Quella finanza che non cambia.

Interrompo un lungo silenzio, confidando di tornare a scrivere sul blog, prima o poi. Ma il silenzio lo interrompo con un articolo di Muchetti, che cito integralmente. Una cosa che non ho fatto quasi mai:

Quella finanza che non cambia
L’India scambia dollari contro oro ceduto dal Fondo moneta rio internazionale e il prezzo del metallo giallo vola al massimo storico. In 6 anni, la Cina ha raddoppiato in si lenzio le riserve auree, altri emergenti fanno incetta di lingotti. Numeri piccoli, certo: l’India compra 200 tonnellate per 6,7 miliardi di dollari, la merce è rara. Non torneremo al vecchio gold standard , ma la nuova febbre dell’oro segnala la tendenza diffusa all’investimento delle riserve non più in valute occidentali ma in materie prime: quasi che i beni reali stiano diventando la moneta di ultima istanza di fronte alla carta di cui Federal Reserve e Bce hanno inondato il mondo sulla base di un patto fiduciario ormai traballante. Dice il ministro delle finanze indiano, Pranab Mukherjee: «Le economie americana ed europea sono collassate». Le economie dove la finanza da serva si è fatta padrona per consentire a pochi di guadagnare tantissimo indebitando i più.

Molti banchieri occidentali sono invece ottimisti. Le Borse si sono un po’ riprese e l’investment banking ma cina di nuovo profitti e bonus. Non importa quanto a lungo l’economia reale debba faticare per tornare ai li velli, anche occupazionali, del 2007. E nemmeno se il debito degli Stati e delle fa miglie sia ancora tutto lì, nella sua immane grandezza. Nouriel Roubini parla di una nuova bolla? E’ la solita Cassandra. Come l’oste del proverbio, i banchieri tornano a dirci che il loro vino è buono. La grande dimensio ne è segno di modernità: al massimo, è sbagliata quella del vicino. La banca universale resta il modello: prestare al cliente, costruirci derivati come prima, assumere partecipazioni, metterselo in casa come socio amico, organizzarne le obbligazioni, speculare con i denari dei depositanti, tutto «crea valore per l’azionista». Sì, ci sono conflitti d’interesse, ma basta la corporate governance .

I governi, le banche centrali e le authority sembrano impotenti. Avevano promesso di voltare pagina, ma si sono infilati in negoziati inconcludenti su quanto capitale in più serva all’esercizio del credito e su come si debbano pesare i ri schi. E i banchieri inglesi, nonostante i fallimenti, resistono perfino alle blande idee della Financial Services Authority . La rinascita degli anni Trenta, dice Gui­do Rossi nell’intervista di ieri a Daniele Manca, fu se gnata dal Glass Steagall Act, che separava il credito commerciale dalla finanza, e dalla costituzione della Sec, l’Autorità di controllo di Wall Street. Il giurista in voca — e a ragione — il ritorno del diritto nel deserto creato dalla deregulation, il primato della politica alta in luogo delle alchimie tra regolati potenti e regolatori timidi se non complici. Ma le regole rooseveltiane ebbero un senso in tanto e in quanto si accompagnarono a una politica economica che determinò una gigantesca redistribuzione del reddito dai ricchissimi alla clas se media: il fondamento di una nuova cittadinanza. Alla vigilia della crisi, l’Occidente era tornato a concentrare la ricchezza nelle ma ni degli happy few, pochi eletti, come negli anni Venti del Novecento. Pensare alle banche senza invertire il pendolo della distribuzione come strada maestra del ritorno all’economia reale, rischia di essere una battaglia persa.

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Una risposta a “Quella finanza che non cambia.

  1. utente anonimo

    Non bisogna forse aggiungere che, oltre alla politica alta, l’altra chiave di volta per uscire dalla Grande depressione è stata la seconda guerra mondiale? Non so più in cosa posso sperare, mi sa che adesso vado a rileggermi la Critica del Giudizio (magari avessi tempo per farlo davvero!)

    myskin

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