La tortura svelata

È lecito torturare? È lecito privare un detenuto del sonno, è lecito denudarlo, è lecito restringerlo in uno spazio limitato e buio, e lasciare che nell’oscurità sia tormentato da invisibili insetti? È lecito procurargli la sensazione dell’annegamento, oppure schiaffeggiarlo ripetutamente, colpirlo all’addome, e sbatterlo con violenza contro un muro? Sono lecite le “tecniche avanzate” usate dalla Cia negli interrogatori dei presunti terroristi di Al Qaeda? A quanto pare dai documenti che il Presidente Obama ha reso pubblici, durante l’Amministrazione Bush simili pratiche venivano ritenute lecite, dal momento che, diversamente dalla tortura vera e propria, la quale comporta, secondo le convenzioni internazionali, l’afflizione di un “grave dolore fisico o sofferenza mentale”, le pratiche minuziosamente descritte nei documenti segreti dell’intelligence comportavano sì privazioni, umiliazioni o dolori fisici ridotti, ma nessun dolore grave o “danno mentale prolungato”.
La via burocratica alla tortura di Stato prevedeva dunque che venissero rispettate le forme legali, con l’accorto aiuto delle formalistiche interpretazioni del Dipartimento di Giustizia americano, capace di discettare sulla durata e l’intensità del dolore inflitto o dell’offesa patita, pur di accordare ipocritamente le necessità della lotta al terrorismo islamico con il crisma del diritto.
In realtà, è dal tempo in cui si è affermata la sovranità dello Stato moderno, dunque molto prima che esso assumesse le caratteristiche di un ordinamento liberaldemocratico, rispettoso dei diritti umani fondamentali, che si stringe il nodo che anche Obama ha dovuto sciogliere: se cioè si possa, quando gli affari di Stato lo richiedono, adottare per la salvezza della res pubblica una morale più larga e grossolana della morale valida invece per i “privati”, sudditi prima cittadini poi.
La storia ha però cercato di dare una risposta, nella misura almeno in cui il suo corso è descrivibile, sotto il profilo politico-giuridico, come il tentativo di incapsulare e assorbire il grumo di nuda forza che pure resiste alla sua integrale giuridicizzazione: e ogni volta che si strappa la tela che il diritto ha faticosamente tessuto, la sconnessione fra politica e diritto si ripresenta e si mostra nei suoi crudi lineamenti il “volto demoniaco del potere”.
Obama ha portato allo scoperto il “piccolo, sporco segreto” della democrazia americana. Il quale era segreto, certo, ma solo fino a un certo punto: non perché si fosse vista la carta intestata su cui erano descritti i metodi sbrigativi adottati dalla Cia, ma perché si conosceva, e bene, il risvolto pubblico di simili condotte: l’unilateralismo, la dottrina della guerra preventiva, l’idea che, quando è in gioco la sicurezza nazionale, né il diritto internazionale né gli organismi sovranazionali, né gli interessi e le politiche di altri paesi, per quanto amici, possono limitare il raggio d’azione degli USA. Togliere il segreto sulle “pratiche avanzate” della Cia è un gesto del tutto coerente con la nuova stagione della politica estera americana, e ne rafforza la credibilità.
Per coloro che amano definirsi realisti, la decisione di Obama è stata una mossa avventata, che indebolisce l’azione di contrasto al terrorismo. Per tutti gli altri, è stato invece un atto di grande fiducia nelle risorse di un paese democratico. E in quanto questo atto è accompagnata da una politica e ne costituisce un tassello, non è affatto il comportamento ingenuo di un’anima bella.
La politica è precisamente quel che serve per non farsi mettere dinanzi al dilemma che giustifica ogni abuso, per non rimanere ipnotizzati dall’alternativa: o la salvezza dello Stato o il rispetto dei diritti umani. Quando ci si infila in una simile aporia (e soprattutto quando la si costruisce a bella posta, come a volte purtroppo capita), allora si rischia di non avere più nessuna ragione per limitare l’impiego della forza e resistere alla limitazione dei diritti che l’asprezza del conflitto può comportare.
Naturalmente, si può ritenere che la democrazia sia in ultima istanza disarmata rispetto ai suoi nemici, che non hanno l’impaccio di un’opinione pubblica dinanzi a cui rendere ragione dei propri atti, né una coscienza giuridica alla quale rispondere; ma la democrazia è precisamente quella cosa che gli uomini hanno inventato per allontanare da loro le istanze ultime. Come ogni impresa umana, anche la democrazia può fallire, ma rinunciare al rispetto delle sue forme e delle sue garanzie, accettare la tortura non è fallire: è capitolare.

8 risposte a “La tortura svelata

  1. utente anonimo

    La democrazia non è disarmata di fronte ai propri nemici: essa vota a maggioranza che in alcuni casi si può torturare ed uccidere. Che in altri si può fare la guerra.

    La democrazia non è il buonismo sinistro descritto da lei, gentile filosofo.

  2. La democrazia può votare la guerra, ma nemmeno in guerra può torturare. Detto ciò, gentile anonimo, non capisco perché lei tiene tanto al voto a maggioranza, una volta che col voto a maggioranza si prende il lusso di torturare persino.

  3. utente anonimo

    Adinolfi, non capisco perché non dovrei tenere al voto a maggioranza. Mi pare uno dei metodi più semplici per decidere, anche se certamente non è perfetto.

    Ma come la democrazia stessa, è il minore dei mali (altre modalità di voto sono possibili ed in alcuni casi utili, ma non è di questo che stiamo parlando, credo).

    Quello che non capisco poi è perché lei scriva che anche in guerra non si può torturare (in democrazia). Perché? Perché è scritto su qualche pezzo di carta ginevrino?

    L’unica cosa a cui una democrazia non può rinunciare è l’espressione della volontà del popolo.
    Se poi al sostantivo associamo aggettivi diversi la democrazia non può più permettersi altre cose, dall’ingiustizia sociale in avanti.

    Diremo allora democrazia liberale, democrazia sociale, democrazia federale, …

    La tortura, poi, non è così orribile. Domani si festeggia la fine di una guerra che è stata vinta anche torturando. Io sono felice che si sia vinta, usando tutte le armi possibili, e non persa, tarpandosi le ali.

    Saluti.

  4. confesso che continuo a non capire perché decidere a maggioranza: i partigiani per caso votavano? Non mi pare. Se mi hanno liberato dal nazifascismo senza votare a maggioranza di farlo non dovrebbe andare bene? Dunque: mi produca un argomento migliore per difendere il voto a maggioranza. Il minore dei mali? E chi lo dice? Quale sarebbe il male in questione? Non sta eticizzando un po’ troppo? Non è che per caso è un po’ sinistro pure lei?

  5. utente anonimo

    Cioè lei mi sta chiedendo perché i militari da sempre non decidano a maggioranza (magari qualche zulu sì, ma chi la guerra la sapeva e sa fare no). La risposta, ed è uno dei tanti casi in cui il voto a maggioranza può essere messo in un cassetto, è legata alla velocità della decisione.

    Tuttavia le democrazie scelgono, prima, di delegare decisioni a singole persone. E queste persone continuano (nei sistemi veramente democratici) a rispondere a gruppi più o meno estesi di cittadini (i parlamentari, i ministri, i cittadini stessi).

    Ho comunque l’impressione che non mi abbia letto bene (se non fosse così mi scuso), perché avevo già scritto che in alcuni casi al voto a maggioranza si potevano (ed anche dovevano, nel caso militare) preferire altri sistemi di decisione.

    Saluti.

    P.S. quanto all’etica, stia tranquillo, gentile filosofo: me ne tengo discosto il più possibile.

  6. Gentile anonimo, torno alle origini. Lei ha scritto che la democrazia non è il buonismo sinistro che io descrivo, come se fosse buonismo non torturare in tempo di pace. Al che ho domandato se, dopo tutto (e dentro questa logica), non sia buonismo tenere alla democrazia. Ora, confesso di non aver ancora capito perché io debba tenere alla democrazia: non all’ordine o allo Stato, ma alla forma democratica di quest’ordine. Quando è minacciato, via: facciamone pure a meno. o no? se poi legge l’articolo, io non ho scritto una cosa da principe erasmiano: ho scritto che democrazia non è dimettersi dal compito di governare, ma costruire le condizioni per non giungere dinanzi al dilemma se dimettersi o meno. questa, che lei chiama gentilmente buonismo, per me è semplicemente la politica.
    Ma sono troppo buono, io.

    (Io poi non tengo alla filologia dei suoi preziosi commenti. Però ho riletto, e inclino a pensare di non aver letto male. Io le ho chiesto di difendere il voto a maggioranza, e lei ha affidato la difesa a cose molto pallide e un po’ buoniste, tipo il minore dei mali. Ha scritto che in democrazia non si può rinunciare all’espressione della volontà del popolo, ma non ha spiegato perché non si possa rinunciare, con la democrazia, all’espressione della volontà del popolo. Mi sarei cioè aspettato un po’ più di spietato realismo, ecco tutto)

  7. utente anonimo

    Gentile filosofo,
    alla sua prima domanda risponderei che il tempo di pace è un tempo in cui nessuno cerca di farmi del male usando tecniche di guerra. Un tempo cioè in cui qualcuno può rifilarmi un pugno sul muso in un pub e non uno in cui un folle decide di farmi saltare in aria mentre prendo la metropolitana. In tempo di pace, per semplici ragioni di proporzione, non vi è motivo che lo stato (o i suoi servizi segreti) torturino chicchessia. In caso contrario mi aspetto che, quando esista il legittimo sospetto che la tortura possa evitare mali peggiori (una strage), lo stato adoperi tutte le armi a propria disposizione. In questo senso le convenzioni ginevrine mi appaiono demenziali. Quanto al perché debba tenere alla democrazia, tenderei a risponderle con un argomento storico: la democrazia è il sistema di governo che ha garantito l’utilità maggiore ai cittadini (un ragionamento quasi benthamiano, se non fosse che ora qui lo scrivo rozzamente).
    Poi lei però cerca di farmi dire cose che non ho detto, e cioè che quando lo stato è minacciato si può rinunciare alla democrazia. Ma così non è: le democrazie permettono ai propri rappresentanti di decidere, una volta eletti.
    Quando Napolitano rinvia una legge in parlamento, è antidemocratico perché decide da solo? O quando nomina un senatore a vita?

    P.S. non mi sembra che scegliere il “minore dei mali” sia un atteggiamento buonista. Mi sembra più spietatamente realista. E rinunciare alla volontà del popolo, in democrazia, è rinunciare alla democrazia stessa per ragioni semplicemente etimologiche.
    P.P.S. siamo d’accordo che costruire le condizioni per non dover scegliere se torturare o meno (che, ripeto, non è rinunciare alla democrazia) è un buon esercizio politico.

  8. Gentile anonimo, lei è molto generoso con quel che concede allo stato per evitare una strage, e il passo dalla strage alla guerra continua a parermi compiuto troppo sveltamente (senza dire che lo è anche il passo dalla guerra alla guerra combattutta con ogni mezzo). In base al suo criterio, lei non avrebbe nulla da ridire se in questo momento l’Italia stesse torturando qualcuno per sapere se non vi sia da qualche parte qualche attentatore suicida. Lei parla di mezzi proporzioni, e di nuovo la trovo buonista: non capisco perché farsi lo scrupolo di non usare mezzi sproporzionati (oppure parla di mezzi spropositati, cioè sproporzionati in termini di costi?)
    In generale, la mia domanda sulla democrazia vedo che non è bene intesa. Certo che le democrazie consentono ai rappresentanti di decidere, ecc., ma per esempio in Italia, finché vige la Costituzione, non credo che i rappresentanti possano decidere in presenza di un pericolo di strage di torturare qualcuno (o più di qualcuno, perché no?). Così non mi pare che c’entri molto il suo esempio circa i poteri del presidente della repubblica.
    D’altra parte, so bene che è etimologico volontà del popolo = democrazia (molto in breve), ma io le chiedevo perché tenere alla democrazia (e alla volontà del popolo): ora mi risponde che è per ragioni storiche. E io potrei persino essere d’accordo, anzi: senza persino, a patto di vedere che cosa c’è dentro quelle ragioni storiche. La democrazia si è per esempio storicamente affermata anche perché la gente non voleva più poteri che si prendessero la libertà di torturare. E’ chiaro che sto semplificando, ma voglio dire che quelle ragioni storiche non sono una semplice sequenza di fatti, oppure: tra i fatti (proprio tra quelli) c’è anche una certa sensibilità contro la tortura, di cui lei non tiene alcun conto. Altrimenti mi consenta, ma è molto, molto discutibile che la democrazia sia il più efficiente dei sistemi, il più utile ai cittadini ecc. (E bisognerebbe spiegarlo in altre parti del mondo, che non se la danno a intendere)

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