Napoli oltre la selva oscura

L’articolo che è apparso oggi su Il Mattino, e che linko sotto, è il terzo di una serie cominciata in agosto, sotto la seguente dicitura: "Comincia con questo articolo una serie dedicata a pensatori, economisti, filosofi e storici, ancora oggi punto di riferimento della cultura e della società del Sud". Pubblicherò perciò nei prossimi giorni i primi due. Intanto, godetevi questo:

A molte parole è capitato di trasmigrare da un posto all’altro nell’enciclopedia dei saperi. Una di queste parole è ‘memoria’, che si usa ormai in ambiti che nulla hanno a che fare con l’uomo, o con gli dèi (prima ancora di essere una facoltà dell’uomo, la Memoria è stata infatti una divinità), ma, per esempio, con i computer o le videocamere. O con la psicologia cognitiva e le neuroscienze, in cui nulla o quasi si trova del suo antico impiego e del suo vasto regno.
A Giambattista Vico tutto interessava meno dei convolvoli nervosi della mente umana. Di essi si era occupato Descartes, e si sarebbe occupata l’intera impresa scientifica moderna. Ma a quell’impresa Vico rimase estraneo, attirandosi per questo l’accusa di essere rimasto all’oscuro di quello che accadeva nei luoghi più avanzati di produzione della cultura europea. Un po’ come se qualcuno si occupasse oggi di memoria e di spirito ignorando tutto quello che si dice in lingua inglese a proposito di memory e mind, di cervelli elettronici e di neuroimaging. Costui meriterebbe una simile accusa, perché la corrente principale delle attuali ricerche va proprio in quella direzione: a patto però, ed è un patto che non va onorato, che la memoria non riguardi più il mondo civile discoverto da Vico: il linguaggio, la storia, e insomma "questo mondo civile [che] certamente è stato fatto dagli uomini". Nei laboratori di psicologia tutte queste cose per lo più non vi entrano – o, se vi entrano, vi entrano a titolo di ricordi individuali: così come sono immagazzinati nel cervello di ciascuno. L’ipotesi che la memoria individuale sia invece fondata sopra la memoria sociale, e non viceversa, e che quest’ultima sia depositata anzitutto nelle istituzioni del mondo umano e civile (l’ipotesi che la memoria – e così l’uomo stesso, l’uomo tutto intero – sia meno affare della psicologia che della storia e della politica) è essa estranea ai ricercatori di oggi, ed è invece al centro della Scienza Nuova: questa "montagna di Golconda, aspra di rupi e gravida di diamanti", come disse Vincenzo Monti, scalata a lungo solo da pochi temerari, ed ancora oggi molto meno conosciuta e meditata di quanto non dovrebbe essere.
Se non altro per la ragione che rimbalza nelle polemiche sulla preparazione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. "L’idea di una sorte comune dotata di qualche senso" ha scritto Galli della Loggia "non entra più in alcun modo nei discorsi dei nostri politici", e più in generale nel discorso pubblico condiviso. Una simile idea non potrebbe naturalmente essere l’escogitazione di qualche singola mente (mentre il calendario delle iniziative per la ricorrenza sembra proprio essere, allo stato, il frutto di trovate s-logate – cioè, con Vico: prive del loro giusto «luogo» nella memoria collettiva), ma è o dovrebbe essere il pozzo comune al quale attinge ogni italiano per essere e sentirsi tale.
Per dirla ancora con Vico: il nostro "dizionario mentale comune". Ma è sufficiente pensare a quanto sarebbe difficile stilare oggi il dizionario mentale comune degli italiani, per comprendere l’importanza di ricollegarsi alla riflessione vichiana sulla storia e sulla memoria. E presentarla e condurla, questa riflessione, nel modo in cui la presentava Pietro Piovani, fondatore del Centro di Studi Vichiani: come "una lotta col suo tempo nel suo tempo" – una lotta, peraltro, che ancora oggi tanta parte dell’intellettualità napoletana e italiana dovrebbe pur intraprendere, se come Vico avversasse la filosofia monastica e solitaria, e fosse più preoccupata della "gloria della patria" ("perché quivi è nata e non in Marrocco", per dirla con il giusto orgoglio dell’autobiografia vichiana) che non delle proprie personali traversìe e disavventure.
Sul piano intellettuale, la lotta di Vico aveva due grandi bersagli: la boria de’ dotti, e la boria delle nazioni. I loro nomi moderni sono: logocentrismo da un lato, etnocentrismo dall’altro. Entrambe le forme dell’arroganza politica e culturale nascono dall’ignorare quel che il "taglio netto" (così lo chiamò Croce) della storia profana dalla storia sacra gli permise di considerare: che cioè "le origini di tutte le cose debbono per natura esser rozze", e che dunque anche l’universalismo filosofico della ragione occidentale ha origini assai poco nobili e pure (cosa di cui invece Croce assai poco si avvide). Ma basterebbe forse dire che la ragione ha un’origine e una storia, per scrollare molte delle certezze di cui si nutre il senso comune, a proposito di ciò che è universalmente logico o razionale.
Tutto ciò viene però sbrigativamente rubricato sotto il segno dello storicismo, poi del relativismo, come se non vi fosse altro terreno sul quale possa attestarsi un’adeguata coscienza storica. Come se la critica vichiana del concetto di un’immutabile natura umana non potesse avere punto di caduta diverso dal fiacco riconoscimento della relatività delle istituzioni umane. Come se storicità significasse per ciò stesso la festa della individualità e della diversità umana, e non anche, in questa diversità e varietà, la ricerca dell’universale. Del dizionario mentale comune.
Una tal ricerca, condotta in mezzo ai "frantumi" della storia, viene perciò tradita, quando l’individualità della propria visione viene rivendicata contro l’universale, invece di essere una lotta per l’universale. Viene fraintesa, quando la memoria si raggomitola su se stessa e raggrinzisce, mentre l’universale che fa la storia e da cui la storia è fatta viene lasciato alla tecnica e alla scienza moderna.
Questa poi è l’illusione di Napoli e di tutti i Sud del mondo: che forse dalla modernità ci si può appartare, per starsene magari al riparo di una natura benigna, nell’incanto di una "bella giornata", perduta e perciò recitata, come ha spiegato Raffaele La Capria. Il fatto è però che la natura non si disegna affatto come un geroglifico luminoso sull’intonaco bianco di Palazzo donn’Anna, ma si presenta (nei vicoli della città più antica o nelle moderne periferie della barbarie dispiegata) con la ferocia immemorabile di quella selva oscura, di quella ingens sylva nel e col proprio tempo., come la chiamava Vico, che è il cuore più antico e violento di ogni memoria. E in cui si finisce perciò con lo scivolare, senza più avere la forza di aprirsi in esso un varco, e una luce. Dimenticarlo, è dimenticare la lezione di Vico, e con essa l’obbligo più profondo che ha ciascuna generazione di lottare
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