La nostalgia che non serve pe il futuro

Una domanda: quanti milioni di ore di lavoro perse è in grado di sopportare oggi il Paese? Probabilmente meno che nel 1969, quando i milioni furono trecento. Ma vedendo in questi giorni il fotogramma dell’impronta che Neil Armstrong lasciò sul suolo lunare, nel luglio di quell’anno lontano, ci piace dimenticare quel che intanto accadeva sulla Terra. Ci piace ascoltare le voci che gracchiavano nei microfoni, osservare i balzi sfocati degli astronauti protetti dalle loro bianche tute spaziali e, affatturati dal cielo buio e senza atmosfera della luna, non percepire assolutamente nulla del clima rovente di quell’anno cruciale, che si aprì con scioperi e cortei in tutta Italia, in gennaio, e si chiuse con la strage di piazza Fontana e la morte dell’anarchico Pinelli, in dicembre.
Né il mese di luglio era stato tranquillo: tra lotte bracciantili, occupazioni di fabbrica e manifestazioni per il Vietnam, gli italiani che, Apollo o non Apollo, rimasero a testa in su a guardare affascinati la luna, nelle successive notti d’estate, probabilmente non furono molti: troppi striscioni da preparare, troppi fogli da ciclostilare, troppo furore ideologico da sbollire.
Quarant’anni dopo, però, ci fa ancora simpatia rivedere in tv il bisticcio fra Tito Stagno e Ruggero Orlando sul momento preciso dell’allunaggio, o ascoltare la telefonata di congratulazioni più famosa della storia fra gli astronauti e il Presidente Nixon.
Va così: nel ’69 ci furono per esempio Woodstock e l’Isola di Wight, e l’ondata di celebrazioni prevede oggi di tutto, dai dischi alla gadgettistica, dalle ospitate televisive di cantanti appesantiti dall’età ai libri, pieni di testimonianze e di nostalgiche fotografie in bianco e nero. Per riavere però di quegli anni un’edizione all’altezza dell’originale dovremmo prenderci, a rigore, il pacchetto completo. Gli happening, le manifestazioni e tutto quello che c’era attorno: i gruppi extraparlamentari e i nudi integrali ai concerti, le conferenze stampa tra le lenzuola di John Lennon e Yoko Ono e lo Statuto dei lavoratori (pure quello, a pensarci, fa quarant’anni: presentato nel giugno del ’69, fu approvato in via definitiva l’anno successivo: che facciamo, celebriamo?).
E invece no: immaginiamo di poter avere il viaggio sulla Luna senza la guerra fredda, la musica rock senza la contestazione giovanile, e persino il Pci senza il centralismo democratico o la Democrazia cristiana senza i governi di transizione: per stare a quarant’anni fa, basti pensare che tra il ’68 e il ’70, entranti o uscenti, l’Italia di governi ne ebbe sei: Moro, Leone, Rumor, Rumor, Rumor, Colombo. Un bel filotto, non c’è che dire.
Questa, poi, di tutte le nostalgie è la più strana. Non che la DC o il PCI non abbiano avuto meriti storici e non sia giusto ricordarli, ma che all’interno dell’opposizione il rapporto con il passato sia ancora tema di confronto politico, e che soprattutto si pretenda, con esso, di dividere il campo dei contendenti alla segreteria del PD è abbastanza preoccupante. E di nuovo: non perché la storia non conti, perché anzi conta parecchio; quel che dovrebbe contare un po’ meno, è piuttosto la sua rappresentazione di comodo.
Il fatto è che la memoria è selettiva. Che lo sia, in verità, è salutare: se ricordassimo tutto, ma proprio tutto, saremmo come quel triste personaggio di Borges, «Funes el memorioso», «l’uomo che non aveva la forza di dimenticare», il quale, sopraffatto dal cumulo sterminato delle cose viste e sentite, morì a soli diciannove anni, «antico come l’Egitto» e del tutto incapace di vivere nel presente.
Senza un po’ di smemoratezza non c’è futuro, quindi. Ma quando la smemoratezza ti condanna a ripetere il passato, o a costruirtene una versione light, nostalgica e posticcia, tutta vintage e oggetti d’epoca e cinegiornali d’annata, non c’è molto futuro neanche in questo caso.
Bergson diceva che, quando le cose vanno come devono andare, i nostri ricordi si inseriscono nel normale circuito che va dalla percezione all’azione, e servono a quest’ultima. Capita però che a volte si crei un buco tra la prima e la seconda, e che in quel buco i ricordi siano rilasciati liberamente, svincolati dal servizio all’azione e quindi anche dallo spazio pubblico in cui l’azione è chiamata a svolgersi. In Italia sembra però che accada il contrario. Che lo spazio pubblico sia occupato da ricordi puri, inservibili al presente, e che l’agire sia rimesso invece ad una dimensione privata, strettamente individuale. La memoria collettiva vive così soprattutto nei costumi degli italiani – nei tinelli o nelle radioline a transistor, nelle lambrette o nelle vacanze al mare – così come in altre epoche è vissute nell’arte o nella poesia: dove invece non riesce più a vivere senza grossolane semplificazioni è in uno spazio autenticamente storico.
In questo modo, di ore di lavoro se ne perdono di meno, e questo è pure un bene, ma difficilmente si guadagna anche un futuro per il nostro paese.

Una risposta a “La nostalgia che non serve pe il futuro

  1. non mi pare che ci sia una seria meditazione rispetto ai cruciali anni 70, meditazione che si pone più urgente proprio a chi vorrebbe ancora oggi dirsi socialista o comunista. gli errori teorici e di prassi, gli slogan assurdi che ci hanno perso… nulla di questo sarà veramente considerato perchè chi dovrebbe fare per primo questa riflessione è stato o è ancora troppo vicino al potere.

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