Archivi del mese: dicembre 2009

Avvertenza e buon anno

Siete avvertiti: il cell non si carica, numeri registrati sul cell perduti: chiunque crede e ha pazienza, mi invii un sms col suo numero, in attesa di tempi migliori (o forse meglio: una mail).
Buon anno a tutti

Vongole

(L’articolo qui sotto sarebbe dovuto uscire su il Mattino di tre giorni fa)
"Anche noi ci sentiamo, ci siamo sempre sentiti, stranieri nell’Italia alle vongole": 25 anni fa, salutando con sincero dolore Enrico Berlinguer sulle colonne del suo quotidiano, Eugenio Scalfari usava queste parole. Parole di elogio, ma che contenevano, senza volerlo, la condanna che grava ancora, da quel dì, sulla sinistra italiana. Il segretario del partito comunista italiano, che negli ultimi anni si era identificato persino fisicamente, per l’asciuttezza della sua figura e il passo di un "frate pellegrino", con la questione morale, aveva infatti condotto milioni di italiani, e da ultimo quelli che ne avevano accompagnato il feretro in piazza San Giovanni, fuori dai confini patrii.
A pensarci, non è una posizione politicamente felice, per chi quella patria voglia governarla, ed infatti giunse al termine di una stagione di ripiegamenti, se non proprio di sconfitte e fallimenti per il PCI. Perché quello che può essere fatto valere come un elogio per uomini di cultura e di penna – per Sciascia o Garboli, per l’editore Vito Laterza o per Federico Zeri: tutti, insieme ad altri, a vario titoli definiti dalle colonne di Repubblica stranieri in patria – difficilmente può rappresentare un titolo di merito per il segretario di un partito nazionale.
Non lo è nemmeno adesso, ovviamente. Eppure, nelle polemiche di questi giorni sull’inciucio, il compromesso o la mediazione che dovrebbe aprire la strada a una stagione di riforme, e dietro le quali si nasconderebbero ancora una volta inconfessabili cedimenti morali dell’opposizione, sembra tornare questo rivendicato orgoglio di inappartenenza al destino di un paese "alle vongole". E al partito democratico si torna a chiedere, dalle colonne dello stesso giornale, non di fare politica, e di costruire le condizioni per «divenire» un paese migliore, ma casomai di testimoniare di «essere» già la parte migliore del paese, che perciò non può scendere a nessun costo a patti con quella peggiore. Pazienza se quella parte, nel frattempo, ha conquistata un’ampia maggioranza, e se di riforme il paese ha comunque bisogno.
Quell’articolo, peraltro, è stato già rievocato una volta: non a caso, all’inizio della stagione della Bicamerale, poi conclusasi con un nulla di fatto. Luciano Violante lo citò per affiancare ad esso un altro celebre articolo, l’"apologo sull’onestà nel paese dei corrotti" scritto da Italo Calvino, e apparso qualche anno prima. Nell’apologo si descriveva un paese nel quale la stabilità era bene o male assicurata dal vischioso coalizzarsi di tutte le forme possibili d’illecito, e in cui gli onesti vivevano isolati e quasi invisibili fra le pieghe del sistema: stranieri in patria, appunto, "senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimili da tutto il resto". Ecco: solo se il partito democratico non avesse altra pretesa se non quella di sentirsi dissimile dal paese che aspira a governare, potrebbe tenere per buona questa descrizione e provare a percorrere questa via. Ma se vuole essere il partito riformista e popolare che Bersani ha detto durante la fase congressuale di voler costruire, allora bisogna che lasci definitivamente ad altri le parabole morali – oggi in verità assai più sguaiate: molto meno riuscite letterariamente e sempre perdenti, storicamente e politicamente. La storia, proprio la storia del PCI ha peraltro dimostrato ad abundantiam che in realtà esse costituivano solo un surrogato, il modo migliore per gestire e mascherare una certa impotenza, piuttosto che la carta d’identità di una forza politica capace di proiettarsi nel futuro.
L’apologo di Calvino si concludeva con parole che sembrano essere (anche in questo caso: senza che l’autore ne avesse alcuna intenzione) l’involontaria e quasi profetica descrizione di quello che il partito democratico rischia oggi di essere, se non scioglie questo nodo: "l’immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è". Forse, la via delle riforme tante volte evocate, qualora si aprisse davvero, potrà almeno servire al PD a non rimanere estraneo al corso politico del paese e a far capire agli italiani, una buona volta, che cosa il PD sia e soprattutto cosa mai voglia diventare.

Pelle

Pezzo a pezzo, prosegue la serie di Puzzle. L’uomo a pezzi e la filosofia. Stasera (Red Tv, ore 21) tocca a La pelle.

(E siccome mi si prende in giro sull’accento napoletano, stasera leggo un pezzetto de La pelle di Curzio Malaparte, per il quale non c’è accento migliore)

Naturalismus

F.B. mi ha mandato l’articolo di Armando Massarenti (Com’è naturale la filosofia), apparso sul Sole 24 Ore di domenica scorsa, che riporta i risultati del convegno su "Linguaggio, scienza e storia. La filosofia analitica e le altre tradizioni", e io, che mi riprometto di tornare a scrivere sul blog, dal prossimo anno, comincio da qui.
L’obiettivo del convegno? Dice Massarenti: "portare come tema di discussione generale – per tutti i filosofi, indipendentemente dalle diverse correnti – un approccio finora praticato soprattutto dai filosofi analitici: il naturalismo".
Mi fermo. In quanto appartenente alle altre tradizioni, ho bisogno che il tema che mi viene portato mi venga anche definito. E così sono pronto a complicare, obiettare, eccettuare, cavillare. Ad approfittare della difficoltà di fornire una definizione non meramente stipulativa del tema, per tirare in ballo tutta la tradizione continentale del mondo.
Ma Massarenti non ha difficoltà: "Che cosa si intende per naturalismo filosofico?". A partire da Quine, si intende che tutti i problemi – quindi anche quelli relativa alla conoscenza o alla mente o al significato, vanno studiati "con lo stesso spirito delle scienze naturali".
Ma perché? Perché questo spirito dovrebbe prevalere? E la domanda circa il prevalere di questo spirito può essere anch’essa trattata e dunque avere risposta secondo questo stesso spirito? Non so.
Accantono la questione, che non mi pare di poco conto, e mi chiedo perché si debba chiamare naturalismo un approccio che si caratterizza per essere quello delle scienze naturali. Mi piacerebbe invece che si chiamasse naturalismo un approccio che si caratterizza per il fatto che comincia con una definizione di ente naturale (e forse nemmeno con una definizione), e che sostiene che non vi sono al mondo altro che enti naturali. Sarebbe più corretto, o no? E soprattutto: perché non pensare che una importante distinzione alla quale di sicuro gli analitici fan caso, quella fra ontologia ed epistemologia (fra essere e sapere), è perlomeno oscurata dalla denominazione di naturalismo per una corrente filosofica che non muove dalla natura, ma dalla natura in quanto oggetto di scienza? Cosa ha la natura per vedersi trattata anzitutto così?
Nel seguito dell’articolo qualcosa di queste preoccupazioni affiora ("Che cosa si deve intendere per «natura»? I fenomeni fisici, quelli psicologici e percettologici, o altro ancora? E che cosa si intende per «scienza»?"), ma – se capisco – in relazione al carattere più o meno liberale, cioè più o meno ampio, del naturalismo in questione, avendo cioè messo innanzi e ben stabilito che quelli fisici sono di sicuro i fenomeni naturali, e domandandosi quindi quali altri fenomeni siano ad essi riconducibili.
La qual cosa è indubbiamente sensata, interessante e molto produttiva: di quei fenomeni, infatti, c’è scienza, c’è conoscenza nel senso della scienza moderna, sicché la questione della liberalizzazione del naturalismo viene ad essere nuovamente la questione di «che cosa e quanto» possa essere studiato secondo lo spirito delle scienze naturali, immutato restando lo spirito.
Ma di nuovo: perché quello spirito? Quello spirito mi pare abbia due tratti essenziali: in primo luogo il dominio dei fenomeni, la conoscibilità nel senso della controllabilità e della riproducibilità; e in secondo luogo l’unificazione, perché non si vede per quale ragioni alcuni domini del reale dovrebbero essere eccettuati da un approccio di tipo scientifico.
Di entrambi i tratti io vedo la potenza, ma non riesco a vedere il fondamento. Il fondamento naturalistico, intendo. E soprattutto mi viene abbastanza naturale sospettare che l’obiettivo dell’unificazione ultima non solo non sia alla nostra portata, ma nemmeno possa esserlo, perché l’obiettivo suppone che la natura non sia altro che la somma dei fenomeni naturali (sia dell’ordine della cosa, e non dell’evento, direbbero gli impenitenti continentali), il che non va affatto da sé, e che nel qualificarsi come oggetto scientifico  non le accada proprio nulla.
(Io scrivo: ens qua cogitatum; ora, il cogitare sarà pure scientifico, ma resta che qua introduce un complemento di limitazione. E chissà, magari il naturalismo filosofico è precisamente quello che si occupa del complemento e della limitazione)

Circoletti

"Non a caso la chiusura alla trascendenza si scontra con la difficoltà a pensare come dal nulla sia scaturito l’essere e come dal caso sia nata l’intelligenza" (Caritas in veritate, § 74).
Se invece l’intelligenza fosse scaturita dall’Intelligenza, la difficoltà scomparirebbe. E grazie tante.
(Oggi pomeriggio con Giovanni Maddalena, a discutere dell’enciclica papale)

Dichiarazione d'autore

Che poi alla fine sono le cose che contano quelle che restano. E così su Il Tempo di oggi si dà notizia del convegno su L’uomo la cellula la parola (sabato, ore 9.30, Palazzo della Provincia di Frosinone) al quale prende parte "l’autore del blog azione parallela" (sic). Non posso più vivacchiare: mi toccherà davvero scriverci di nuovo.

P.S. Se poi dovessi davvero occuparmi della relazione fra la cellula e la parola, come dice il giornale, me la caverei con una parolina soltanto: nessuna. Non c’è nessuna relazione fra la cellula e la parola.

(Il Tempo)

Confronto fra generazioni

– Papà, nonno è vecchio tu sei giovane e io sono nuovo -.  x

(Ai quattro gratti che sono rimasti: da gennaio mi riprometto di tornare a scrivere qui con qualche regolarità).

 

Piedi di Pilato

Stasera il solito appuntamento su Red Tv: Puzzle, ore 21. Puntata dedicata a I piedi