Archivi del giorno: ottobre 26, 2009

Coca-cola e solidarietà

Che cosa c’è di più stressante di accompagnare in piscina i figli? Dico a parte la corsa, lo spogliatoio, l’attesa, poi di nuovo lo spogliatoio? Che c’è di più stressante se uno non sa ancora vestirsi da solo, mentre l’altra ci mette un’ora ed esce che deve ancora asciugare i capelli?
C’è Mauro, ecco che c’è. Il quale ti martella con la coca-cola, vuole la coca-cola, papà la coca-cola, dai la coca cola papà, e quando tu, consapevole degli altissimi rischi che corri accontentandolo, perché tutto il parentado disapprova fortemente una simile condiscendenza, quando tu però realizzi che non potendo sgridarlo oltre un certo limite o passi alle maniere forti o gli compri la coca-cola, essendo peraltro convinto che il parentado dopo tutto ha torto nell’attestarsi su una linea di ferma intransigenza, quando insomma tu infili la monetina nel distributore e tiri fuori la coca-cola, certo non ti aspetti che Mauro abbia prima bisogno di fare cacca.
E allora si fa la cacca, secondo tutte le buone regole che governano il fare cacca in un bagno pubblico (non si tocca nulla, la si fa sospesi nell’aere, al termine gli si infila bene bene la canottiera nello slippino, non si indietreggia quando Mauro dice e ridice e insiste che vai là papà la faccio da solo lasciami papà, eccetera eccetera).
Dopo di che non è che Mauro abbia dimenticato la coca-cola, che ha anch’essa le sue buone regole perché la lattina non va bene. E allora ti prendi un caffè, in fondo è cosa buona, poi vai in bagno e sciaqui il bicchiere di plastica, e finalmente stappi questa cacchio di lattina di coca-cola. Mauro si siede, vuole il bicchiere pieno fino all’orlo, tu contratti un pochino, riesci a fermarti poco dopo la metà, Mauro ti gratifica con un sorridentissimo “grazie papà!”, ma appena ha finito di bere il suo bicchiere di coca-cola, anche in questo caso secondo le buone regole che impongono di sorseggiarlo poco a poco perché la coca-cola è fredda, quando è tutto finito e tu guardi con occhio languido il libro che hai lasciato sul tavolino nella speranza di poterne leggere almeno qualche riga, ecco che la situazione volge bruscamente al peggio. Mauro ha mal di pancia. Ho mal di pancia papà!, papà mi fa male la pancia, papà mi fa male! Allora tu capisci che devi affrettarti, che bisogna tornare in bagno. Mauro andiamo in bagno, papà mi fa male la pancia, dai Mauro forse devi fare ancora cacca, no papà mi fa male. E insomma tu lo sospingi verso il bagno ma non fai a tempo ad arrivare che Mauro vomita.
Mauro vomita la pasta, l’insalata, la frittata, la banana, e innaffia il tutto con quella stramaledetta coca-cola.
Ed è allora che la popolazione di mamme che ti circonda ti guarda con muto ma infinito rimprovero, implacabile come quello che deve accompagnare il reprobo all’inferno. Perché hanno visto tutte che tu gli hai comprato la coca-cola, è inutile che dai la colpa a un virus, all’influenza o a chissà che. C’è solo un papà che, pietoso e compartecipe, ti porge un paio di fazzoletti di carta, e tu capisci in un istante cosa vuol dire la solidarietà umana, e quanto sia rara.

Il primo atto per ripartire

Una cosa è certa: il nuovo segretario del Partito democratico non potrà sedersi sugli allori. Pierluigi Bersani non godrà di un periodo, né breve né lungo, di luna di miele con gli iscritti e gli elettori che lo hanno scelto. Avrà però una base importante da cui partire: l’affluenza ai seggi. La dimostrazione di vitalità che il «popolo delle primarie» ha dato finora, ogni volta che è stato chiamato alle urne, rende improbabile, anzi persino autolesionistico, accantonare lo strumento. Ciò non toglie però che il nuovo segretario dovrà accordarlo meglio con la natura e le esigenze politiche del partito, ancora tutte da precisare. Non si può, infatti, cominciare ogni volta da tre: voto degli iscritti, voto nelle primarie, infine eventuale voto dei delegati. Con tutto il rispetto per la Bolivia, che Vassallo ha portato ad esempio per difendere la sua stravagante creatura, lo statuto del Pd andrà cambiato. I rischi di legittimazioni contrapposte, nei diversi momenti di un iter congressuale assai lungo, sono troppo alti perché il Pd possa correrli un’altra volta. Ma non è l’unica cosa a cui bisognerà metter mano. Oltre a uno statuto, il Partito democratico si è dotato di un codice etico e di una carta dei valori. Come diceva Pascal, cose del genere viene voglia di sottoscriverle anche senza conoscerle: difficile infatti immaginare che vi sia nulla di men che condivisibile. Eppure, nonostante codice e carta, il Pd fatica a trovare una via condivisa, e mette innanzi all’opinione pubblica piuttosto le sue divisioni in questa materia (divisioni che peraltro si trovano anche nello schieramento opposto) che non le assai più urgenti, e più qualificanti, ricette per uscire dalla crisi.
Ora che Tremonti fa l’elogio del posto fisso e frena il governo sull’abolizione dell’Irap, si vorrebbe ad esempio sapere: veramente il liberismo è di sinistra? Quale cultura economica starà dietro le proposte del Pd? Come si fa a far ripartire il paese? Poiché un congresso in cui discutere le famose piattaforme programmatiche dei tre candidati non c’è stato, è lecito aspettarsi che questo lavoro di costruzione di una proposta politica venga avviato subito. Entro un partito che, per stare in campo, dovrà essere per forza di cose un po’ meno liquido di quello che si era inizialmente voluto. Accanto al profilo della proposta di governo, al Pd e al suo segretario toccherà definire anche una seria proposta istituzionale. Legge elettorale e funzione dei partiti, riforma costituzionale e alleanze politiche sono questioni fra loro intimamente intrecciate: un partito che voglia incalzare politicamente la maggioranza ed il governo deve tornare a fare scelte chiare anzitutto su questo terreno. Scelte per le quali forse c’è già una bussola: respingere le spinte populiste, contrastare quindi le sirene berlusconiane e le pulsioni leghiste, ma anche certe intemerate dipietriste, sulle quali difficilmente si può costruire qualcosa. I candidati alla segreteria sono stati più volte sollecitati a pronunciarsi sulla politica delle alleanze. Ora, è evidente che di una simile questione il Pd potrà venire a capo solo se la saprà affrontare dal verso giusto. Che non è quello di misurare le attuali differenze con gli uni o con gli altri, ma casomai le future convergenze su un possibile assetto politico-istituzionale – cosa di gran lunga più importante, storicamente e politicamente, di tutte le questioni in cui il Pd inciampa e tentenna quotidianamente. Non si tratta, d’altra parte, di un terreno lontano: le elezioni regionali sono alle porte, e il Partito democratico deve essere subito capace di dimostrare di saper aggregare le forze che in questo momento sono all’opposizione intorno a una comune idea del Paese e del possibile esito della transizione italiana. Anche perché, con la nascita del Pdl e la bandiera federalista bene in vista, il centrodestra appare per la prima volta in vantaggio non solo elettoralmente, ma anche dal punto di vista della fisionomia politica da assicurare al proprio campo e all’intero sistema politico. Da ultima, ma non per ultima, la questione morale coi suoi molti risvolti. Il Pd non dovrà avere a questo riguardo la minima incertezza. Il che però non significa che la si debba eleggere, insieme allo stendardo del rinnovamento, a surrogato di una linea politica. Un surrogato di linea va bene solo per il surrogato di un partito, ed è bene augurarsi che da oggi, finalmente, il Pd non lo sia più.