La morale dell'economia

Ma che genere di scienza è, l’economia? La crisi da cui stentiamo ancora a venire fuori ha, tra le altre cose, riproposto una domanda del genere. Il biografo di Keynes, Robert Skidelsky, ha ricordato di recente quel che tutti sanno (anche se spesso dimenticano): che cioè, nonostante i sofisticati modelli matematici a cui fa volentieri ricorso, la scienza economica non ha affatto raggiunto lo statuto di una scienza esatta. «È una scienza morale, non naturale», diceva Keynes, e come tutte le scienze morali riesce meglio a descrivere come vanno le cose che non a prevedere come andranno. Nessuna equazione matematica può contenere il significato di un atto economico, e immaginare di descrivere il comportamento degli individui a prescindere dal significato dei loro atti è una pura illusione. Skidelsky ha proposto perciò una ricostruzione del sapere economico basata sul reinserimento e la valorizzazione, nei curricula accademici, di discipline filosofiche, sociologiche, storico-politiche.
Ora, dal momento che nell’ambito delle scienze modernizzazione significa matematizzazione, l’idea di Skidelsky è sembrata antimoderna; e invece ci riporta diritti alle origini del progetto illuministico della modernità, quando l’economia si affacciò per la prima volta alla ribalta pubblica, in mezzo all’etica e alla politica. La cosa accade in Francia, con Quesnay, in Scozia, con Adam Smith, ma anche a Napoli, per merito del primo che in Europa tenne una cattedra di economia, Antonio Genovesi, che, dal 1754, fu Regio Accademico di «Commercio e Meccanica», e scrisse poi il suo capolavoro in materia, Delle lezioni di commercio o sia di economia civile, apparso nel 1768.
Dalle sue prime ricerche metafisiche Genovesi si volse all’economia «per riguardo all’umana felicità», convinto cioè che le scienze e le arti dovessero essere utili all’uomo: alla sua “miglioria”. Può darsi che sulla svolta abbiano pesato le accuse di eterodossia che si era attirato con i suoi primi studi, o che a favorirla sia stata una certa affinità intellettuale con le esperienze più avanzate della cultura europea: sta il fatto che Genovesi non mise molto a passare dall’utilità della religione a fini civili a quella dell’economia, delle scienze agrarie e più in generale di una filosofia “tutta cose”. In quegli anni, l’interesse individuale si andava liberando dei pregiudizi morali e religiosi che da sempre lo accompagnavano: Mandeville aveva spiegato, nella Favola delle api, che i vizi privati (cioè gli egoismi individuali) si convertono, nello spazio pubblico, in virtù, e Adam Smith avrebbe di lì a poco inventato la metafora della “mano invisibile” per spiegare come l’agire dei singoli possa produrre, a livello generale, effetti inintenzionali e tuttavia razionali. Anche Genovesi seppe riconoscere la centralità del momento individuale nel dispiegamento della vita economica, ma difese l’idea che, ci sia o no il tocco di una mano invisibile, spetti comunque ai governi mettere una ben visibile mano nella realizzazione di una politica economica indirizzata al benessere dei popoli. E a guidare quella mano doveva essere la conoscenza dei luoghi e degli uomini, della storia e delle lettere, più che quella dei numeri.
Il più brillante allievo napoletano di Genovesi, l’abate Ferdinando Galiani, ebbe dal suo maestro almeno due atout da giocare: la prima consisteva nell’avviso a non mutare la fiducia illuministica nella ragione umana in un dogmatismo artificioso, che al suo maestro fu sempre estraneo; la seconda, nel cercare con ostinazione il punto in cui i saperi e i poteri potessero coniugarsi insieme per promuovere la pubblica felicità.
Galiani giocò egregiamente la prima carta. Sul tavolo della scienza economica, il trattato Della moneta, scritto a poco più di vent’anni, penetrava nei segreti della politica monetaria dei Principi come nessuno prima d’allora, mentre il successivo Dialoghi sui grani mostrava la scintillante capacità dell’abate di disfarsi di quei teoremi che, come certe operazioni perfettamente riuscite, fanno morire il paziente. La concretezza delle analisi di Galiani era contenuta nel principio, che ispira ancora troppo poco i nostrani legislatori, secondo il quale non deve «una legge che vieta alcuna cosa duellare col guadagno che la consiglia».
Ma la seconda carta fu giocata da Galiani assai meno bene: chiamato da Lord Acton e dalla regina Carolina nel Supremo Consiglio delle Finanze, non seppe incidere veramente negli indirizzi di governo. Preferì anzi, per mero tornaconto personale, comportarsi da cortigiano più che da statista, dimostrando così che, all’incrocio dei saperi e dei poteri, è sì da evitare il dottrinarismo astratto, ma anche il difetto contrario: la conversione del realismo in puro cinismo.
Passa un secolo, poco più. Napoli è ormai una delle città del nuovo Stato unitario. Dopo l’unificazione, ha perduto d’un colpo tutte le risorse, per lo più legate allo status di capitale, che ne avevano in passato alimentato la grandezza. La “questione meridionale” diviene così la forma nuova e drammatica in cui si pone il problema che ebbe a suo tempo Genovesi: come innescare lo sviluppo economico, sociale e civile del Mezzogiorno, come favorire la saldatura fra la consapevolezza delle scienze economiche e sociali circa l’arretratezza del Sud e l’azione politica riformatrice, in grado di porvi rimedio.
In questa partita, che non si gioca più alla corte di Ferdinando ma nei quartieri di Napoli, il punto più emblematico di elaborazione è forse rappresentato dagli scritti di Francesco Saverio Nitti.
Non diede Nitti solo un contributo di conoscenza – dati e cifre che lui amava snocciolare per confutare le opinioni correnti, ad esempio: che Napoli ingoiasse più risorse pubbliche, o che il sistema tributario favorisse il Mezzogiorno, mentre accadeva esattamente il contrario, e il Nord compiva il suo grande balzo in avanti con l’aiuto delle risorse finanziare del Sud e la sua trasformazione in un mero mercato di consumo per le merci del Nord – non diede solo questo, ma elaborò anche un progetto di industrializzazione di Napoli che, acquisito dal governo Giolitti, doveva in certo modo guidare gli investimenti pubblici nei decenni successivi.
Ma l’economia è una scienza morale: scienza degli uomini, ancor più che del denaro o delle merci. A leggere Napoli e la questione meridionale si rimane colpiti dal coraggio con il quale Nitti si appella allo «spirito di opposizione» che deve crescere in città, per contrastare le politiche nordiste del governo centrale e il clientelismo del governo locale. Ma colpisce anche la mancanza di qualunque chiara indicazione delle forze sociali e politiche che avrebbero dovuto coltivare questo spirito: e contare solo su profeti più o meno ascoltati non è mai stata una buona politica. L’industrializzazione di Napoli non è stata, così, una storia a lieto fine.
Da allora è trascorso un altro secolo: non invano, ma senza tuttavia che i problemi del Mezzogiorno siano andati a soluzione. Alla generazione che oggi è chiamata a riproporre con forza la questione meridionale come questione nazionale tocca nuovamente cercare quel punto di congiunzione tra saperi e poteri già più volte avvistato, e più volte sfuggito. La modernità mostra aspetti ancora nuovi e diversi, ma, guardando indietro a chi cercò con determinazione di portarla a Napoli, si scopre che essa rimane purtroppo ancora sempre davanti, come un progetto incompiuto.
(Il mattino, 25 agosto)
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