Il sorriso della giovane cameriera

 "Nei Souvenirs di Alexis de Tocqueville si narra di una giornata del giugno 1848. Siamo all’ora della cena, in un bell’appartamento della Rive Gauche, VII Arrondissement. La famiglia Tocqueville è riunita. Nella dolce serata, tuttavia, improvvise risuonano le cannonate che la borghesia tira contro la canaglia operaia insorta – rumori lontani, dalla Rive Droite. Ma a una giovane cameriera, che serve in tavola e che arriva dal Faubourg Saint Antoine, sfugge un sorriso. Viene immediatamente licenziata. Non v’era forse, in quel sorriso, il vero spettro del comunismo? Quello che atterriva gli Zar, il papa… e il sieur di Tocqueville? Non v’era là una scintilla della goia che costituisce lo spettro della liberazione?" (Il sorriso dello spettro, in Aa. Vv., Marx & Sons. Politica, spettralità, decostruzione, Mimesis, MIlano 2008)
* * *
"Perché la decostruzione si inceppa, subordinando la nuova fenomenologia dello spettro (che, ciononostante, ha una base ontologica produttiva e singolare) alla più antica delle ontologie reazionarie: quella teologica?"
Toni Negri su Jacques Derrida. Più precisamente: su Spettri di Marx (nel saggio citato).
Volgarizzando un po’: la fenomenologia dello spettro è la descrizione di come funziona il capitalismo moderno. Marx però poteva ancora descrivere il capitalismo moderno per smascherarne la logica, perché, a smascheramento effettuato, aveva da liberare dallo sfruttamento capitalistico il lavoro operaio: una cosa ben reale. Invece con Derrida diviene ingenuo pensare che vi sia un soggetto produttivo (reale e non spettrale) da emancipare. E così quel che rimane a Derrida (al "triste tergiversare di Derrida") non è una prassi politica ma solo un "discorso di resistenza etica" dai contorni paradossali (infinitamente altri da ogni definizione di diritto).
Invece Negri:
"Se Derrida, con zelo e intelligenza, affina le «armi della critica», gli fa tuttavia difetto l’altra spettrologia, quella organizzata dalla «critica delle armi".
Ecco il punto. Il concetto di realtà che non c’è in Derrida è quello che organizza e autorizza la critica delle armi. Se devi (come devi?), "costituire una nuova realtà", c’è poco da fare: le armi della critica non bastano.
* * *
Ora, il Sieur di Tocqueville avrà visto lo spettro del comunismo, sul volto della giovane cameriera. Ma la giovane cameriera no: lei non l’ha visto né, soprattutto, dato a vedere. E perché lo spettro diventi reale, "nuova realtà", c’è bisogno che anche lei, che anche la cameriera voglia darlo a vedere. Ma la cameriera vuole darlo a vedere? Vorrà mai darlo a vedere? Di quale critica c’è bisogno perché voglia anche lei "costituire una nuova realtà"? Se non bastano le armi della critica per strapparla alla tavola imbandita, la critica delle armi finirà col rivolgersi anzitutto contro di lei, contro il suo volere. Perché avrà pure sorriso, ma un sorriso non basta, per "costituire una nuova realtà".
Il sorriso della cameriera sta invece tra la tavola imbandita da lei ma non per lei, e le barricate, alzate non da lei ma per lei. Forse, non vi è sorriso se non lì. Negri pensa che la prima cosa non va bene, ma la seconda sì (il Sieur di Tocqueville pensa naturalmente che la prima va bene, la seconda no). Forse Derrida è più fedele al senso di quel sorriso, che si allarga sul volto della giovane cameriera tra le due situazioni: gli va bene questo tra, più rispettoso di lei delle altre due situazioni.
Questo tra è, infatti, il senso della realtà per la decostruzione: (più di) un sorriso tra le tavole e le barricate.
(E lo sfruttamento? C’è, e come se c’è. Ma forse ci si illude se si pensa che fiorirebbero più sorrisi, se accettassimo di morire sulle barricate per rovesciare le tavole).

2 risposte a “Il sorriso della giovane cameriera

  1. leggendo il titolo m’è venuta in mente la scena de “La dolce vita” in cui Mastroianni parla con la giovane cameriera dal sorriso innocente Valeria Ciangottini. decisamente una prospettiva lontanissima dalla lotta di classe! eppure in quell’apparente disimpegno (non del tutto apparente, veh) che fu molto rimproverato a Fellini c’è anche una possibile lettura – e giudizio – del pensiero politico “forte”, sia esso rivoluzionario o reazionario.

  2. Infatti Jacques Derrida in Spettri di Marx smonta pezzo per pezzo la politica di Toni Negri, e così quest'ultimo si incazza e prova a replicare in Marx & Sons facendo lui la figura del filosofo-teologo classico, e non Derrida.
    Negri infatti è alla ricerca di un fondamento, di un'ontologia che giustifichi in modo metafisico la sua politica. In particolare la sua è una metafisica vitalistica del desiderio che vede questo come forza dirompente repressa dal potere. Essendo la Vita repressa dal Potere appare necessario un Soggetto politico, la moltitudine, in grado di farsi carico della liberazione storica della vita. Liberata la vita dal potere – secondo Negri – ecco fatta la società Libera e perfetta, la vita realizzata.
    Al contrario per Derrida la politica non è affatto lo spazio di azione di un soggetto metafisicamente fondato, ma lo spazio esteriore di relazioni sempre nuove e in divenire poiché esposte all'alterità dell'altro. Questo non vuol dire, come anche in Foucault, che l'azione politica diventa impossibile. Al contrario. In quest'ottica si formano soggetti politici plurali, in grado di portare avanti lotte locali o generalizzate, facendosi carico innanzitutto della trasformazione della propria vita messa in gioco nelle lotte. Proprio perchè il soggetto non è metafisicamente fondato esso può divenire e trasformarsi, può farsi "tecnica del sé", stile di vita.
    Non solo. Al contrario del vecchio "proletariato" esso non ha la tendenza tipica del soggetto sostanziale a farsi Stato, a sostanziare cioè una politica Statuale proprio perchè retta su una metafisica indiscutibile. Invece le soggettività in "divenire" fanno perno su una persistente antistatualità in grado di aprire costantemente ai soggetti nuove pratiche di libertà che sono necessarie in ogni società, anche – eventualmente – in una più giusta ed equa di quella in cui viviamo.
    Derrida mostra come vi sia una contraddizione fra il nomadismo di cui parla Negri e il bisogno ontologico cui dà seguito, preferendo all'ontologia una hauntologia, un girovagare inafferrabile come gli spettri.
    In altre parole mi pare che i movimenti politici attuali (precari, glbt, animalisti) si reggano più (a parte qualche nostalgia) su una politica priva di fondamento ontologico alla Derrida che sul pensiero metafisico-politico alla Negri. La metafisica lasciamola ai preti! A che serve a noi che abbiamo da trasformare le nostre vite e la nostra società??!!

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