Vongole

(L’articolo qui sotto sarebbe dovuto uscire su il Mattino di tre giorni fa)
"Anche noi ci sentiamo, ci siamo sempre sentiti, stranieri nell’Italia alle vongole": 25 anni fa, salutando con sincero dolore Enrico Berlinguer sulle colonne del suo quotidiano, Eugenio Scalfari usava queste parole. Parole di elogio, ma che contenevano, senza volerlo, la condanna che grava ancora, da quel dì, sulla sinistra italiana. Il segretario del partito comunista italiano, che negli ultimi anni si era identificato persino fisicamente, per l’asciuttezza della sua figura e il passo di un "frate pellegrino", con la questione morale, aveva infatti condotto milioni di italiani, e da ultimo quelli che ne avevano accompagnato il feretro in piazza San Giovanni, fuori dai confini patrii.
A pensarci, non è una posizione politicamente felice, per chi quella patria voglia governarla, ed infatti giunse al termine di una stagione di ripiegamenti, se non proprio di sconfitte e fallimenti per il PCI. Perché quello che può essere fatto valere come un elogio per uomini di cultura e di penna – per Sciascia o Garboli, per l’editore Vito Laterza o per Federico Zeri: tutti, insieme ad altri, a vario titoli definiti dalle colonne di Repubblica stranieri in patria – difficilmente può rappresentare un titolo di merito per il segretario di un partito nazionale.
Non lo è nemmeno adesso, ovviamente. Eppure, nelle polemiche di questi giorni sull’inciucio, il compromesso o la mediazione che dovrebbe aprire la strada a una stagione di riforme, e dietro le quali si nasconderebbero ancora una volta inconfessabili cedimenti morali dell’opposizione, sembra tornare questo rivendicato orgoglio di inappartenenza al destino di un paese "alle vongole". E al partito democratico si torna a chiedere, dalle colonne dello stesso giornale, non di fare politica, e di costruire le condizioni per «divenire» un paese migliore, ma casomai di testimoniare di «essere» già la parte migliore del paese, che perciò non può scendere a nessun costo a patti con quella peggiore. Pazienza se quella parte, nel frattempo, ha conquistata un’ampia maggioranza, e se di riforme il paese ha comunque bisogno.
Quell’articolo, peraltro, è stato già rievocato una volta: non a caso, all’inizio della stagione della Bicamerale, poi conclusasi con un nulla di fatto. Luciano Violante lo citò per affiancare ad esso un altro celebre articolo, l’"apologo sull’onestà nel paese dei corrotti" scritto da Italo Calvino, e apparso qualche anno prima. Nell’apologo si descriveva un paese nel quale la stabilità era bene o male assicurata dal vischioso coalizzarsi di tutte le forme possibili d’illecito, e in cui gli onesti vivevano isolati e quasi invisibili fra le pieghe del sistema: stranieri in patria, appunto, "senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimili da tutto il resto". Ecco: solo se il partito democratico non avesse altra pretesa se non quella di sentirsi dissimile dal paese che aspira a governare, potrebbe tenere per buona questa descrizione e provare a percorrere questa via. Ma se vuole essere il partito riformista e popolare che Bersani ha detto durante la fase congressuale di voler costruire, allora bisogna che lasci definitivamente ad altri le parabole morali – oggi in verità assai più sguaiate: molto meno riuscite letterariamente e sempre perdenti, storicamente e politicamente. La storia, proprio la storia del PCI ha peraltro dimostrato ad abundantiam che in realtà esse costituivano solo un surrogato, il modo migliore per gestire e mascherare una certa impotenza, piuttosto che la carta d’identità di una forza politica capace di proiettarsi nel futuro.
L’apologo di Calvino si concludeva con parole che sembrano essere (anche in questo caso: senza che l’autore ne avesse alcuna intenzione) l’involontaria e quasi profetica descrizione di quello che il partito democratico rischia oggi di essere, se non scioglie questo nodo: "l’immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è". Forse, la via delle riforme tante volte evocate, qualora si aprisse davvero, potrà almeno servire al PD a non rimanere estraneo al corso politico del paese e a far capire agli italiani, una buona volta, che cosa il PD sia e soprattutto cosa mai voglia diventare.
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3 risposte a “Vongole

  1. Cazzolina! – posso dire cazzolina? – sono d’accordo, nonostante il mio indefettibile berlusconismo. E’ la mistica della propria diversità, che è rimasta una mistica, una non-politica che è concepibile solo in una prospettiva rivoluzionaria, non certo in una competizione per il consenso popolare. Perché con tutti i cambi di nome la sinistra italiana è riuscita solo a passare dal messianismo comunista al messianismo "democratico". Per provare che queste non sono prove tecniche d’inciucio tra i soldati semplici dei due opposti eserciti – parlo per me, ovviamente – e non certo per fare pubblicità ad un blog – il mio – che gode già di notevolissima fama nell’orbe terraqueo, ecco il link ad un mio recente post:
    http://zamax.wordpress.com/2009/12/10/se-bersani-rompe-i-ponti-con-repubblica-e-di-pietro/

    Zamax

  2. Certo che, cosa sia, o cosa voglia diventare il PD è un bel mistero. Speriamo solo che non resti o non voglia restare il partito ben rappresentato da D’Alema e dalla sua politica dell’inciucio. 

  3. Non so cosa voglia diventare il PD.
    Ci dirà qualcosa, non tutto ovviamente, il caso della Puglia.
    Sarà interessante vedere se il tentativo di siluramento di Vendola voluto da D’Alema senza passare dalle primarie andrà in porto o no.
    Le primarie sarebbero un passaggio indolore, visto che la base  del Pd è in parte eterodiretta e quindi fa quello che gli si dice, soprattutto in certe parti d’Italia. Su questa base farebbero bene ad accettare le primarie, si potrebbe inserire senza problemi il candidato già previsto, nonostante sia appena diventato sindaco e nonostante piaccia all’Udc (il primo è un difetto non da poco, ma anche il secondo…).

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