Erasmo

Quando ci fu lo tsunami nel Sud-Est asiatico, collaboravo col Riformista e scrissi un lungo articolo, Il sisma di Voltaire e il disastro dell’Asia, che oggi ho cercato inutilmente sul blog e sul sito del giornale.
Per fortuna la massoneria (devo dire meritoriamente) se ne interessò, e oggi ritrovo il pezzo a pagina 20 di Erasmo. Bollettino d’informazione del Grande oriente d’Italia.

Annunci

5 risposte a “Erasmo

  1. utente anonimo

    Ne avevo una copia in tasca, per puro caso.

     
    Il sisma di Voltaire e il disastro dell’Asia
    Perché non possiamo non dirci illuministi
    Contro rassegnati e fatalisti, di fronte allo tsunami vale ancora la lezione del terremoto di Lisbona
    Il 18 agosto 1756 Jean Jacques
    Rousseau, specialista in risentimenti
    solitamente votato ad ogni
    genere di sconfitta, volle prendersi
    almeno una piccola rivincita.
    François Marie Arouet, detto Voltaire,
    aveva appena pubblicato un
    Poema sul disastro di Lisbona
    (che riportiamo nelle pagine che
    seguono, insieme al dialogo che
    ne seguì tra i due), in cui polemizzava
    contro l’ottimismo metafisico
    di Pope e Leibniz avanzando la
    più schiacciante delle obiezioni, la
    stessa di fronte alla quale siamo
    noi oggi: il terremoto. Nel giorno
    di Ognissanti del 1755 un sisma di
    estrema violenza, seguito da
    un’onda anomala sollevatasi dall’Oceano,
    aveva infatti provocato
    migliaia di vittime nella città costiera
    di Lisbona. Quel terremoto
    non era stato più devastante di altri
    cataclismi: non più, per esempio,
    del terremoto che aveva sconvolto
    l’anno prima la città di Lima,
    nel Perù. Ma Voltaire ne aveva
    tratto motivo per scagliarsi tanto
    contro il razionalismo astratto
    che deduceva a priori la relativa
    perfezione del creato
    dalla perfezione assoluta
    del suo creatore,
    quanto contro le interpretazioni
    punitive del
    disastro, del genere di
    quelle che sulle colonne
    del Corriere di ieri
    pareva rimpiangere il
    Presidente emerito
    Francesco Cossiga.
    Prese dunque Voltaire carta e
    penna, e senza troppo preoccuparsi
    della qualità poetica dei suoi
    versi scrisse: «Filosofi illusi, che
    gridate tutto è bene,/ accorrete,
    contemplate queste orrende rovine,/
    queste macerie, questi detriti,
    queste ceneri miserande,/ queste
    donne, questi bambini, ammucchiati
    l’uno sull’altro». E poco più
    avanti: «Direte vedendo questi
    mucchi di vittime/ “Dio si è vendicato,
    la loro morte è il prezzo dei
    loro delitti”?/ Quale errore, quale
    delitto hanno commesso questi
    fanciulli/ schiacciati, sanguinanti,
    sul seno materno?/ Lisbona, che
    più non esiste, ebbe forse vizi
    maggiori/ di Londra, di Parigi, immerse
    nei loro piaceri?/Lisbona è
    distrutta e a Parigi si danza».Voltaire
    era però anche il polemista
    che un anno prima si era preso
    gioco di Rousseau, questa vera e
    propria «calamità per i philosophes
    », ricevendo il Discorso
    sull’origine della diseguaglianza
    del ginevrino con queste irridenti
    parole: «Ho ricevuto, Signore, il
    vostro nuovo libro contro il genere
    umano […]. Non si è mai impiegato
    tanto ingegno nel volerci dipingere
    come bestie». Rousseau
    se ne era comprensibilmente risentito.
    Così, quando fu Voltaire a
    trarre dall’evento sismico motivo
    per la sua amara invettiva, Rousseau
    non perse tempo.E, nella lettera
    del 18 agosto, rivendicò di
    avere molta più ragione
    lui, nel suo pessimismo,
    a lamentarsi dei
    mali e della miseria di
    cui l’uomo stesso è responsabile,
    che non
    Voltaire a commiserare
    la condizione umana
    a causa di così terribili
    disgrazie naturali. Poiché
    cosa ne sappiamo
    noi dell’ordine del mondo? Crediamo
    forse di poterlo valutare
    secondo i nostri capricci, stabilendo
    noi se è buono o malvagio? Ed
    è poi vero che quelle morti vanno
    imputate ad una natura matrigna?
    Quanti uomini, e donne, e bambini
    si sarebbero potuti salvare, se
    non si fossero costruite in così poco
    spazio migliaia di case alte sei o
    sette piani? La stessa domanda
    leggiamo oggi sulle pagine dei
    giornali. La tragedia era, se non
    evitabile, contenibile. Ad Honolulu
    tecnici del servizio sismografico
    americano non han dovuto
    prevedere la scossa: l’hanno registrata.
    E hanno visto, non previsto,
    il mare orribilmente gonfiarsi.
    Non ipotizzavano, ma sapevano
    che si sarebbe formato lo tsunami:
    ma non avevano strumenti
    per avvertire in tempo utile i paesi
    che sarebbero stati interessati
    dal fenomeno, a causa della totale
    mancanza, in quei paesi, di sistemi
    di allerta, di servizi di prevenzione,
    di agenzie pubbliche di
    protezione civile.
    Rousseau, d’altra parte, continuava
    così: «e quanti sono morti
    per non essere fuggiti alle prime
    scosse, per aver voluto rimanere
    attaccati ai loro futili vestimenti, o
    al loro vergognoso denaro?» E
    noi oggi, di rimando (basta leggere
    Il Giornale, o l’Avvenire): «e
    quanti turisti sono morti per aver
    stolidamente cercato in quei posti
    il loro disinvolto ed esotico ozio,
    e quanto anomala è questa onda
    emotiva che trepida per le
    sorti dei vip alle Maldive,
    chiudendo gli occhi sulla
    povertà endemica di
    quelle terre?»
    Tutto
    giusto. Ma
    tutto anche
    maledettamente
    più
    complicato,
    nell’eredità
    che la
    riflessione illuministica sul
    male naturale ci consegna, e che si
    disegna diversamente, a seconda
    che la raccogliamo dalle mani frementi
    di Rousseau o da quelle più
    controllate dell’autore del Candide.
    Poiché mentre il primo mette
    insieme una fiducia provvidenzialistica
    nella bontà della natura e
    una esacerbata sfiducia nei confronti
    degli uomini ( «Tutto è buono
    quando esce dalle mani di Dio,
    tutto degenera tra le mani dell’uomo
    », scrive Rousseau all’inizio
    dell’Emilio), il secondo non ha alcuna
    fiducia nella falsa consolazione
    dell’ottimismo metafisico
    che crede di trovare una ragion
    sufficiente per tutte le sventure
    che capitano su questo “atomo di
    fango” che è la terra. Ma proprio
    perciò rimette nelle mani dell’uomo
    (“Il faut cultiver notre jardin”)
    quel poco di felicità che ad
    una ragione disincantata sembra
    possibile sperare.
    In tempi di ricerca delle radici,
    in cui dappertutto si ripete il “non
    possiamo non dirci cristiani” di
    Benedetto Croce, è il caso forse di
    ricordare che, piuttosto, non possiamo
    non dirci tutti illuministi, se
    non altro perché è stato l’illuminismo
    a spazzare via definitivamente,
    con il vecchio Kant (il
    Kant che secondo il Foglio è
    sulla bocca di tutti i liberali
    in tonaca), tutti i tentativi
    di trovare
    una giustificazione,
    un senso,
    una morale
    della
    favola,
    per
    eventi come
    il terremoto
    che una
    morale non ce
    l’hanno. E dispiace per Rousseau,
    il più religioso degli illuministi, cui
    tocca di perdere un’altra volta, ma
    riesce difficile dargliela vinta
    quando per lettera ha l’improntitudine
    di obiettare a Voltaire che
    non è sicuro che per i morti quella
    del terremoto sia stata poi la
    più triste delle fini, e che è possibile
    che “il sistema dell’universo”
    sacrifichi un pizzico della felicità
    delle parti (cioè gli individui) per
    il bene dell’insieme. Chi avrebbe
    in queste ore il coraggio di riproporre
    un argomento simile (a parte,
    forse, il Presidente Cossiga)?
    Oggi si crede (e sembra crederlo
    anche Galimberti, ieri su
    Repubblica) che illuminismo, di
    cui è in fondo sinonimo un’espressione
    a tutti cara, “ragione critica”,
    voglia dire invece fiducia
    acritica nella ragione, ottimismo
    irresponsabile, scientismo senza
    scrupoli, spavalderia tecnologica,
    hybris prometeica, e si crede pure
    che si dimostra dunque maggiore
    consapevolezza della condizione
    umana se ci si ricorda che invece
    la tecnica non può tutto, che la natura
    è indifferente o matrigna,
    che la ragione ha i suoi limiti, che
    è meglio non alzare la cresta e
    che insomma c’è poco da stare allegri.
    E non si ha neppure
    il pudore che sarebbe
    invece necessario
    dinanzi a immani
    tragedie come quella
    abbattutasi sul sud-est
    asiatico, quando ci si
    affretta a sostenere
    che lo tsunami dimostrerebbe
    tutto ciò: state
    contenti al quia. Ma
    lo tsunami non dimostra proprio
    nulla: anche una simile dimostrazione,
    infatti, sarebbe un modo
    persino peloso per fare la lezione
    e tirar fuori la propria morale, e
    per giunta quella peggiore: quella

  2. utente anonimo

    Dimenticai di firmare.
    Con stima,
    Barnaba

  3. utente anonimo

    C’è però un errore alla fine: "E se qualcosa non la si può fare, poiché qualunque cosa si FACCI è lo stesso, allora che la si faccia ugualmente, anche se è lo stesso".

    Facci, facci pure

  4. grazzzzie!
    effettivamente qualche massone l avevo intravisto tra i friends di feisbuc 🙂

  5. utente anonimo

    … Tanto lo sanno tutti che d’Alema è massone 🙂

    – F –

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...