Le elezioni regionali si avvicinano. In un quadro ordinatamente bipolare, non dovrebbe essere complicato descrivere la fisionomia dei due poli, a poco più di due mesi dal confronto elettorale. E invece non è proprio così. Nel centrodestra l’accordo fra Pdl e Lega, al Nord, è stato trovato, e gli equilibri sono stati raggiunti; al Centro e al Sud, invece, tengono ancora banco le decisioni che il centrosinistra è chiamato ad assumere, per indicare con chiarezza quale strada intenda intraprendere, di qui al 2013. La Campania, infine, è un caso a sé, perché qui la confusione regna sovrana da entrambe le parti.

Ma nell’ambito del centrosinistra è il partito democratico a non poter restare più in mezzo al guado. In ottobre ha celebrato un congresso, lungo e dalla complicata procedura, che ha avuto un esito definito. La vittoria di Bersani ha significato il superamento dello schema immaginato da Veltroni, e riproposto da Franceschini: quello fondato sulla vocazione maggioritaria. Il suo inventore ha sempre spiegato che non si trattava di mera autosufficienza, ma concessa pure questa sottile distinzione, resta che la vocazione maggioritaria comportava il disinteresse per una politica di alleanze. Il Pd doveva scommettere sulla capacità di attirare pezzi dell’elettorato moderato, ed aggregare eventualmente le altre forze di opposizione sulla base di questa maggiore e trainante forza di attrazione. Ma nelle urne una tale forza non si è dispiegata, mentre è stata tenuta in piedi la sola alleanza con l’Italia dei valori che contraddiceva tutti o quasi i punti qualificanti della strategia veltroniana.

I nodi di quella stagione, non essendo stati risolti, vengono ora al pettine più intricati che mai. Il Pd è preso tra due fuochi: da un lato, c’è l’opposizione senza se e senza ma di cui Di Pietro vuole essere il campione; dall’altro, ci sono le richieste centriste di rompere con la sinistra estrema e il giustizialismo populista dell’Idv. Che si tratti della Puglia, dove l’Udc non vuole saperne di Vendola, o del Lazio, dove il Pd, che non riesce a portare l’Udc sul nome di Zingaretti, è tentato dalla carta Bonino, o anche della Campania, dove non è chiaro nemmeno il percorso per giungere al nome del candidato governatore, in tutti questi casi il Pd rischia di apparire paralizzato dalla paura di perdere voti a sinistra, alleandosi con l’Udc, o di perdere le elezioni, ma forse anche qualche credibile prospettiva per il futuro, rinunciando a quella alleanza. Quel che è peggio è che tanto le parole e le scelte di Di Pietro, da una parte, quanto quelle di Casini, dall’altra, condivisibili o meno che siano, appaiono descrivere bene il progetto delle rispettive forze politiche, mentre non godono di altrettanta chiarezza le parole e le scelte che finora il partito democratico ha usato per affrontare questa complicata partita elettorale.

Ma i nodi che non si possono sciogliere si possono anche tagliare: un segretario politico è eletto anche per quello. E in fondo c’è un solo modo per farlo: decidere quale debba essere, per il centrosinistra, l’approdo finale dell’infinita transizione italiana, e orientare verso quello forze, energie, programmi, e anche alleanze. Nella vittoria di Bersani c’era la scelta di incalzare il governo sul piano economico e sociale, in una chiave popolare e riformatrice, ma anche una valutazione sul sistema politico italiano nel suo complesso, per il quale si indicava un possibile punto di arrivo nell’adozione di modelli continentali di democrazia neoparlamentare, che non mettano in discussione il bipolarismo, ma lo calino dentro la realtà storica del paese, le sue tradizioni culturali e i suoi riferimenti ideali. Ora, delle due l’una: o queste grandi linee politico-programmatiche non sono determinanti per orientare le decisioni che il pd deve prendere a breve, e non bastano a farne una credibile forza di opposizione al centrodestra, e allora rischia di rivelarsi da subito insufficiente la famosa “piattaforma programmatica” di Bersani, ed è vano inseguire Di Pietro su un altro terreno, sul quale si muoverà sempre più agevolmente, libero com’è da piattaforme di qualunque sorta. Oppure lo sono, e allora occorre solo essere il più possibile conseguenti rispetto ad esse. In effetti, anche se il Pd è nato addirittura come il partito del terzo millennio, o almeno del XXI secolo, il primo, robusto banco di prova per il suo nuovo segretario è fissato non più tardi della fine di marzo.

(Sul Mattino di oggi)

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2 risposte a “

  1. utente anonimo

    Dove sono finite le primarie? È proprio in questo presente-futuro federalismo (o meglio centralismo regionale, la Regione Stato) che avrebbe un senso scegliere il candidato in modo più condiviso possibile.
    Comunque sarà interessante, se ci sarà, la corsa tra la sindacalista della destra sociale e la libertaria di lungo corso…

  2. utente anonimo

     visto la scelta politica che sta facendo Casini,con accordi nn solo regionali ma persino personali (caso Piemonte in primis) forse Berlusconi farebbe meglio a rinunciare all’appoggio dell’Udc
     
    http://www.loccidentale.it/articolo/il+pdl+boccia+le+alleanze +variabili+di+casini+e+pensa+al+%22no%2C+grazie%22.0084504  

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