Archivi del giorno: luglio 19, 2009

E ora Obama dopo Grillo?

E se il coordinatore del circolo PD di Vattelapesca inviasse fermo posta la tessera di iscrizione del partito a Barack Obama? Conosciamo l’obiezione: Obama non è cittadino italiano. E poi non ha nemmeno fatto richiesta. Ma sappiamo anche come replicare, grazie al coraggio politico di Andrea Forgione, il coordinatore del circolo di Paternopoli che, non richiesto, ha avuto la premura di tesserare Beppe Grillo compilando per lui il modulo d’iscrizione. Primo, ha detto, mi sta simpatico – ed è un argomento vincente, di questi tempi: lo ha usato già la Serracchiani per motivare la sua scelta pro Franceschini. E dunque: a chi non sta simpatico Barack Obama? Secondo, ha continuato, il partito deve tenere «porte e finestre aperte per tutti», sicché, in una concezione così ampiamente inclusiva, non c’è un solo buon motivo per non iscrivere Obama. Sarebbe anzi un gran colpaccio. Perché allora non provarci? Di cosa dovremmo avere paura, noi uomini liberi? Vi sono forse problemi formali, regolamentari, statutari? Andrea Forgione ha la risposta anche in questo caso: «è una questione di principio e di libertà». Affermare un principio varrà o no più di mere questioni anagrafiche, di residenza o di cittadinanza?
Per la tessera a Obama, i presupposti, dunque, ci sono tutti. E se una qualche commissione di garanzia del partito osasse invalidare l’iniziativa libera e democratica del circolo Vattelapesca, l’«umile» Forgione correrebbe in suo aiuto, bollandola seduta stante così: «il pronunciamento della commissione nazionale non ha valore perché si tratta di una commissione di cooptati». Sul sito web di Grillo, Forgione non s’è tirato indietro: non ne so nulla, ha detto, di commissioni del genere, so solo che somigliano tanto a quelle del PCUS di una volta.
Nientemeno! Come sa essere ironica, a volte, la sorte! Nel momento in cui la forza dei partiti italiani è al suo minimo storico; e al suo minimo anche la consistenza degli apparati, si trova un coordinatore di circolo che sente irresistibile l’impulso di sputare sulle regole del partito nel quale milita, e bollare come sovietiche le determinazioni prese a norma di statuto.
Ma si trattasse solo di questo, si potrebbe lasciar perdere Forgione e il suo baldanzoso entusiasmo democratico (sebbene siamo sicuri che il suggerimento di tesserare Obama lui o qualcun altro lo raccoglierà senz’altro). In fondo, Grillo ha persino ragione, quando ironizza sulla risposta da legulei che il partito democratico ha dato alla sua richiesta di tesseramento. Per due ragioni, una seria e l’altra meno seria.
Quella meno seria ricorda una regola non scritta della comunicazione, la quale dice: se il tuo interlocutore se ne esce con una battuta, un proverbio, una metafora, per essere efficace la tua risposta deve essere un’altra battuta, un altro proverbio, un’altra metafora. Non c’è bisogno di dire dunque come andrebbe risposto all’inventore del Vaffa day. Il quale, peraltro, promette che da segretario la prima cosa che farebbe sarebbe di cacciare «mille persone, quelli che hanno più di due legislature, tutti quelli invischiati in affari loschi a partire da Bassolino». E come lo farebbe, si dovrebbe chiedere a lui o a Forgione? A termine di statuto o in base al suo insindacabile giudizio?
Quella seria concerne invece l’indirizzo a cui Grillo si rivolge col suo Vaffa. Lo ha spiegato per l’ennesima volta ieri sul suo cliccatissimo blog: «in Italia i partiti sono solo i celebranti della liturgia del potere» e «rappresentano sempre più spesso la schiuma della società». Di contro al vecchiume corrotto e oligarchico rappresentano dai partiti e dai loro leader (tutti – indistintamente – salvo Di Pietro che però le primarie non le ha introdotte ancora e a cui, chissà perché, Grillo non se la sente di contendere la guida del partito), sta la nuova era della democrazia partecipativa, dei referendum, delle leggi scritte sotto dettatura popolare, della «votazione diretta del candidato», della fine della delega in bianco: stanno insomma i miracoli resi possibili dalla Rete, dove Grillo prospera. Ma se questo è il profetico messaggio, quel che il PD deve temere non è certo che Grillo prenda la tessera, e faccia così il contrario di quel che va predicando circa l’inutilità dei partiti, ma che non sia forte abbastanza, nella base democratica stordita da un paio di anni di partito non liquido ma in liquefazione, la convinzione e l’orgoglio con cui va difeso tanto il sistema delle istituzioni rappresentative quanto il concorso dei partiti a determinare con metodo democratico la politica nazionale, come detta la Costituzione.
Dopotutto un comico, poiché è tale, ha tutta la libertà di contraddirsi: può contemporaneamente dire che i partiti non servono più e candidarsi a guidarne uno; può nello stesso tempo disprezzare il sistema politico del paese e volerne far parte; può rivolgersi alla base del PD contro i suoi dirigenti, ma non per chiedere voti per il proprio movimento, bensì per chiedere di fare lui stesso il dirigente. Può fare questo e molto altro, di qui ad ottobre. Quel che invece proprio non può fare, purtroppo, è che invece toccherebbe al PD di fare, è recuperare quel che resta, in Italia e nei partiti, del significato dell’impegno politico.