Archivi del giorno: Maggio 13, 2009

Intellettuali dipietristi

E ora anche l’Italia dei Valori ha tra le sue file esponenti illustri della cultura italiana. Li mette in vetrina, li coccola, li candida, li impegna in convegni serissimi sulla società della conoscenza. Qualcuno, come Camilleri, non scende più in campo a fianco di Di Pietro, con la sua scombiccherata lista dei senza partito (la più qualunquista che si potesse immaginare, in effetti), ma resta comunque alla finestra in attesa che prima o poi lo si chiami (meglio prima che poi, però); qualche altro, come Claudio Magris, non si candida, ma dall’alto della sua indiscutibile statura intellettuale voterà convintamente il partito di Antonio Di Pietro, di cui dichiara di apprezzare soprattutto la fermezza.
Sarà. Se però si volesse fare dell’ironia la si potrebbe mettere così: se uno nutre pensieri dolenti sul decadenza della nostra civiltà (Giorgio Pressuburger, candidato), se un altro teorizza da trent’anni un’ontologia del declino (Gianni Vattimo, candidato), vuoi che non possa essere Di Pietro il baluardo contro l’imbarbarimento della vita pubblica continentale? Si chiama o no il suo partito l’Italia dei Valori? E vuoi che un esperto in declini e brutte pieghe dell’Europa continentale, come Magris, non abbia ragione di affidarsi, in un così difficile frangente, almeno agli amici, candidati nella lista di Tonino, per costruire con la loro serietà un argine dinanzi all’abisso?
Naturalmente, si può vedere la cosa anche in un altro modo. Come la dimostrazione che all’interno del partito democratico non circola uno straccio di idea, ad esempio. È comprensibile allora che uomini ricchi di idee, rappresentativi per storia personale e intellettuale di una fetta importante della cultura italiana del Novecento, cerchino casa altrove. E se proprio non trovano una casa piena dei serissimi balocchi mitteleuropei a cui sono abituati, non si può dire che non trovino almeno un taxi che li porti fino al Parlamento di Strasburgo. Non è che non si possa dire, per la verità; è proprio che Vattimo l’ha detto, quando ha spiegato che cosa sono ormai, per lui, i partiti: il mezzo di trasporto più veloce per andare in Europa. Roba che dovrebbe bastare per sollevargli contro tutto il feroce moralismo della base del partito in cui si candida, e iscriverlo per sempre tra quelli della casta, ma che invece, buon per lui, non sembra indignare più di tanto il partito degli indignati.
Ma sono davvero uomini ricchi di idee, quelli che Di Pietro porta in Europa? Qui non si giudicano i meriti letterari o filosofici, che non sono in questione, ma i meriti (o demeriti) politici, e una certa complessione intellettuale, che sembra farli sentire a loro agio più e portarli più a pensare i tramonti, i declini, le fini, che non a prospettare qualche nuovo inizio di cui almeno l’opposizione avrebbe urgente bisogno. Da questo punto di vista, comunque si giudichi la condizione in cui versa il partito democratico, è difficile immaginare che abbia perso, con queste candidature, il lievito concettuale necessario per ripensare il proprio ruolo, e la costruzione di culture politiche all’altezza del tempo.
Il fatto è che è problematico anche solo individuare la cultura politica del partito di Di Pietro, nel senso almeno che l’espressione "cultura politica" ha, nella temperie culturale di provenienza dei prestigiosi candidati dell’IdV. Si può forse dire che di una roba del genere non c’è più traccia nemmeno nel Pd, o anche che nella politica italiana non ce n’è più bisogno, ma, questo, oltre ad essere un errore storico e politico, sarebbe l’ennesima dimostrazione di quella supponenza intellettuale con cui si può sfiorare il paradosso, senza preoccuparsi delle conseguenze. E candidarsi così nel partito, tra i tanti e variopinti che ancora bene o male si barcamenano nello schieramento di centrosinistra, la cui caratterizzazione carismatica e personale, e cioè: la cui fisionomia da seconda repubblica berlusconiana è più accentuata tra tutte.
Ed è proprio così- Ed è la voce grossa e il parlar brusco di Di Pietro ad attirare studiosi di grande levatura. In fondo, di Di Pietro e della sua opposizione muscolare si potrebbe dire quel che una volta dicevano le mamme ai loro figli: è tutta salute, e si capisce che certe gracilità intellettuali provino una segreta ammirazione per chi mangia sano, vive all’aria aperta, e non si perde dietro la fatica di troppi pensieri.
A Magris sarà sicuramente venuto più volte in mente, in questi anni, quel personaggio de La Montagna incantata, l’olandese Mynheer Peeperkorn, ricco sfondato, magnetico e autorevole, che disprezza la cultura troppo "cerebrale" degli intellettuali, ma che è capace di raccogliere il consenso di tutti e dalle cui labbra tutti pendono. A cospetto di Peeperkorn, che "domina e spicca tra i presenti", le figure più pensose del romanzo sbiadiscono come immagini di un tempo ormai tramontato, pallidi fantasmi di una civiltà destinata a soccombere sotto i colpi del denaro, del successo, della notorietà. Se, com’è probabile, tra i pensieri che il grande borghese Magris avrà formulato, nel pensare all’Italia della seconda Repubblica e all’attuale Presidente del Consiglio, ci sono anche pensieri del genere, sia consentito di osservare che, a parte i soldi, di Peeperkorn e del suo andar per le spicce Magris ha finito con lo scegliersi una specie di astuta e neanche troppo nascosta caricatura.

Bronci

“Non si può mettere il broncio ai propri tempi senza riportarne danno”. Così, con una citazione di Robert Musil, Massimo Adinolfi ha spiegato ieri il senso del “rapporto” elaborato dal gruppo di filosofia della fondazione ItalianiEuropei. Una citazione che si potrebbe considerare già smentita dal fatto che la fondazione presieduta da Massimo D’Alema e Giuliano Amato abbia un “gruppo di filosofia”, e che in quella sede, assieme a giuristi quali lo stesso Amato, Luigi Ferrajoli e Stefano Rodotà, il suddetto gruppo si ritrovi a discutere il proprio lavoro per buone tre ore.

(continua)