Archivi del mese: novembre 2009

Voglia di morire

Il titolo del post non c’entra gran che, ma l’indimenticata canzone dei Panda andava citata. Sta di fatto che stasera, a Salerno, si presenta Morire in gola, di Andrea Manzi, con Silvio Perrella. Luciana Libero, Pietro Treccagnoli e il sottoscritto.

Tutti a Ravenna

Tutti ad acquisire gli "strumenti critici connessi a questa proposta culturale dove uno studioso contemporaneo si confronta con il lascito di un grande maestro dell’età moderna, proponendo l’approfondimento dei principali protagonisti della modernità" (qui). Tutti "a risolvere, o almeno ad impostare in modo corretto, le grandi questioni che attendono ancora al varco l’umanità, soprattutto in tempi depressi e spaesati come i nostri" (qui), tutti a "impostare un’altra conversazione sulle grandi questioni a cui l’umanità tenta di dare risposta" (qui).

Siete depressi, siete spaesati? Tentare di dare risposte? La conversazione del sottoscritto con Hegel, domani alle 17.30, è quello che fa per voi.

D'Alema e la Ue. Veleni a sinistra

Secondo Martin Schulz, la colpa è dei governi. E segnatamente del governo italiano, che essendo un governo di centrodestra si è guardato bene dal fare il nome di D’Alema per la carica di ministro degli Esteri della UE. Il presidente dell’eurogruppo socialista in Europa indica dunque in Berlusconi il responsabile del mancato successo italiano. È prevalsa la logica dei governi, dice, e siccome D’Alema non aveva dietro di sé un governo amico, non ce l’ha fatta.
Ora, è una singolare argomentazione quella che propone come attenuante ciò che casomai dovrebbe valere come aggravante. Almeno in politica, dove c’è poco da esimersi dalle proprie responsabilità adducendo a scusante la propria debolezza, e la forza altrui. Schultz ha detto insomma che i partiti europei – e lui stesso, che ne è autorevolissimo dirigente – non hanno voce in capitolo. Non resta che prenderne atto, e magari invitare i socialisti che si riuniranno a congresso, a Praga, il 7 e 8 dicembre prossimi, a scuotersi di dosso lo spirito di rassegnazione con cui, stando almeno alle parole di Schulz, hanno affrontato questo snodo cruciale della politica europea.
Ma il punto veramente decisivo della partita giocata a Bruxelles è un altro. La logica dei governi, che secondo la ricostruzione di Schulz ha prevalso, non ha prevalso solo tra i popolari: se così fosse, quello di Schulz sarebbe l’atto di accusa di un fervente europeista contro gli interessi, anzi contro gli egoismi nazionali che tornano sempre di nuovo a soffocare i generosi slanci delle forze progressiste e socialiste. Purtroppo non è così, perché la logica dei governi ha prevalso proprio là dove una forza socialista, che sia coerente con il proprio DNA europeista e punti al rafforzamento dello spirito comunitario, avrebbe dovuto avere l’animo di contrastarla: cioè tra le proprie file, tra laburisti inglesi, socialisti spagnoli, socialdemocratici tedeschi.
Questo Schulz dovrebbe dirlo. Se infatti, tra i socialisti europei riuniti, accade che Gordon Brown si alzi, si schiarisca la voce e metta poi avanti, senza troppi giri di parole, le ragioni nazionali – sue e del suo governo –, com’è appunto accaduto, tocca o sarebbe toccato ad un partito all’altezza della situazione, quale forse in quest’occasione il PSE non è stato, far presente con qualche fierezza che il criterio di scelta del ministro degli esteri dell’Unione non può essere quello di aumentare le probabilità di vittoria (o, più realisticamente, di onorevole sconfitta) di Brown nelle elezioni britanniche del 2010. Toccava insomma proprio a Schulz, tra gli altri, indicare con chiarezza di visione le linee di azione del partito socialista in Europa e nel mondo, e far discendere da quelle una scelta di alto profilo, coerente e autorevole.
E invece Schulz ha taciuto. E invece è prevalsa la logica dei governi, ma non si può proprio dire, purtroppo, che il partito socialista si sia battuto contro: ha anzi ospitato senza imbarazzi quella logica tanto deprecata nel proprio campo, con la miopia di chi non comprende che in questo modo non si andava compiendo solo una scelta di basso livello, ma si mostrava un’acquiescenza politica preoccupante nei confronti della linea che il PSE dovrebbe, per essere credibile, non solo deprecare il giorno dopo, ma anche combattere il giorno prima.
Quest’ultimo punto, che tocca l’identità di una forza socialista in Europa, è quello che dovrebbe maggiormente preoccupare i congressisti di Praga. Non per piangere sul latte versato, ma per farsi qualche domanda. Ad esempio: se il partito popolare si presenta in Europa come una forza egemone, è solo colpa del destino, o di un certo deficit culturale e progettuale dei socialisti? Ci si può limitare a dire che è sempre solo colpa degli altri, che sono più forti, dimenticando che il compito di un partito è proprio quello di dare forza alle proprie ragioni? E si può trascurare il fatto che quelle ragioni non avranno mai la forza necessaria, se nei momenti in cui si tratta di avanzarle si preferisce invece rinunciare e accodarsi?
Qual è il senso dell’impegno dei socialisti in Europa, insomma? Può darsi infatti che essi scontino la debolezza generale dello strumento partito, che noi in Italia peraltro ben conosciamo. Ma allora sappiano almeno che hanno, proprio in quanto socialisti e come democratici, un primo, decisivo punto all’ordine del giorno del loro congresso prossimo venturo.

Cuore

Se oggi alle 21 non seguite Puzzle. L’uomo a pezzi e la filosofia, su Red TV, vuol proprio dire che non avete Cuore.

(Le puntate precedenti sono archiviate sul sito)

Piccoli equivoci senza importanza

Che poi io vado alla cassa con un uomo appena brizzolato al mio fianco e con il Direttore, al quale racconto con entusiasmo: "con Rocco abbiamo fatto sesso, è andata benissimo!". Il Direttore mi guarda, e mentre gentilmente mi offre un caffè doppio mi prega di dirlo, se non altro, un po’ più a bassa voce.

Io alzo lo sguardo, incrocio gli occhi del cassiere e continuo: "Sì, abbiamo fatto sesso, ma solo un poco, gentilmente".

(A proposito di Puzzle, di cui potete vedere la seconda puntata, su L’occhio).

Hai voglia a recuperare

etica e politica

a me gli occhi, please

A voi la nuova puntata di Puzzle. L’uomo a pezzi e la filosofia, domani sera, alle ore 21, su Red TV. Tema della puntata: gli occhi.

(E’ anche da dire che la prima puntata – La Mano – è tuttora liberamente visibile sul sito).

Alluce e milza

Tra le molte reazioni alla messa in onda della prima puntata di Puzzle. L’uomo a pezzi e la filosofia (che potete rivedere sul sito) metto qui la più impegnativa, di F.L.:

"Bella! In bocca al lupo per le prossime! Coerenza (e spirito di decostruzione) vorrebbe che si facesse anche l’alluce (Bataille) e la milza (oltretutto com’è noto Ippocrate o Galeno hanno pagine finissime sulla milza…)".

Puzzle. Un uomo a pezzi e la filosofia.

http://www.redtv.it. Ore 21.00.
Prima puntata.
Mani.

La popolarità, a questo mondo

Enrico: – Papà, ma le tigri sono popolari perché sono le zie dei leoni?
Io: – Come sarebbe? -.
Enrico: – Ma le tigri sono parenti dei leoni? -.
Io: – Sì, sono parenti -.
Enrico: – E sono popolari? -.
Io: – Ma che vuol dire ‘popolari’?
Enrico: – Che una sola tigre popola un grande pezzo di natura. Come un leone -.
Io: – ma perché vuoi sapere se le tigri sono popolari? -.
Enrico: – Tigro (tigro è una tigre vero? Per forza: si chiama così!) in un cartone ha insegnato a Ih-Oh a dire ciao. Solo che diceva solo ciao. Poi alla fine ha detto: "E’ facile essere popolare, basta essere me stesso". Allora Ih-Oh ha cominciato a fare come lui e s’è messo a saltellare in tutto il bosco come aveva fatto Tigro. E ha detto che allora era popolare. E perciò volevo sapere se la tigre è popolare -.
Io – E i leoni?
Enrico: Papà, Ih-Oh credeva che più o meno Tigro è come un re della natura. Poi Ih-Oh si credeva sempre triste e non salutava niente. Perciò Tigro che salta sempre e saluta tutta la gente conosce tutti. Addirittura si inventa i nomi, per dire. Allora Ih OH voleva fare come lui e popolare pure lui -.
Io – Ho capito. Però popolare vuol dire che si è conosciuti dal popolo, cioè da un sacco di gente -.
Enrico: – Ci penso papà -.

Serata cultura

La televisione italiana dimostra ancora una volta di essere avanti, molto avanti (forse persino troppo avanti).
Domani sera, in prima serata, alle ore 21, Puzzle. L’uomo a pezzi e la filosofia. Prima puntata: La mano. Naturalmente su Red TV.

(Se non vi siete ancora saziati del promo, potrete apprezzarlo qui)

Quella finanza che non cambia.

Interrompo un lungo silenzio, confidando di tornare a scrivere sul blog, prima o poi. Ma il silenzio lo interrompo con un articolo di Muchetti, che cito integralmente. Una cosa che non ho fatto quasi mai:

Quella finanza che non cambia
L’India scambia dollari contro oro ceduto dal Fondo moneta rio internazionale e il prezzo del metallo giallo vola al massimo storico. In 6 anni, la Cina ha raddoppiato in si lenzio le riserve auree, altri emergenti fanno incetta di lingotti. Numeri piccoli, certo: l’India compra 200 tonnellate per 6,7 miliardi di dollari, la merce è rara. Non torneremo al vecchio gold standard , ma la nuova febbre dell’oro segnala la tendenza diffusa all’investimento delle riserve non più in valute occidentali ma in materie prime: quasi che i beni reali stiano diventando la moneta di ultima istanza di fronte alla carta di cui Federal Reserve e Bce hanno inondato il mondo sulla base di un patto fiduciario ormai traballante. Dice il ministro delle finanze indiano, Pranab Mukherjee: «Le economie americana ed europea sono collassate». Le economie dove la finanza da serva si è fatta padrona per consentire a pochi di guadagnare tantissimo indebitando i più.

Molti banchieri occidentali sono invece ottimisti. Le Borse si sono un po’ riprese e l’investment banking ma cina di nuovo profitti e bonus. Non importa quanto a lungo l’economia reale debba faticare per tornare ai li velli, anche occupazionali, del 2007. E nemmeno se il debito degli Stati e delle fa miglie sia ancora tutto lì, nella sua immane grandezza. Nouriel Roubini parla di una nuova bolla? E’ la solita Cassandra. Come l’oste del proverbio, i banchieri tornano a dirci che il loro vino è buono. La grande dimensio ne è segno di modernità: al massimo, è sbagliata quella del vicino. La banca universale resta il modello: prestare al cliente, costruirci derivati come prima, assumere partecipazioni, metterselo in casa come socio amico, organizzarne le obbligazioni, speculare con i denari dei depositanti, tutto «crea valore per l’azionista». Sì, ci sono conflitti d’interesse, ma basta la corporate governance .

I governi, le banche centrali e le authority sembrano impotenti. Avevano promesso di voltare pagina, ma si sono infilati in negoziati inconcludenti su quanto capitale in più serva all’esercizio del credito e su come si debbano pesare i ri schi. E i banchieri inglesi, nonostante i fallimenti, resistono perfino alle blande idee della Financial Services Authority . La rinascita degli anni Trenta, dice Gui­do Rossi nell’intervista di ieri a Daniele Manca, fu se gnata dal Glass Steagall Act, che separava il credito commerciale dalla finanza, e dalla costituzione della Sec, l’Autorità di controllo di Wall Street. Il giurista in voca — e a ragione — il ritorno del diritto nel deserto creato dalla deregulation, il primato della politica alta in luogo delle alchimie tra regolati potenti e regolatori timidi se non complici. Ma le regole rooseveltiane ebbero un senso in tanto e in quanto si accompagnarono a una politica economica che determinò una gigantesca redistribuzione del reddito dai ricchissimi alla clas se media: il fondamento di una nuova cittadinanza. Alla vigilia della crisi, l’Occidente era tornato a concentrare la ricchezza nelle ma ni degli happy few, pochi eletti, come negli anni Venti del Novecento. Pensare alle banche senza invertire il pendolo della distribuzione come strada maestra del ritorno all’economia reale, rischia di essere una battaglia persa.