Archivi del mese: luglio 2009

Storie

Ormai Renata ha quasi nove anni. Stamattina la vedo sull’ampio balcone della sua camera andare da un angolo all’altro come un uccellino in gabbia, e come un uccellino muovere le braccia e le mani mentre inventa le sue storie. Appena può star sola, appena ha un angolo tutto per sé, Renata piega le braccia in su, agita le mani e vola via.
C’è una differenza con i fratelli. I fratelli non hanno avuto tutte le sere i racconti della Città Arcobaleno per tre anni. Tutte le sere Beth, Bill e gli altri. Le storie si sono progressivamente diradate, e da un po’ di tempo si sono interrotte del tutto.
Così Renata ha preso a volare per conto suo.

Avversative

Per esempio, l’onorevole X ha dichiarato al telegiornale: "E’ vero che la continua richiesta di fiducia mortifica il Parlamento, ma il governo ha il diritto di portare avanti il suo programma".

Sono stato un po’ a riflettere su cosa opporre al forte argomento usato dall’onorevole X. Finché ho pensato a qualcosa del genere (non so se vi convinca): "Il governo ha il diritto di portare avanti il suo programma, ma la continua richiesta di fiducia mortifica il Parlamento"

La nostalgia che non serve pe il futuro

Una domanda: quanti milioni di ore di lavoro perse è in grado di sopportare oggi il Paese? Probabilmente meno che nel 1969, quando i milioni furono trecento. Ma vedendo in questi giorni il fotogramma dell’impronta che Neil Armstrong lasciò sul suolo lunare, nel luglio di quell’anno lontano, ci piace dimenticare quel che intanto accadeva sulla Terra. Ci piace ascoltare le voci che gracchiavano nei microfoni, osservare i balzi sfocati degli astronauti protetti dalle loro bianche tute spaziali e, affatturati dal cielo buio e senza atmosfera della luna, non percepire assolutamente nulla del clima rovente di quell’anno cruciale, che si aprì con scioperi e cortei in tutta Italia, in gennaio, e si chiuse con la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli, in dicembre.
Né il mese di luglio era stato tranquillo: tra lotte bracciantili, occupazioni di fabbrica e manifestazioni per il Vietnam, gli italiani che, Apollo o non Apollo, rimasero a testa in su a guardare affascinati la luna, nelle successive notti d’estate, probabilmente non furono molti: troppi striscioni da preparare, troppi fogli da ciclostilare, troppo furore ideologico da sbollire.
Quarant’anni dopo, però, ci fa ancora simpatia rivedere in tv il bisticcio fra Tito Stagno e Ruggero Orlando sul momento preciso dell’allunaggio, o ascoltare la telefonata di congratulazioni più famosa della storia fra gli astronauti e il Presidente Nixon.
Va così: nel ’69 ci furono per esempio Woodstock e l’Isola di Wight, e l’ondata di celebrazioni prevede oggi di tutto, dai dischi alla gadgettistica, dalle ospitate televisive di cantanti appesantiti dall’età ai libri, pieni di testimonianze e di nostalgiche fotografie in bianco e nero. Per riavere però di quegli anni un’edizione all’altezza dell’originale dovremmo prenderci, a rigore, il pacchetto completo. Gli happening, le manifestazioni e tutto quello che c’era attorno: i gruppi extraparlamentari e i nudi integrali ai concerti, le conferenze stampa tra le lenzuola di John Lennon e Yoko Ono e lo Statuto dei lavoratori (pure quello, a pensarci, fa quarant’anni: presentato nel giugno del ’69, fu approvato in via definitiva l’anno successivo: che facciamo, celebriamo?).
E invece no: immaginiamo di poter avere il viaggio sulla Luna senza la guerra fredda, la musica rock senza la contestazione giovanile, e persino il Pci senza il centralismo democratico o la Democrazia cristiana senza i governi di transizione: per stare a quarant’anni fa, basti pensare che tra il ’68 e il ’70, entranti o uscenti, l’Italia di governi ne ebbe sei: Moro, Leone, Rumor, Rumor, Rumor, Colombo. Un bel filotto, non c’è che dire.
Questa, poi, di tutte le nostalgie è la più strana. Non che la DC o il PCI non abbiano avuto meriti storici e non sia giusto ricordarli, ma che all’interno dell’opposizione il rapporto con il passato sia ancora tema di confronto politico, e che soprattutto si pretenda, con esso, di dividere il campo dei contendenti alla segreteria del PD è abbastanza preoccupante. E di nuovo: non perché la storia non conti, perché anzi conta parecchio; quel che dovrebbe contare un po’ meno, è piuttosto la sua rappresentazione di comodo.
Il fatto è che la memoria è selettiva. Che lo sia, in verità, è salutare: se ricordassimo tutto, ma proprio tutto, saremmo come quel triste personaggio di Borges, «Funes el memorioso», «l’uomo che non aveva la forza di dimenticare», il quale, sopraffatto dal cumulo sterminato delle cose viste e sentite, morì a soli diciannove anni, «antico come l’Egitto» e del tutto incapace di vivere nel presente.
Senza un po’ di smemoratezza non c’è futuro, quindi. Ma quando la smemoratezza ti condanna a ripetere il passato, o a costruirtene una versione light, nostalgica e posticcia, tutta vintage e oggetti d’epoca e cinegiornali d’annata, non c’è molto futuro neanche in questo caso.
Bergson diceva che, quando le cose vanno come devono andare, i nostri ricordi si inseriscono nel normale circuito che va dalla percezione all’azione, e servono a quest’ultima. Capita però che a volte si crei un buco tra la prima e la seconda, e che in quel buco i ricordi siano rilasciati liberamente, svincolati dal servizio all’azione e quindi anche dallo spazio pubblico in cui l’azione è chiamata a svolgersi. In Italia sembra però che accada il contrario. Che lo spazio pubblico sia occupato da ricordi puri, inservibili al presente, e che l’agire sia rimesso invece ad una dimensione privata, strettamente individuale. La memoria collettiva vive così soprattutto nei costumi degli italiani – nei tinelli o nelle radioline a transistor, nelle lambrette o nelle vacanze al mare – così come in altre epoche è vissute nell’arte o nella poesia: dove invece non riesce più a vivere senza grossolane semplificazioni è in uno spazio autenticamente storico.
In questo modo, di ore di lavoro se ne perdono di meno, e questo è pure un bene, ma difficilmente si guadagna anche un futuro per il nostro paese.

Dinanzi allo specchio

Renata: – Ico, sto meglio così o… così? –
Enrico: – Così. Sembri più femmina -.

E ora Obama dopo Grillo?

E se il coordinatore del circolo PD di Vattelapesca inviasse fermo posta la tessera di iscrizione del partito a Barack Obama? Conosciamo l’obiezione: Obama non è cittadino italiano. E poi non ha nemmeno fatto richiesta. Ma sappiamo anche come replicare, grazie al coraggio politico di Andrea Forgione, il coordinatore del circolo di Paternopoli che, non richiesto, ha avuto la premura di tesserare Beppe Grillo compilando per lui il modulo d’iscrizione. Primo, ha detto, mi sta simpatico – ed è un argomento vincente, di questi tempi: lo ha usato già la Serracchiani per motivare la sua scelta pro Franceschini. E dunque: a chi non sta simpatico Barack Obama? Secondo, ha continuato, il partito deve tenere «porte e finestre aperte per tutti», sicché, in una concezione così ampiamente inclusiva, non c’è un solo buon motivo per non iscrivere Obama. Sarebbe anzi un gran colpaccio. Perché allora non provarci? Di cosa dovremmo avere paura, noi uomini liberi? Vi sono forse problemi formali, regolamentari, statutari? Andrea Forgione ha la risposta anche in questo caso: «è una questione di principio e di libertà». Affermare un principio varrà o no più di mere questioni anagrafiche, di residenza o di cittadinanza?
Per la tessera a Obama, i presupposti, dunque, ci sono tutti. E se una qualche commissione di garanzia del partito osasse invalidare l’iniziativa libera e democratica del circolo Vattelapesca, l’«umile» Forgione correrebbe in suo aiuto, bollandola seduta stante così: «il pronunciamento della commissione nazionale non ha valore perché si tratta di una commissione di cooptati». Sul sito web di Grillo, Forgione non s’è tirato indietro: non ne so nulla, ha detto, di commissioni del genere, so solo che somigliano tanto a quelle del PCUS di una volta.
Nientemeno! Come sa essere ironica, a volte, la sorte! Nel momento in cui la forza dei partiti italiani è al suo minimo storico; e al suo minimo anche la consistenza degli apparati, si trova un coordinatore di circolo che sente irresistibile l’impulso di sputare sulle regole del partito nel quale milita, e bollare come sovietiche le determinazioni prese a norma di statuto.
Ma si trattasse solo di questo, si potrebbe lasciar perdere Forgione e il suo baldanzoso entusiasmo democratico (sebbene siamo sicuri che il suggerimento di tesserare Obama lui o qualcun altro lo raccoglierà senz’altro). In fondo, Grillo ha persino ragione, quando ironizza sulla risposta da legulei che il partito democratico ha dato alla sua richiesta di tesseramento. Per due ragioni, una seria e l’altra meno seria.
Quella meno seria ricorda una regola non scritta della comunicazione, la quale dice: se il tuo interlocutore se ne esce con una battuta, un proverbio, una metafora, per essere efficace la tua risposta deve essere un’altra battuta, un altro proverbio, un’altra metafora. Non c’è bisogno di dire dunque come andrebbe risposto all’inventore del Vaffa day. Il quale, peraltro, promette che da segretario la prima cosa che farebbe sarebbe di cacciare «mille persone, quelli che hanno più di due legislature, tutti quelli invischiati in affari loschi a partire da Bassolino». E come lo farebbe, si dovrebbe chiedere a lui o a Forgione? A termine di statuto o in base al suo insindacabile giudizio?
Quella seria concerne invece l’indirizzo a cui Grillo si rivolge col suo Vaffa. Lo ha spiegato per l’ennesima volta ieri sul suo cliccatissimo blog: «in Italia i partiti sono solo i celebranti della liturgia del potere» e «rappresentano sempre più spesso la schiuma della società». Di contro al vecchiume corrotto e oligarchico rappresentano dai partiti e dai loro leader (tutti – indistintamente – salvo Di Pietro che però le primarie non le ha introdotte ancora e a cui, chissà perché, Grillo non se la sente di contendere la guida del partito), sta la nuova era della democrazia partecipativa, dei referendum, delle leggi scritte sotto dettatura popolare, della «votazione diretta del candidato», della fine della delega in bianco: stanno insomma i miracoli resi possibili dalla Rete, dove Grillo prospera. Ma se questo è il profetico messaggio, quel che il PD deve temere non è certo che Grillo prenda la tessera, e faccia così il contrario di quel che va predicando circa l’inutilità dei partiti, ma che non sia forte abbastanza, nella base democratica stordita da un paio di anni di partito non liquido ma in liquefazione, la convinzione e l’orgoglio con cui va difeso tanto il sistema delle istituzioni rappresentative quanto il concorso dei partiti a determinare con metodo democratico la politica nazionale, come detta la Costituzione.
Dopotutto un comico, poiché è tale, ha tutta la libertà di contraddirsi: può contemporaneamente dire che i partiti non servono più e candidarsi a guidarne uno; può nello stesso tempo disprezzare il sistema politico del paese e volerne far parte; può rivolgersi alla base del PD contro i suoi dirigenti, ma non per chiedere voti per il proprio movimento, bensì per chiedere di fare lui stesso il dirigente. Può fare questo e molto altro, di qui ad ottobre. Quel che invece proprio non può fare, purtroppo, è che invece toccherebbe al PD di fare, è recuperare quel che resta, in Italia e nei partiti, del significato dell’impegno politico.

La proposizione perfetta/11

"Gravi errori di metafisica sono dovuti al fatto di considerare il futuro come qualcosa che diventerà passato"

(Le altre proposizione perfette si possono ritrovare a partire da qui)

Freud e il tormentone musicale

Com’è che una cosa si ripete? Sembra facile: prima una volta, poi una seconda, e allora la cosa si sarà ripetuta. E invece non è tanto facile, perché le «volte» non si possono mettere così ordinatamente in fila: prima l’una, poi l’altra. La prima volta che una cosa accade, infatti, lì per lì non è ancora la cosa che è: se lo fosse, vorrebbe dire che è riconoscibile come tale; ma una cosa che è riconoscibile è una cosa che è già accaduta, che ritorna, che si ripete come la stessa cosa, non una cosa che accade per la prima volta. Dunque una prima volta non c’è mai per nessuna cosa.

Questa profonda verità speculativa, che mette in qualche imbarazzo i teologi – i quali hanno un gran bisogno nelle loro narrazioni di una prima volta – fa invece la felicità dei musicisti. Soprattutto d’estate, quando parte immancabilmente la caccia al tormentone musicale, alla canzone che non si sa bene in forza di quale misterioso meccanismo si impone all’attenzione di tutti, rimbalza alla radio, si scarica dalla rete, si ascolta al mare o in discoteca senza interruzione di sorta. Ma il mistero del meccanismo è presto svelato: l’uomo è un animale ripetitivo, e lo è da sempre. Lo è fin da quando, bambino, ha bisogno di una ninna nanna che lo accompagni dondolando nel buio e nel sonno. Grazie al motivo che ritorna, al ritornello che si ripete, il mondo attorno alla culla non apparirà più sconosciuto e imprevisto, ma confortevole e rassicurante quanto può esserlo ritrovare ogni volta un filo che mai non si interrompe e sempre si lascia riafferrare. Ecco, allora, che cos’è un tormentone: da una parte è un motivo commerciale, per lo più mediocre, di facile ascolto e di ancor più facile presa, quasi mai una pietra miliare della storia della musica; d’altra parte, però, nonostante la povertà del suo ordito musicale, il tormentone non è mai contenuto semplicemente in una formula, così che ad inizio di ogni estate si possa stabilire a tavolino, applicando meccanicamente la formula, quale canzone si installerà nel nostro cervello senza uscirne prima della fine delle vacanze. Se infatti una formula ci fosse, allora vorrebbe dire che si tiene già saldamente per le mani, fin dall’inizio, il filo che si tratta invece ogni volta di ritrovare – come il famoso rocchetto che il piccolo Ernst, nipote di Freud, lanciava lontano vedendolo ogni volta scomparire per poi trarlo a sé, facendolo nuovamente ricomparire. Ernst aveva solo diciotto mesi al tempo in cui lo zio lo osservava con tanta attenzione, ma anche se avesse avuto diciotto anni certo non lo avrebbe fatto desistere un parente – magari meno interessato alla sua psiche di zio Sigmund – che gli si fosse avvicinato per spiegargli quanto insulso fosse quel gioco, e come fosse facile ritrovare quel rocchetto che, lanciato lontano, rimaneva pur sempre legato al filo. Il fatto è che non si trattava di un gioco di abilità, ma solo di un determinato modo di scandire il tempo, di controllare le emozioni, e di inserire lungo il filo di una storia l’esperienza traumatica della separazione dalla madre, che il lancio del rocchetto, con il suo ritmo fatto di allontanamenti e avvicinamenti, metteva sempre nuovamente in scena. La coazione a ripetere, che spingeva il nipotino a giocare, spinge tutti noi a cercare il ritmo dell’estate, la canzone che funziona, il motivo che si impadronisce dei nostri pensieri appena smettiamo di pensare. E non è affatto strano che tocchi spesso a un ritornello banale un così alto onore, perché per l’appunto quel che ci cattura non è la riuscita artistica, la perfezione formale o la ricercatezza musicale, ma molto semplicemente un certo modo, il più semplice e a portata di mano, di far passare il tempo: il primo trauma che la ripetizione ci aiuta ad affrontare è infatti il tempo stesso, l’origine di tutti gli allontanamenti e le separazioni. È il piccolo insegnamento a basso costo che ci viene ad ogni nuova estate. Certo, si può sempre scegliere di vivere una vita integralmente autentica, che grosso modo significa: presa senza alcuna distrazione e senza facili accomodamenti in un’abissale vertigine, ebbra di nulla o di Dio. Allora la superficialità delle vacanze che milioni di italiani sono chiamati a inventarsi con un occhio assai prosaico al portafoglio apparirà intollerabile. Se però non siete di quelli che affrontano l’estate con lo sguardo supercilioso con cui taluni non solo disprezzano i motivetti di facile ascolto, ma guardano con malcelata commiserazione tutti gli altri che si affollano sulle spiagge o nelle sagre di paese, allora i grandi successi dell’estate fanno per voi. Il che tuttavia non significa, a pensarci, che non sia comunque il caso di leggere buoni libri o ascoltare anche della buona musica, tra un tormentone e l’altro

(Il Mattino).

Situazionismo

A proposito del passo compiuto ieri, mancavo di dire che, per equilibrare, al mattino avevo acquistato Lotta comunista, che sotto la testata recita: Proletari di tutti i paesi unitevi. Organo dei gruppi leninisti della sinistra comunista. Opposizione proletaria all’imperialismo europeo e all’imperialismo unitario.

(Con un gesto altamente situazionista, ieri stavo per lasciare distrattamente il foglio nella sede del comitato di uno dei candidati alla carica di segretario del PD. Poi non ho avuto cuore, ma devo dire che l’analisi del risultato elettorale – "Il PD preso in contopiede dal nuovo interventismo di Stato" – condotta sulla base dei dati forniti dall’Istituto Cattaneo, era fatto molto bene e sarebbe potuta tornare assai utile).

Insegnamenti metafisici

Enrico (a tavola, dopo avere seguito un certo spot): – Papà, ma che cosa ci vuole per fare il legno? –
Io: – Un albero -.
Enrico: – E per fare un albero? –
Io: – Un seme -.
Enrico – Eh? -.
Io: – Sì. Dal seme crescerà l’albero -:
Enrico: – E per fare un seme? -.
Io: – Un frutto-.
Enrico: – E per fare un frutto? –
Io (con tono di soddisfazione): – Un fiore! –
Enrico (insofferente e palesemente insoddisfatto per le continue risposte): – E allora per fare Dio? -.
Io: – Un altro dio? -.
Enrico: – E come ci fa a esserci un altro dio prima di fare Dio? –
Io: – Giusto. E allora come si fa? –
Enrico: – Dio non si fa. Dio esiste da sempre. Non hai capito, papà! -.

Ora fatale

Stasera ho preso la tessera del PD. (A Baronissi, per ora siamo in nove)

Ti odierò finché campo

Non ho avuto cuore di tradurre, ma una reazione così dura a una stroncatura io non l’ho mai letta:

Vous avez désormais tué mon livre aux Etats-Unis, rien de moins. Deux ans de travail fichus en l’air par un misérable articulet de 900 mots…. Je vous haïrais jusqu’à mon dernier jour. Je vous souhaite le pire de ce qui pourra vous arriver à chaque étape de votre carrière. J’en observerai le processus avec un intérêt mêlé d’une joie maligne
 
La reazione proviene dal filosofo Alain de Botton, uno che presenta i suoi libri dicendo giustamente che li scrive per rendere il mondo più bello; uno che è diventato famoso scrivendo Le consolazioni della filosofia, ma che – devo dire – si è occupato anche dell’"ansia da status [che] è un sentimento che accompagna l’uomo da sempre". D’altra parte, io non ho mai letto un suo libro, e va bene così).

Rifare i conti con la Cina

 La visita del presidente cinese Hu Jintao, dieci anni dopo la precedente visita di Jiang Zemin, segna una nuova tappa nei rapporti fra il nostro Paese e la Cina. Secondo l’ex ministro De Michelis, presidente del comitato strategico della fondazione Italia-Cina, la visita di Hu è «la ricaduta indiretta più importante dello svolgimento in Italia del G8». Bastano i numeri che il colosso economico cinese può vantare per rendere ben fondato questo giudizio. Fatti tutti i migliori auguri all’esito di questi incontri ad alto livello, che potranno solo intensificare scambi e cooperazione, rimane comunque il fatto che un alone di inquietudine politica e culturale continua a circondare il confronto con la Cina.

È così dal tempo dei viaggi missionari, nel ’600, quando i gesuiti che ripercorrevano i sentieri dell’antica via della seta giungevano al cospetto di una civiltà antichissima e stupefacente, con cui però era difficile trovare punti di contatto. Tornavano in patria dopo lunghi anni, riportando le «strabilianti ultime novità della Cina», e lasciavano gli europei divisi fra quanti si convincevano che si trattava dell’Impero del Demonio, che si doveva «distruggere per stabilirvi quello di Gesù Cristo», e quanti, invece, se non pensavano addirittura che Cristo e Confucio avessero insegnato le stesse cose, credevano tuttavia che la «filosofia naturale» dei cinesi, cioè la loro visione del mondo, non fosse troppo distante dalla nostra: non al punto che non si potessero trovare insieme le strade del reciproco rispetto e della reciproca comprensione. Il fatto è che oggi come allora non è semplice prendere le misure al colosso asiatico. Il terreno di confronto si è spostato dal piano culturale e religioso a quello economico e politico, ma le incertezze nella condotta occidentale permangono, tanto negli Usa quanto in Europa (e di conseguenza anche in Italia, spesso all’interno dello stesso schieramento politico). In effetti, finché le potenze europee hanno potuto sfruttare il vantaggio competitivo accumulato nel corso dell’800, dalla rivoluzione industriale in poi, la Cina non ha rappresentato un problema. Ma da quando quel vantaggio ha preso ad assottigliarsi, e le stime dimostrano che sotto molti aspetti va riducendosi fino a scomparire, il problema di un nuovo ordine mondiale che tenga conto della crescita economica cinese si pone in forma nuova. È difficile credere che pesi politici (e militari) non si ridefiniscano in conseguenza dei mutati pesi economici e finanziari. Ed è ingenuo assumere che il «miracolo» cinese e il conseguente ridimensionamento dell’egemonia americana possano avvenire senza mutamento alcuno entro la cornice, le regole e le istituzioni internazionali costruite dall’Occidente. Basti pensare al piccolo cenno che si trova nelle ultime dichiarazioni rilasciate da Hu al Corriere della Sera: «Vogliamo rafforzare i controlli sui mercati finanziari e promuovere la riforma sul sistema finanziario internazionale e, appunto, incrementare la rappresentanza e il diritto di parola dei Paesi in via di sviluppo». La domanda è allora: quanto della dottrina neoliberale che ha guidato la globalizzazione negli ultimi trent’anni (il cosiddetto «Washington consensus»), e che la crisi in atto ha già scosso, rimarrà immutato con l’inedita presa di parola dei Paesi in via di sviluppo guidati dalla Cina? E poiché, come diceva Schumpeter, i mercati finanziari sono «il centro di comando del sistema capitalistico», come escludere che avvengano mutamenti significativi dalle parti del «centro di comando»? Il filosofo francese Deleuze riconduceva la differenza fa la Cina e l’Occidente a quella che corre tra l’antico gioco orientale del go e gli scacchi. Gli scacchi sono un gioco di presa, di cattura: Bianchi e Neri si mangiano i pezzi avversari. L’ultimo ad essere catturato sarà il Re, e allora lo a partita avrà termine. Nel go, invece, si dispongono quietamente, una dopo l’altra, le pietre bianche e nere sulla scacchiera (il «goban»), allo scopo non di catturare e annientare l’avversario, ma di formare territori sempre più ampi, circondando o mettendo fuori uso le forze avversarie. Nella dottrina cinese ufficiale dell’«heping jueqi» – che più o meno vuol dire: emergere rapidamente ma pacificamente – c’è forse qualcosa della strategia di quell’antico gioco. Hu Jintao e i dirigenti cinesi non mancano da anni di rassicurare l’Occidente: nessuna corsa all’egemonia, all’uso della forza, agli armamenti, a una nuova divisione del mondo in blocchi contrapposti; ma nei territori che si scompongono e ricompongono sulla scacchiera del mondo, qualcosa, pacificamente ma rapidamente (e inesorabilmente), va cambiando. 

(Il Mattino)

Cartine

Al termine di un lungo articolo in cui spiega come coi personaggi romanzeschi non si può scherzare Umberto Eco conclude che dunque, data l’irrefutabilità di asserzione del tipo: "Superman è Clark Kent (e viceversa)", si può concludere che "la funzione epistemologica degli asserti romanzeschi è che possono essere usati come cartina di tornasole per l’ irrefutabilità di ogni altro asserto".

Usiamoli. Io dico: "Garibaldi aveva la barba". Eco mi spiega che di sicuro è un asserto dubitabile (basato com’è su fonti storiche, documentali, iconografiche, ecc. ecc.) e non su un’esperienza diretta irrefutabile, Ma se io capisco questa spiegazione, non vedo cosa aggiunga l’uso dell’asserzione tipo di Eco. L’uso dell’asserzione tipo di Eco mi serve piuttosto nel caso non capisca cosa mai voglia dire "irrefutabile". Allora Eco potrebbe dirmi:vedi questa proposizione? Questa è irrefutabile, la tua non lo è allo stesso modo.

Bene. E se io rispondessi: "Oh bella, tu parli di un mondo fittizio, e la tua è l’irrefutabilità di un’asserzione riferita a un mondo fittizio. Non sarà che il tuo asserto è irrefutabile perché riferito a un mondo fittizio? E perché mai "vero in un mondo fittizio" dovrebbe fungere da cartina di tornasole di ciò che vuol esser vero rierito a un mondo reale? Facciamo così: io chiamo "mangiassassi verde" quell’animale che vive sotto terra, mangia i sassi ed è di colore verde. Non ti pare ora irrefutabile l’asserzione che il mangiasassi è quell’animale che vive sotto terra, mangia i sassi ed è di colore verde? Serve a qualcosa ora l’assumere tutto ciò a cartina di tornasole di alcunché?"

Le cartine: non sempre c’è da fidarsi (e nemmeno delle asserzioni tipo di Eco, come ricorda Luca, che mi ha segnalato il suo articolo)

Tra le colline senesi

"Non riesco ad abituarmi a come scende la notte"