubbio, in pratica, è che ciascuno di noi vive grazie all’uso di mezzi tecnici: un mezzo tecnico che mi consente di alimentarmi, se vogliamo, è anche il forno del panettiere. Supponiamo che io decida di rifiutarmi di alimentarmi: posso pretendere che lo Stato rispetti la mia volontà? E a questo punto, perché non pretendere che lo Stato rispetti la mia volontà di buttarmi sotto un treno senza che nessuno tenti di fermarmi? Insomma, vorrei sapere se ritieni che la tua posizione equivalga a ritenere che esista un inalienabile diritto al suicidio: e, se no, qual’è la differenza.

  6. Mi sembra fuori discussione che se io (adulto e sano di mente) non voglio cibarmi, lo Stato non può cibarmi a forza (se lo stato potesse cibarmi a forza, avrebbe il diritto di mandare suoi ufficiali sanitari in casa mia, per controllare che io mi cibi: non mi piace). Se questo configuri un diritto inalienabile al suicidio è una questione che attiene alla semantica giuridica, a mio modesto parere, verte cioè sul modo in cui la parola diritto significa dentro un ordinamento naturale o positivo, e su cui quindi non mi impegnerei (ma in breve direi: un diritto soggettivo innesca rivendicazioni, fondate appunto in diritto; il rifiuto di mangiare no. Nel primo caso possono configurarsi situazioni in cui io abbia richieste da avanzare e che altri debbano non solo rispettare ma soddisfare, nel secondo caso no).

  7. Però mi chiedo: non è in nome del più assoluto rispetto della volontà della persona che si compie la più atroce e razzistica delle discriminazioni? Mi spiego (premettendo che anch’io, di fronte all’argomento, ho obiezioni per tutti). Di fronte a sofferenze atroci o a supplizi infiniti si invoca il diritto soggettivo a far cessare la mia esistenza biologica. Però: quale sofferenza non è atroce? Che ne sappiamo, in fondo, del dolore altrui? Ergo: perché mai io, che mi sono beccato un raffreddore e un mal di gola che non ti dico, non potrei avere il diritto di chiedere ad un medico di porre fine ai miei giorni? Lo so, è paradossale, ma in linea logica mi pare non faccia una piega. E, se la risposta è che con un raffreddore, in fondo, sto bene, la cosa è più grave ancora: non si sta forse dicendo che chi sta bene DEVE andare, chi sta male PUO’ NON andare?

    ilvegliodicreta

  8. Ma infatti se hai un raffreddore puoi decidere di non curarti. Tra il decidere di non curarsi (o il decidere di non mangiare) e il chiedere al medico di ucciderti c’è una differenza, mi pare.

  9. Non mi pare che il problema cambi di molto: se a causa del raffreddore voglio che il medico mi uccida? Ripeto: l’esempio è pur sempre paradossale e me ne rendo conto, ma è l’assunto di fondo che mi interessa mettere in luce. Cioé il fatto che chi sta in salute è OK, chi non sta in salute NON è OK. Mi permetto (timidamente) di dire che come criterio puzza un pò di esperienze passate che sarebbe gradito non ripetere (ammesso che siano del tutto “passate”)…

    ilvegliodicreta

  10. Fermo restando la differenza degli ordinamenti giudiziari e tutto il resto, le chiedo se lei avrebbe parlato ugualmente di “violenza che si sprigionare in base all’idea che il potere esecutivo ecc. ecc.” di fronte al caso del decreto di un governatore del Texas che fermava una sentenza esecutiva di condanna a morte. Avrebbe scritto di storia del 900 ecc. ecc.? Si sarebbe battuto per l’esecuzione capitale?
    Snaporaz

  11. Mi sta chiedendo quale considerazioe io abbia della pena capitale, o quale considerazione io abbia dell’istituto della grazia?
    az par

  12. utente anonimo

    Non mi riferisco specificatamente alla grazia.
    Ma ad una atto governativo che tendesse a temporeggiare, ad ostacolare una sentenza esecutiva di condanna a morte. Lei interpreterebbe questo gesto? Un ingerenza intollerabile dell’esecutivo?
    Snaporaz

  13. Tu non ti riferisci alla grazia, ma stai formulando esempi di quella fatta. E io lo sottolineo per spiegarti quello che, secondo me, è il punto. E la cosa ti pare avere qualche decenza in più perché stai parlando di interventi di un potere esecutivo in ordinamenti in cui c’è la condanna a morte. Se mi chiedessi di giudicare interventi di un potere esecutivo in cui c’è la strage degli innocenti produrresti lo stesso effetto.

  14. utente anonimo

    Salve!
    Il presupposto di tutto il discorso è che sia stato accertato (più a livello di certezza metafisica, che giuridica, che ogni giurista finge che sia oltre ogni ragionevole dubbio) che Eluana oggi la “pensi” come allora.
    Poi leggiamo questo
    http://www.avvenire.it/GiornaleWEB2008/Templates/Articles/Article.aspx?NRMODE=Published&NRNODEGUID=%7b31A08E7E-F66D-4934-9FD1-E33939187025%7d&NRORIGINALURL=%2fCommenti%2fQUELLA%2bTOSSE%2bSQUASSA%2bLE%2bPRIME%2bCOSCIENZE%2ehtm&NRCACHEHINT=NoModifyGues

    e scopriamo che c’è un “Sè” (non dico un “Io”, per non essere ideologico) che si esprime e che vuole vivere ancora.
    Di fronte a questo fatto, impallidiscono gli argomenti.
    Resta, come seme da far germogliare, quel
    “vi è un modo di declinare l’idea di una relativa indisponibilità della propria vita”,
    che è la parte migliore del post.
    Auguri!
    lycopodium

  15. utente anonimo

    DIECI MOTIVI PER SALVARLA

    1) Eluana è una paziente in stato vegetativo da 16 anni, affetta da una gravissima forma di disabilità: un difetto di coscienza. Non è in coma

    2) E’ alimentata e idratata attraverso un sondino naso-gastrico. E’ accudita e curata in maniera appropriata. Su di lei non c’è alcun accanimento terapeutico

    3) Non è malata terminale: lo diventerebbe solo se si smettesse di alimentarla o idratarla

    4) E’ una persona viva: presenta un regolare ciclo sonno-veglia e respira autonomamente. Non è attaccata ad alcun macchinario. E non ci sono spine da staccare

    5) Il suo stato vegetativo è definito persistente. La scienza sta approfondendo le capacità di risposta anche di pazienti nelle condizioni di Eluana e scopre in loro _ se sollecitati _ livelli di coscienza inaspettati

    6) Alimentazione e idratazione non sono terapie e non vengono dispensate solo a pazienti in stato vegetativo, ma a molti disabili, malati di Parkinson, Sla e Alzheimer in fase avanzata, o ai neonati se incapaci di nutrirsi spontanemanente

    7) La morte per fame e sete può essere preceduta da una lunga agonia (anche per più di 15 giorni), si tratta di una delle morti più dolorose e piene di sofferenza

    8) Il decreto della Corte di Appello di Milano autorizza il tutore di Eluana (il padre) a interrompere idratazione e alimentazione artificiali, ma senza alcun obbligo di dare esecuzione a quanto si consente

    9) Il Codice deontologico e il giuramento professionale dei medici prescrivono che il personale sanitario si occupi di curare i pazienti, non di causarne la morte

    10) Ospedali, cliniche e hospice sono luoghi in cui si riconosce la dignità della vita fino all’ultimo giorno. Per questo non vi si può dare attuazione a una sentenza che autorizza a far morire il paziente.

    “Eluana non voleva morire”

    Lettera aperta di Pietro Crisafulli

    La redazione di Tgcom ha ricevuto questa lettera da Pietro Crisafulli (fratello di Salvatore che nel 2005 si risvegliò dopo due anni di stato vegetativo nel quale era caduto dopo un grave incidente stradale) e ha deciso di pubblicarla integralmente:

    “Le bugie del padre Beppino”

    In questi giorni di passione e sofferenza, nei quali stiamo seguendo con trepidazione il “viaggio della morte” di Eluana Englaro, non posso restare in silenzio di fronte a un evento così drammatico.

    Era il maggio del 2005 quando per la prima volta ho conosciuto Beppino Englaro. Eravamo entrambi invitati alla trasmissione “Porta a Porta”. Da quel giorno siamo rimasti in contatto ed amici, ci siamo scambiati anche i numeri di telefono, per sentirci, parlare, condividere opinioni. Nel marzo del 2006 andai in Lombardia, a casa di Englaro, in compagnia di un conoscente (la foto in alto a destra lo testimonia, ndr).

    Dopo l’appello a Welby da parte di Salvatore, Beppino capì che noi eravamo per la vita. Da quel momento le strade si divisero.

    All’epoca anch’io ero favorevole all’eutanasia. Facemmo anche diverse foto insieme, e visitai la città di Lecco. Nella circostanza Beppino Englaro mi fece diverse confidenze, tra le quali che i rappresentanti nazionali del Partito Radicali erano suoi amici. Ma soprattutto, mentre eravamo a cena in un ristorante, in una piazza di Lecco, ammise una triste e drammatica verità.

    Beppino Englaro si confidò a tal punto da confessarmi, in presenza di altre persone, che ‘non era vero niente che sua figlia avrebbe detto che, nel caso si fosse ridotta un vegetale, avrebbe voluto morire’. In effetti, Beppino, nella sua lunga confessione mi disse che alla fine, si era inventato tutto perché non ce la faceva più a vederla ridotta in quelle condizioni. Che non era più in grado di sopportare la sofferenza e che in tutti questi anni non aveva mai visto miglioramenti. Entro’ anche nel dettaglio spiegandomi che i danni celebrali erano gravissimi e che l’unica soluzione ERA FARLA MORIRE e che proprio per il suo caso, voleva combattere fino in fondo in modo che fosse fatta una legge, proprio inerente al testamento biologico.

    In quella circostanza anch’io ero favorevole all’eutanasia e gli risposi che l’unica soluzione poteva essere quella di portarla all’estero per farla morire, in Italia era impossibile in quanto avevamo il Vaticano che si opponeva fermamente.

    Ma lui sembrava deciso, ostinato e insisteva per arrivare alla soluzione del testamento biologico, perché era convinto che con l’aiuto del partito dei Radicali ce l’avrebbe fatta. (…)

    Questa è pura verita’. Tutta la verita’. Sono fatti reali che ho tenuto nascosto tutti questi anni nei quali comunque io e i miei familiari, vivendo giorno dopo giorno accanto a Salvatore, abbiamo fatto un percorso interiore e spirituale. Anni in cui abbiamo perso la voce a combattere, insieme a Salvatore, a cercare di dare una speranza a chi invece vuol vivere, vuol sperare e ha diritto a un’assistenza e cure adeguate. E non ci siamo mai fermati nonostante le immense difficoltà e momenti nei quali si perde tutto, anche le speranze.

    E non ho mai reso pubbliche queste confidenze, anche perché dopo aver scritto personalmente a Beppino Englaro, a nome di tutta la mia famiglia, per chiedere in ginocchio di non far morire Eluana, di concedere a lei la grazia, fermare questa sua battaglia per la morte, pensavo che si fermasse, pensavo che la sua coscienza gli facesse cambiare idea. Ma invece no. Lui era troppo interessato a quella legge, a quell’epilogo drammatico. La conferma arriva, quando invece di rispondermi Beppino Englaro, rispose il Radicale Marco Cappato, offendendo il Cardinale Barragan, ma in particolare tutta la mia famiglia. Troverete tutto nel sito internet http://www.salvatorecrisafulli.it

    Noi tutti siamo senza parole e crediamo che il caso di Eluana Englaro sia l’inizio di un periodo disastroso per chi come noi, ogni giorno, combatte per la vita, per la speranza.
    Per poter smuovere lo stato positivamente in modo che si attivi concretamente per far vivere l’individuo, non per ucciderlo.

    Vorrei anche precisare che dopo quegli incontri e totalmente dal Giugno del 2006, fino a oggi, io e Beppino Englaro non ci siamo più sentiti nemmeno per telefono, nonostante ci siamo incontrati varie volte in altri programmi televisivi”

    Preciso che sono in possesso anche di fotografie che attestano i nostri vari incontri.

    Pietro Crisafulli

    da
    http://www.libertaepersona.org/dblog/articolo.asp?articolo=1114

  16. Gentile numero 15, in questo blog scrivono tutti, e io rispondo a tutti, finché si mantiene un tono di civile conversazione. Qualche volta uso restrizioni con gli anonimi, se mi pare che approfittino del loro anonimato. Nel suo caso, invece, nel caso cioè di un testo che mi viene tagliato e incollato (se capisco bene) esattamente come accade con le pubblicità-spamming del video-poker e del penis enlargement, sono molto tentato dal cancellare. Non cancello, di solito, ma ignoro. Questa volto non ignoro nemmeno, ma prego di spendere almeno due parole per dire perché e per come si ritiene che quello si linka sia importante. In mancanza di quelle due parole personali (metto apposta l’aggettivo: personali) lascio elegantemente perdere, un po’ spaventato dai toni da campagna che non mi appartengono.

  17. Gentile numero 14, non so come faccia l’estensore dell’articolo a sapere tutto quello che fa mostra di sapere. In ogni caso, sulla tosse di eluana io la penso come ignazio marino. Quanto invece alla volontà di eluana, io penso che l’iter giuridico attraverso il quale è stata accertata sia più attendibile della mia e della sua opinione. Ma non chiedo che lei cambi la sua opinione: le chiedo solo di rispettare il pronunciamento dei tribunali italiani. Tra il dubitare che la Cassazione sia nel giusto, e l’intralciare quel che consegue o può conseguire dal suo pronunciamento, io vedo una differenza importante. Un elementare principio giuridico, non metafisico.

  18. Mi pare che in pochi ricordino che Eluana Englaro, oltre ad essere stata alimentata e idratata, negli anni ha ricevuto massicce dosi di medicinali senza i quali difficilmente oggi staremmo a parlare di questo problema. Questo cambia secondo me i termini della questione, nel senso che non avrei alcun argomento da opporre a chi eventualmente mi dicesse che si è trattato principalmente di accanimento terapeutico, piuttosto che di semplice alimentazione (queste cose le ricorda meritoriamente Galli della Loggia proprio oggi sul Corriere).
    Questo a me sembra anche più importante della volontà di Eluana Englaro, che è stata giuridicamente definita secondo procedimenti a mio parere del tutto opinabili. A parte che mi riesce difficile (ma posso sbagliarmi) pensare che a vent’anni si decida di definire in maniera chiara quale debba essere il proprio destino nel caso in cui ecc. ecc., mi chiedo qual è il senso di dire

  19. (mannaggia, ho involontariamente cliccato su “pubblica commento”)
    dicevo, mi chiedo che senso ha dire che poiché Eluana Englaro era una ragazza “dal forte senso di indipendenza”, “amante della libertà e della vita dinamica” e “molto ferma nelle sue convinzioni”, allora sicuramente non avrebbe accettato l’idea di trovarsi nella condizione in cui si è trovata dopo l’incidente (una persona sedentaria e un po’ indecisa l’avrebbe invece certamente accettata?).

  20. Io trovo perfettamente legittimo avere dubbi sulla reale volontà di Eluana, da parte di chi ha vagliato quel che hanno vagliato i tribunali. Quel che non trovo giusto è mettere in dubbi la facoltà che in base al pronunciamento della Cassazione ha il padre di Eluana di attuare la volontà della figlia. I dubbi sulla reale volontà suggeriscono che si faccia una legge, non che si rovesci il giudizio della Cassazione. quanto poi a cibo e medicinali, capisco che venga cercata una possibile mediazione tra punti di vista in conflitto fra loro. Mi piacerebbe però che qualcuno mi spiegasse se io, oggi, ho diritto a rifiutare il cibo, e se e perché lo perda nel caso mi ammali e perda coscienza, una volta che l’abbia manifestato nelle forme prescritte da una legge.

  21. Ma certo, siamo d’accordo, e il ritenere insignificante, nel senso letterale del termine, il pronunciamento della Cassazione non mi impedisce ovviamente di cogliere il carattere fondamentalmente eversivo di ciò che il governo ha provato a mettere in pratica in questi giorni. E naturalmente di fronte a ciò esiste un’unica soluzione, e cioè una legge che consenta ad ognuno di scegliere se e fino a che punto farsi nutrire, se e fino a che punto farsi curare.
    C’è poi un’altra cosa che vorrei mi venisse spiegata (l’ho già scritta altrove). Sulla base di una ricerca condotta da un epidemiologo del Mario Negri di Milano, sul Corriere di ieri si diceva che “il 62% dei decessi nelle rianimazioni italiane sono provocati da un intervento attivo del medico definito «desistenza terapeutica», cioè uno stop alle cure che potrebbero essere considerate un accanimento terapeutico e che non ha nulla a che vedere con l’eutanasia. ” Posto che questo dato sia corretto, la mia domanda è: si parla di persone che si trovano in condizioni confrontabili con quelle in cui si è trovata Eluana Englaro? Perché se la risposta dovesse essere affermativa, allora il clamore di questi giorni mi apparirebbe ancor più come un’enorme mistificazione.
    (il link all’articolo è questo: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_06/eluana_rianimazioni_09c0f394-f470-11dd-952a-00144f02aabc.shtml )

  22. utente anonimo

    Scusi prof. Adinolfi,
    l’autore dei post 14 e 15 sono io.

    Nel 14 sto con il nickname “lycopodium”, che uso da qualche tempo e con il quale sono rintracciabile qua e la, nel web.
    Il 15 è purtroppo senza firma, errore involontario: aldilà del mio consenso con i contenuti (che, inutile dire, c’è) l’ho inserito solo come documento, voce bibliografica, contributo per la riflessione; su almeno (?) una cosa sono d’accordo con lei: odio il copia incolla (e non mi vorrei trovare mai nei panni dei suoi studenti, quando hanno … tentato; ricorda l’episodio?).
    Tornando al 14, il testo è troppo sintetico e quindi appare inutilmente polemico; ne sono costernato.

    Capisco e faccio miei i suoi dubbi. Personalmente sono partito da una posizione possibilista tipo quella quella di Vittorio Possenti (se vuole, le fornisco il link), memore anche delle mie vecchie letture di Ivan Illich (“Nemesi medica”, “La convivialità”).
    Poi … quell’articolo citato, sarà ingenuo e naif quanto vuole, ma mi ha “cambiato”.

    Infine, per chiarire la mia posizione, non dico certo che la vita umana debba essere prolungata artificialmente ad ogni costo, né che bisogna opporsi alla magistratura, né sono un fan delle crisi istituzionali (fino a qualche giorno fa ho apprezzato più il pres. Napolitano che il pres. Berlusconi!)
    Ma non è questo il problema.
    C’è una sorta di equazione mediatiaca – fatta propria ad esempio da Pannella ed echeggiata nell’ultimo intervento di Arsub – tra il “caso Eluana” e “caso Giovanni Paolo II”.
    Equazione che ritengo distorcente.
    Basterebbe vedere le cartelle cliniche dell’uno e dell’altra, per rendersi conto delle differenze.

    E neppure, come si sente dire qua e la, ci sono analogie con i casi di “morte cerebrale”.
    Non si tratta dunque, per Eluana, di “accanimento terapeutico”.

    E allora mi chiedo: si tratterebbe di “accanimento di cure”?
    E chi decide che l’assistenza ad un malato, l’interesse anche solo umano per l’ammalato (per non dire il ben noto “Nostro Signore l’ammalato” di San Camillo) è eccessivo?
    A chi potrebbe piacere una società che risparmiasse LIBERISTICAMENTE sulla cura degli infermi?
    L’ “i care” è slogan o serio programma politico?
    Ho orrore per una morale senza pietà, ma ancora di più per un’ideologia senza “pietas”, senza sacro rispetto … del più debole.

    Suo
    luigipuddu

  23. utente anonimo

    Non mi piacciono le chine scivolose.
    Signor Puddu, ci può spiegare come dal caso Englaro si rischi di arrivare a “una società che risparmiasse LIBERISTICAMENTE sulla cura degli infermi?”, almeno io mi sono perso qualche passaggio.
    Riguardo ai punti elencati, se permette:
    1) Sono d’accordo con Lei, non è in coma, quindi i “pro-life” smettano di dire che in coma e di paragonarla con Crisafulli e simili casi
    5) Ce lo spiega meglio e ci cita qualche caso specifico?
    6)Che non siano terapie sembra pensarlo solo la Chiesa e la politica italiana, a Lei fornire argomenti per dimostrare tale affermazione.
    7)In generale può essere, per Eluana?
    8)Qua siamo alle comiche. Prenda atto il Sig. Englaro che non è obbligato, fatto? Ora glielo si lasci fare, dato che è autorizzato.
    9)Il Codice deontologico (art.51) vieta ai medici di partecipare a qualsiasi tentativo di alimentazione forzata.
    9+10) I medici, negli ospedali, si trovano da sempre a dover prendere decisioni che portano alla morte del paziente, ad es. quando prendono atto della volontà di un testimone di Geova di non ricevere una trasfusione
    Claudio

  24. utente anonimo

    Gentile Puddu, visto che la vedo molto bene informato (più di monsignor Casale, per esempio), sarebbe così cortese da pubblicare per noi le cartelle cliniche di Giovanni Paolo II e di Eluana Englaro in modo che si possa passare all’analisi comparativa? Persino Ruini non ha messo il discorso sul piano di una diversità dal punto di vista clinico e oggettivo, bensì su quello di una differenza dal punto di vista esperienziale e soggettivo.
    E prescindiamo poi dal fatto che anche una diversità sul piano della patologia può comportare un trattamento terapeutico analogo (oltre che un’analoga prognosi). Saluti.

    myskin

  25. Ops, che casino!
    Mi rendo conto di essermi introdotto senza adeguati preamboli e so che ne devo pagare dazio.
    Rispondo per quello che posso a Claudio e a Myskin (principe? Grande libro!)
    Con buona pace di Pannella, GP2 e Eluana sono casi abissalmente diversi e imparagonabili.
    Certo che non sono in possesso né ho in visione quelle cartelle cliniche! (Era un’espressione enfatica, di dati di comune sapere; se non va bene, chiedo venia).
    L’uno aveva 84 anni, il Parkinson, presentava ricorrenti crisi asfittiche e pure un’urosepsi; ha scelto di rifiutare cure inutili.
    L’altra ha 37 anni, gravissimi e verosimilmente irreversibili danni della corteccia cerebrale e, probabilmente, poco altro: il danno è tutto lì, in quella corteccia cerebrale lesa irreversibilmente.
    Il criterio della c.d. “morte corticale” non è riconosciuto dalla legge e dalla scienza.
    Dunque lei non è morta (tanto meno lo è 17 anni fa), né è morente (a meno che la situazione non stia precipitando or ora), a differenza di quel 62% di cui parlava Arsub.
    Non ho avuto modo di leggere gli interventi di Casale e Ruini. Dalla cronaca radiofonica, mi sembra che Casale faccia un discorso in sé apprezzabile, col solo difetto di non tener conto che Eluana non è “morente”, anzi in una condizione potenzialmente di lunga durata; e ciò vanifica il tutto.
    Se Eluana non è morta, allora presenta manifestazioni vitali, che possono (e da qualche parte sono) oggetto, oltre che di terapie e di assistenza, anche di studi; che c’è di strano? Se proprio vogliamo fare gli organicisti, la morte corticale potrebbe aver leso l’Io, ma non il Sé, l’ “autopossesso originario” che caratterizza ogni vivente, ciascuno al proprio livello.
    Mangiare e bere sono di norma atti antropologici elementari; nel caso specifico, la differenza tra terapia e assistenza potrebbe stare nella c.d. “invasività”, che tuttavia non è un tutto-nulla, ma necessariamente presenta una gradualità: una flebo non è un sondino, un sondino non è una gastrostomia percutanea e via dicendo. Immagino che una valutazione medico-legale potrebbe individuare il grado di invasività, ma tale obiettiva valutazione mi sembra oggi impossibile, dato il clima avvelenato e ciò è male, in qualunque modo la si pensi.
    Non credo comunque che il nodo del discorso stia lì.
    Il discorso è la volontà politica di superare il principio dell’intangibilità dell’essere vivente, introducendo criteri qualitativi, del tipo “quale vita è degna di essere vissuta?”.
    Discorso molto pericoloso, in cui la libertà di scelta (personale o tramite “fiduciario”) rischia di diventare alla lunga irrilevante, con un pericoloso slittamento dal “diritto di morire” al “dovere di morire”. Slittamento che la versione odierna del “grande capitale” (d’altronde sempre schierato con le posizioni bioetiche più liberal) sembra auspicare. Non temo di essere tacciato per apocalittico: se non si leggono i “segni dei tempi”, che ci stiamo a fare?
    Mi sto dilungando troppo, non so se ho risposto a tutto.
    Infine, la firma.
    Allora, 2004, nella corrispondenza con il padrone di casa, usavo il mio nome e cognome e qui l’ho rispolverato per farmi riconoscere. Da lui.
    Oggi preferisco il nickmame e vi chiedo cortesemente di assecondarmi.

    Mi dispiace molto se vi ho, in qualche modo, ferito.
    Grazie.

    lycopodium

  26. Caro lycopodium, poiché lei ritiene che il nodo del discorso stia ne “la volontà politica di superare il principio dell’intangibilità dell’essere vivente, introducendo criteri qualitativi, del tipo – quale vita è degna di essere vissuta? -“, osservo che tale principio non viene superato se io, per me, chiedo di non essere toccato (qui metto da parte la questione se nel caso di Eluana questa manifestazione di volontà sia chiara, indiscutibile, ecc.).
    Voglio prendere in considerazione la china, e ritenere che “il grande capitale” possa “toccare” la mia volontà di non essere toccato. Anche in tal caso, però, a meno di non considerare tutti toccati, tutti minorenni rispetto alle capacità del grande capitale di toccare le nostre volontà (tutti, meno quelli che sanno), non si può non lasciare che ciascuno per sé decida. Se viene lasciato questo, io sono poi disposto a preoccuparmi in ogni modo di come contrastare il grande capitale, quando voglia superare il principio; prima, no.

  27. utente anonimo

    Si torna dunque all’inizio.
    A quel suo lodevole tentativo di ricerca di “un modo di declinare l’idea di una relativa indisponibilità della propria vita in modi e forme laiche”.
    In sostanza ad un “qualcosa che c’è” che presenta “linee di resistenza” insuperabili, per usare i termini di U.Eco (migliore come ontologo che come articolista).
    Qui, immagino, azioneparallela avrà modo di farsi sentire più e meglio del sottoscritto, anche politicamente.
    Un seme di un albero che spero bello.
    Mi fermerei qua, se non fosse per un’impertinenza che la sua indulgenza vorrà perdonare: i modi e le forme laiche futuribili dovranno alla lunga affrontare il piccolo e semplice ostacolo del riconoscimento (che ha ricadute anche sull’altro aspetto del problema E.E.) che “l’io non è il suo inizio”.
    Grazie,
    suo lycopodium

  28. A Lycopodium dico innanzitutto che non volevo echeggiare alcuna equazione mediatica (uso i suoi termini) tra i casi di Eluana Englaro e di Giovanni Paolo II. Ma visto che il discorso lo tira in ballo lui, gli chiederei comunque questo:
    1. in che senso le cure che Giovanni Paolo II sembra aver rifiutato erano “inutili”? Nel senso che non avrebbero comunque allontanato apprezzabilmente il momento del decesso, o piuttosto nel senso che lo avrebbero mantenuto sì vivo in uno stato di grave malattia (diciamo così per capirci), ma senza nessuna possibilità di miglioramento?
    2. in che senso il 62% di cui parlavo sarebbe da considerarsi “morente” laddove Eluana Englaro non lo sarebbe?
    Non è che si trascura che quest’ultima è “non morente” perché ha assunto forti dosi di medicinali, diversamente, forse, da quello che si decide di fare con quel 62% di pazienti nelle rianimazioni e diversamente, forse, da quello che si è scelto per lo stesso Giovanni Paolo II? (sono domande non retoriche, cerco solo di capire). Aggiungo pure, sempre a proposito di quel 62%, che nell’articolo che citavo si diceva che “l’intervento del rianimatore si traduce nella sospensione del sostegno alle funzioni vitali o nella mancata attivazione di ulteriori aiuto, come la dialisi”, presupponendo, a me sembra, che tali forme di sostegno riguardassero persone “non morenti”. O no?
    In definitiva, come ho già detto, non è tanto il rispetto della volontà di Eluana Englaro a sembrarmi dirimente, visto che non è facile stabilire quanto tale volontà sia stata chiaramente formulata. Può esserlo però il ricorso a forme di accanimento terapeutico conseguenti alla somministrazione prolungata di farmaci che si ritiene non possano in alcun modo portare a un miglioramento delle condizioni del paziente (“si ritiene” è da intendersi equivalente a “la comunità scientifica è largamente concorde nel ritenere che”). Non è questo ciò che nella sostanza è accaduto a Eluana Englaro nel corso di questi 17 lunghi anni (17, non 2 o 3)?

  29. utente anonimo

    Arsub, la mia citazione non voleva essere polemica nei suoi confronti! Ho voluto solo mostrare che il paragone di Pannella era fuori luogo.
    Quanto alla differenza delle condizioni, l’intervista di Defanti sul Corriere di oggi la affermava a chiare lettere.

    Ora, comunque, non c’è più materia di contendere. Restano i semi da far germogliare.
    Un caro saluto

    lycopodium

  30. No, Lycopodium, non ho avvertito nessun intento polemico da parte sua nei miei confronti. Non condividendo alcune delle sue considerazioni, semplicemente le avevo chiesto dei chiarimenti (che comunque non trovo nell’intervista a Defanti). La materia del contendere, o semplicemente la materia su cui riflettere, credo invece ci sia ora forse ancora più di prima.
    Un saluto anche da parte mia.

  31. Gentile lycopodium, non ha bisogno di dispiacersi, non ho nulla di cui risentirmi rispetto a quanto da lei esposto. Concordo sul fatto che interrompere ora il dialogo sarebbe quantomeno inopportuno, sempre che io abbia capito qual è l’opportunità qui in gioco. A mia volta non ho trovato chiarimenti sufficienti nel suo discorso riguardo alla soluzione di continuità tra il caso di Eluana Englaro e quello di Giovanni Paolo II. Condivido le perplessità di arsub e neanch’io riesco a comprendere la pertinenza del riferimento all’intervista di Defanti. In ogni caso, può agevolmente recuperare in rete gli interventi di Casale e Ruini.
    Saluti.

    myskin

  32. Gent.mi Arsub e Myskin,
    non so se sono in grado di darvi una buona risposta,
    sono sicuro che voi sarete in grado di farmi una buona domanda …
    evidentemente anche su ciò che non sono stato capace di chiarire.

    Quanto a Defanti, ha detto:
    ”Lo stato fisico e’ ottimo probabilmente [?] sara’ in grado di resistere anche piu’ a lungo della media. Dal momento della sospensione alla morte potrebbero passare anche altri 12-14 giorni. Anche perche’, Eluana, al di la’ della lesione cerebrale e’ una donna sana. Mai avuto malattie, mai avuto biosogno di un antibiotico” …
    GP2 non aveva malattie? Non ha mai avuto bisogno di antibiotici?
    Ho fatto solo presente un’incongruenza; irrilevante? Non per me.

    Poi ha anche detto: ”sto facendo la cosa giusta. Aiuto una persona a compiere la propria volonta’ ” e ciò, aldilà del suo parere (assolutamente rispettabile) sembra non aver convinto tutti, neppure qui.
    Buona giornata.

    lycopodium

  33. Gentile lycopodium, cercherò di corrispondere alla bontà delle sue risposte con domande altrettanto buone e questa volta articolate. Partiamo dallo “stato fisico ottimo”: si intende dire che l’organismo di una persona in stato vegetativo persistente per 17 anni presenta lo stesso livello di salute di una che invece non è stata in stato vegetativo (lei e me, ad esempio)? Si direbbe di no, visto che per esempio nell’articolo di Galli Della Loggia si ammetteva che, oltre all’alimentazione e all’idratazione, Eluana Englaro è stata soggetta anche a “una penetrante protezione farmacologica senza la quale assai probabilmente non avrebbe mai potuto sopravvivere così a lungo” (vedi: http://www.corriere.it/editoriali/09_febbraio_07/della_loggia_la_natura_e_il_suo_corso_a95011ce-f4de-11dd-a70d-00144f02aabc.shtml ). Pensandoci, pare abbastanza in linea col senso comune l’idea che stare 17 anni quasi sempre in un letto in stato vegetativo preveda anche un trattamento farmacologico. Parlare di “donna sana” riferendosi a una persona in uno stato come questo, con relativa terapia farmacologica, da 17 anni non mi sembra affatto persuasivo.
    Veniamo poi all’intervista di Defanti e alla sua distinzione tra Giovanni Paolo II (morente) e Eluana Englaro (non morente). Come già detto da arsub, senza il trattamento farmacologico di cui sopra, è probabile che anche Eluana Englaro sarebbe stata “morente” come Giovanni Paolo II. Di conseguenza, se lei sostiene che Eluana Englaro era “in una condizione potenzialmente di lunga durata”, deve tenere conto del fatto che questa lunga durata non era il prodotto del semplice corso della natura, bensì anche del trattamento terapeutico. Lei poi distingue Giovanni Paolo II, malato di Parkinson, con “ricorrenti crisi asfittiche e pure un’urosepsi” e Eluana Englaro, la quale aveva solo un danno alla corteccia cerebrale. Sennonché, nell’intervista a Defanti si fa questo rilievo: “Ad ottobre stava morendo per una emorragia interna” (vedi: http://www.corriere.it/cronache/09_febbraio_09/neurologo_defanti_marco_imarsio_c46727a2-f675-11dd-9c7e-00144f02aabc.shtml ). Le domando: al momento dell’emorragia si poteva considerare morente come Giovanni Paolo II? Se sì, si sarebbe potuto a quel punto interrompere alimentazione e idratazione? (tenendo conto che lo stesso si era fatto col pontefice) Se no, perché allora nel caso di Giovanni Paolo II ci si è sentiti in diritto di farlo? Tanto più che il caso di Eluana Englaro ci ha mostrato come un organismo in condizioni critiche (stato vegetativo e emorragia interna) ha potuto riprendersi da solo, senza trasfusioni, solo continuando a mantenere alimentazione e idratazione. Chi ci garantisce che mantenere l’alimentazione e l’idratazione anche nel caso di Giovanni Paolo II non avrebbe condotto a un recupero? Su questo punto, come si sente dire spesso, non ci sono certezze (laddove per “certezza” mi sembra di capire si intenda per lo più “certezza assoluta”).
    Concordo pienamente con lei su una cosa: “Non credo comunque che il nodo del discorso stia lì”. Ma sul nodo credo le abbia già risposto AP.
    Saluti.

    myskin

  34. A me è invece è venuta la seguente riflessione semiseria, che volendo può implicare pure una corrispondente domanda per Lycopodium (non so quanto buona).
    La chiesa rifiuta aprioristicamente il contributo della scienza quando questa vuole favorire la nascita della vita (parlo della procreazione assistita), ma al contempo ne chiede pervicacemente la presenza, anche nelle sue forme più estreme e specializzate, quando si tratta di mantenere una persona in una condizione di non-vita quale è stata quella di Eluana Englaro. Curioso, direi.
    In più capita che ogni qualvolta ci troviamo di fronte alla morte di una persona cara ci viene ripetuto fino alla noia, sempre dalla Chiesa, che non bisogna essere tristi perché non è questa la vera vita, e addirittura non lo è nemmeno quando a morire è una persona giovane e sana.
    Chi ci capisce qualcosa è bravo.

    P.S. In una puntata della trasmissione radiofonica di Giuliano Ferrara su Radio24 di qualche giorno fa, una rappresentante di un movimento a favore del testamento biologico ha ricordato anche lei, così come ha fatto Galli della Loggia nell’articolo menzionato da myskin, che a Eluana Englaro sono state somministrate nel tempo dosi massicce di farmaci, decisivi per la persistenza del suo stato biologico.
    Anche in quella trasmissione il dato è stato allo stesso tempo ignorato e non contestato, malgrado le potenti bocche da fuoco favorevoli all’intervento del governo che Ferrara aveva provveduto a invitare.

  35. @ Myskin
    Io ho fatto riferimento a quanto ha detto
    (Corriere del 9.2.09: http://archiviostorico.corriere.it/2009/febbraio/09/neurologo_Pochi_rischi_fino_giovedi_co_8_090209015.shtml ) il prof. Defanti, che – essendo uno dei curanti di Eluana – ne ha avuto precisa cognizione clinica.
    Riporto il testo:
    “ «Lo stato fisico è ottimo. Probabilmente, e sottolineo l’ avverbio, sarà in grado di resistere anche più a lungo della media. Dal momento della sospensione alla morte potrebbero passare anche altri 12-14 giorni». Su quali elementi basa la sua valutazione? «Al di là della lesione cerebrale, Eluana è una donna sana. Mai avuto malattie, mai avuto bisogno neppure di un antibiotico». Il suo stato di coma non ha causato altre conseguenze? «Non ha organi vitali interni usurati o lesionati. Gli esami che abbiamo fatto nella clinica di Lecco, poco prima della sua partenza, erano perfetti». Ad ottobre stava morendo per una emorragia interna. «Appunto. Si è ripresa da sola, senza alcun aiuto esterno. Aveva perso moltissimo sangue. Ce l’ ha fatta da sola, senza trasfusioni, segno di una buona condizione fisica». Non prova disagio a parlarne? «Io sono un vecchio medico. Mi sono sempre preoccupato di salvare vite umane. E voglio bene ad Eluana. Quando è stata male, il primo impulso è stato di farle la trasfusione» ”.

    Le definizioni di “stato fisico ottimo” etc. sono sue e a lui andrebbero poste molte domande fatte a me. Ho l’impressione che le confermerebbe; anch’io le ritengo ineccepibili, visto che altro sono i danni (anche gravi) ad un organo o apparato, altro le condizioni generali (che possono mutare con l’evoluzione della patologia di base, o per situazioni più o meno incidentali); visto soprattutto che il giudizio “quoad vitam” non coincide con il giudizio “quoad valetudinem”. La scelta di trattare Eluana per l’emorragia gastrica fu presa, come emerge a chiare lettere dalla stessa intervista, con motivazioni deontologicamente ispirate; e pertanto, anche qui, nulla quaestio da parte mia, ma non sono io l’interlocutore.

    Poi viene il punto cruciale: “ Adesso la sta aiutando ad andarsene. «Sto facendo la cosa giusta. Aiuto una persona a compiere la propria volontà … » ”.

    Qui torna in gioco la risposta di AP.
    Osservo che se si ammette, come si ammette, un analogo laico del PRINCIPIO dell’ “indisponibilità dell’essere vivente”, ciò non è senza conseguenze, implicando:

    1) la presa d’atto della subordinazione di ogni criterio “qualitativo”
    2) un sobrio e responsabile uso delle deroghe al principio stesso
    3) e, ultima ma non irrilevante, la consapevolezza – anche politica – del carattere “preventivo” di tale principio, nei confronti di ogni suo possibile sovvertimento, da parte di istanze individuali, lobbyistiche o statali.

    Il “ciascun per sé decida” è presupposto illimitato o illimitabile?
    Non possiede, invece, “vincoli strutturali” che – quando non rispettati – lo vanificano nella definizione e nell’esercizio?.
    Non mi sembra inutile rifletterci.

    lycopodium

  36. Ops!
    errata corrige

    “La scelta di non trattare Eluana per l’emorragia gastrica fu presa, come emerge a chiare lettere dalla stessa intervista, con motivazioni comunque deontologicamente ispirate; e pertanto, anche qui, nulla quaestio da parte mia, ma non sono io l’interlocutore.”

  37. @ Arsub
    Sono state somministrate nel tempo dosi massicce di farmaci, decisivi per la persistenza del suo stato biologico?
    Non lo so, nè lo sanno in molti.
    Comunque, detto così, sembrerebbe
    un caso di rimproverabile “accanimento terapeutico”.
    Chi decide che lo è davvero?
    Quali farmaci, con quali protocolli, con quale compliance da parte dei familiari?
    Neppure questo si sa.
    Quando saranno noti, parleremo volentieri. Interessa anche a me.

    Discorso sulla Chiesa: troppe cose, su diversi livelli.

    Premesso che il termine “vita” non mi piace molto (ma molto meno il “termine vita”),
    il termine “non-vita” che significa?
    “Assenza di vita”, “vita che si sta spegnendo”, “vita che non vale la pena vivere più”, “vita non degna di essere vissuta”, “vita che non sopportiamo più che ci sia”, “vita che non vogliamo più”, “vita che non vogliamo più ci sia in noi stessi”, “vita che non vogliamo più ci sia nell’altro” …?
    Ognuna di queste accezioni (e ce ne sono cento altre) si tira dietro un’infinità di questioni; troppo facile scegliersi come nemico la Chiesa e non andare oltre (e con ciò non dico affatto che Arsub faccia proprio così).

    Chi dice mai nella Chiesa “non bisogna essere tristi perché non è questa la vera vita”?
    Immagino che questa formulazione abbia più a che vedere con la negazione psicoanalitica che con la dottrina cattolica.
    L’episodio evangelico di Gesù che piange per Lazzaro, che cos’è?

  38. caro Lycopodium, naturalmente quello che ho detto nell’ultimo commento non andava preso né troppo alla lettera né troppo sul serio. Sono considerazioni veloci che mi sono state indotte dall’ascolto alla radio di quella che, se ho capito bene, è la posizione ufficiale della chiesa evangelica, secondo la quale non c’era nessuna buona ragione per “impedire” artificialmente ad una persona in uno stato di incoscienza irreversibile di accedere a quella che ogni credente deve considerare come la propria vera vita.
    Non sono nella maniera più assoluta un esperto di questioni religiose, né tanto meno mi sento il classico e un po’ scontato mangiapreti. Però ho sentito il mondo cattolico troppe volte, e negli ambiti più disparati (non sto a ricordare quali), richiamarsi alla difesa di ciò che è, o sarebbe, “naturale” (qui so che si è a rischio ginepraio), e la mia difficoltà principale è capire perché la categoria del “non naturale” sia da applicarsi alla fecondazione in vitro e non al mantenimento artificiale di una persona in uno stato vegetativo irreversibile nel quale il corpo non conserva la benché minima traccia della dignità della persona umana (credo fosse proprio questo il senso dell’esortazione finale del padre di Eluana Englaro ad andare a vedere ciò che era diventato sua figlia).

  39. Gentile lycopodium, cercavo di contestualizzare il giudizio del medico, non di metterlo in discussione, prescindendo dal fatto che fosse giusto o sbagliato (peraltro, si è rivelato sbagliato, mi sembra). Quando Defanti dice “sano”, sta parlando di un paziente da 17 anni in stato vegetativo, il che mi sembra dirimente. Nel caso dell’emorragia gastrica, sarebbe stato “deontologicamente ispirato” togliere l’alimentazione e l’idratazione, oppure no? Continuo a non comprendere come lei faccia, di volta in volta, a distinguere le “motivazioni deontologicamente ispirate” da quelle non deontologicamente ispirate.
    Saluti.

    myskin

  40. a me è dispiciuto tantissimo quando ho sentito della notizia, ma di fatto non avrei mai voluto essere al posto di chi doveva prendere qualche decisione in merito…. ciao da Maria

  41. Myskin,
    ha idea di CHI è Defanti? il medico degli ultimi tempi di Eluana.
    Se ha detto quelle cose io gli devo credere; e devo credere al fatto che lui ha ritenuto di aver operato e di operare in scienza e coscienza.
    Ho voluto essere comunque empatico con lui, visto che la professione/vocazione del medico non è cosa da poco.
    Mi sono dilungato in considerazioni e distinzioni, che lei -invece- sembra non aver accolto.
    Vabbè, … magari preferiva che parlassi come Gasparri, tanto nella notte in cui siamo, tutte le cose sembrano nere e si può sparare nel mucchi, qualcosa di “nero” lo becchi comunque.
    E invece no!, perchè la tragedia odierna è che in gran parte si vuol tendere al bene (non sto parlando del Bene metafisico, basta il piccolo bene “empirico”).
    Che poi per giungervi, non basti la volontà, questo è ulteriore elemento della tragedia.
    lycopodium

  42. Carissimo Arsub,
    una “persona in uno stato vegetativo irreversibile nel quale il corpo non conserva la benché minima traccia della dignità della persona umana”?
    Quante sfaccettature manifesta, quanti presupposti nasconde questa espressione, apparentemente ovvia!
    Anche ammettendo l’interpretazione più alta e nobile dell’espressione, quale epifenomeno della dolente pietas paterna (e non ho motivo di escludere che questo sia il vissuto di molti protagonisti e astanti), da parte mia devo sommessamente rimandare al n. 35, per evidenziare il carattere “non primario” e neppure “ultimo e ultimativo” di ogni approccio “qualitativo” all’essere vivente.
    In questo quadro, il caso della tecnologia dell’inizio e della fine (terrena) del vivente potrebbe facilmente rientrare in uno dei mille modi possibili di “sobrio e responsabile uso delle deroghe al principio dell’ indisponibilità dell’essere vivente”.
    Sulla dialettica naturale/artificiale qui:
    http://www.stefanoborselli.elios.net/news/archivio/00000496.html
    è contenuta una interessante querelle (intracattolica).
    Qui, invece,
    http://www.stefanoborselli.elios.net/news/archivio/00000495.html
    un approccio laico (non laicista) alla problematica.
    Spunti che lasceremo cadere?
    lycopodium

  43. Caro Lycopodium, leggerò con più calma i link, ma mi ha colpito, dando un velocissimo sguardo, questo passaggio (che è in fondo l’oggetto delle mie critiche su Left Wing, vedi post sopra):
    “Mordacci crede davvero che, secondo l’antropologia cristiana, nell’uomo vivente, vivens homo gloria Dei, si dia in qualche momento solamente “la vita in quanto tale”, ovvero il solo processo biologico? In Eluana abbiamo, e tuteliamo, il dato biologico “in quanto tale”?”
    Domanda: com’è che Mordacci, sbagliando, crede (opina, suppone)?
    (Sbagliando, si intende, secondo De Marco)

  44. Gentile lycopodium, mi dispiace di avere suscitato in lei questa reazione. Non so da quali parti del mio discorso lei abbia inferito delle provocatorie allusioni cromatiche, per quanto mi concerne lei può anche essere a pallini giallo fosforescente (in questo modo nella notte potrei distinguerla più facilmente). Non capisco neanche da dove lei abbia ricavato la mia incredulità verso Defanti. Mi sembra quasi paradossale, considerate le nostre rispettive posizioni di partenza. Io non ho messo in dubbio l’operato in scienza e coscienza di Defanti, per questo ho cercato di contestualizzarne le affermazioni. Mi sembrava che lei invece cercasse di tenere insieme il fatto che (secondo Defanti) Eluana Englaro fosse sana con il fatto che fosse opportuno sospendere alimentazione e idratazione, dal che se ne poteva benissimo dedurre che la decisione fosse stata presa con scarsa “ispirazione deontologica”. Se ho frainteso le sue parole mi scuso, ma almeno spero che lei abbia capito i motivi per cui le ho fraintese (mentre io non ho ben capito il perché del suo fraintendimento delle mie).
    Saluti.

    myskin

  45. caro Lycopodium, sono fermo all’idea che su Eluana Englaro sia stata esercitata una forma di accanimento terapeutico, in un contesto in cui nulla era rimasto che potesse definirsi “naturale”, con tutte le ambiguità che in questo termine lei – e credo anche il titolare – potrà riscontrare (ho anche appena scoperto che negli Stati Uniti, dove una legge sul testamento biologico esiste addirittura dal 1991, l’idratazione e l’alimentazione cui era sottoposta la Englaro sono considerati trattamenti terapeutici). Mi rafforza ulteriormente in questa convinzione l’aver sentito cosa era diventato il suo corpo, e quanto questo fosse ormai tutt’altro da quello che era prima dell’incidente (altro che “le espressioni del volto di Eluana”, “Eluana che ha tossito” e fesserie simili).
    Con questo so di muovermi forse anche tangenzialmente rispetto al contenuto dei suoi ultimi commenti, ma alla fine questo rimane per me un punto centrale. Aggiungo pure che mi dispiace non essere ancora riuscito a leggere, e quindi a commentare, le cose che lei ha segnalato, ma lo farò appena possibile, visto che il tema decisamente m’interessa.

  46. Ap, Myskin, Arsub,
    aldilà del dissenso, oggi difficilmente componibile, vi assicuro gratitudine per lo stimolante dibattito, insolito nel web, dove più spesso si trovano insulti e risse.
    Non mancherò di visitare questa oasi, per verificare gli ulteriori sviluppi.
    Cordiali saluti,
    lycopodium

  47. PACE ALLA SUA ANIMA

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