S'allarga il solco partito-cacicchi

A guardare le vicende che in questi giorni scuotono il PD un elemento emerge con sempre maggiore chiarezza: le dimissioni del sindaco bolognese Delbono, la schiacciante vittoria di Vendola nelle primarie pugliesi, le difficoltà ad individuare candidati condivisi in regioni nelle quali il centrosinistra è al governo (la Calabria) spesso anche da molti anni (l’Umbria, la Campania), la necessità di affidarsi a personalità esterne al PD (Emma Bonino nel Lazio), tutto questo mostra che qualcosa, nel rapporto fra il partito e gli amministratori locali, non funziona più.
Non è una novità di queste settimane, perché data anzi da molti anni: almeno da quando si è cominciato a modificare le leggi elettorali, e cioè dall’elezione diretta dei sindaci in poi. E tuttavia, poiché la partita in Puglia è stata giocata in proiezione nazionale, come banco di prova di quell’allargamento al centro che dovrebbe perfezionarsi in vista delle elezioni politiche, rischia di non essere abbastanza osservato il dato, assai preoccupante, che il partito democratico, e più in generale il centrosinistra, non sa più bene come regolarsi con gli amministratori che provengono dalle sue stesse file. Un punto di forza è divenuto un punto di debolezza; soprattutto al Sud, terra di cacicchi.
In alcuni casi, il centrosinistra si avvicina alle elezioni con l’intenzione di dare all’opinione pubblica il segno di una novità, ma allora accade che gli amministratori uscenti non ne vogliano sapere di passare la mano (più benevolmente: chiedono di essere giudicati dall’elettorato). In altri, la novità è proposta esplicitamente come elemento di rottura rispetto al quadro logoro dei partiti, che viene per ciò stesso declassato a "teatrino della politica", per dirla in linguaggio berlusconiano: e non è un caso se per i Vendola in Puglia e i De Luca in Campania si cercano paragoni con figure e modelli presenti già nel centrodestra. Infine, anche quando gli uscenti hanno titoli di buon governo da esibire, si trovano pezzi di partito non disposti a seguirli, pronti a saltare sul treno delle primarie pur di mettere il bastone fra le ruote. E così vanno le cose: dai consigli comunali alle assemblee regionali, dai sindaci ai governatori, l’impressione è che rischi di venir meno il collante che tiene insieme le diverse anime del PD.
Non si tratta però del fatto che il PD non sa ancora bene come selezionare le candidature, sicché se le vede dopo qualche anno (o addirittura qualche mese: vedi Bologna, che, ricordiamolo, ha scelto Delbono con il metodo delle primarie) ritornare addosso come un boomerang. In realtà, è evidente che fino a quando le primarie rimarranno nello statuto del partito, qualunque altro metodo di selezione apparirà meno democratico rispetto alla chiamata alle urne, e si potrà sempre trovare lo scontento di turno che a torto o a ragione, per personale tornaconto o per intima convinzione, accuserà il partito di ricorrere a metodi poco trasparenti, ad accordi di potere, a spartizioni di poltrone, a scelte calate dall’alto, e via elencando tutto il vocabolario di questi ultimi quindici anni di contestazione a volte anche virulenta della stessa pratica della politica. Come la metteva Celentano: le primarie sono rock, tutto il resto è inesorabilmente lento. Ma per l’appunto non si tratta di questo, che è piuttosto l’effetto, e non la causa di una debolezza di fondo dei partiti. Per la quale dovrebbe farsi valere l’altro pezzo della piattaforma congressuale di Bersani, tanto urgente e essenziale alla sua leadership quanto l’accordo al centro. E cioè la bocciofila. Bersani ha vinto il congresso chiedendo che il suo partito avesse quel minimo di disciplina che consente a una bocciofila di funzionare. Ora, a parte il fatto che i presidenti delle bocciofile non sono eletti con le primarie, ma è chiaro che è proprio nel rapporto con gli amministratori il punto dolente, perché sono anzitutto gli eletti, nel deserto di cultura politica di questi anni, a non capire più perché mai dovrebbero rispondere a una rissosa assemblea di partito piuttosto che al più vasto popolo delle primarie.
E così il partito democratico le affronta: con rassegnazione o entusiasmo, ma sempre senza rendersi conto che primarie vuol dire contendibilità, e che dunque la prima cosa che occorre per sostenerne l’urto è un partito più forte e più radicato degli stessi contendenti, altrimenti al termine della contesa il partito rischierà di non ritrovarsi mai dalla parte del vincitore, ma casomai del cacicco o del rocker di turno.
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4 risposte a “S'allarga il solco partito-cacicchi

  1. utente anonimo

    Nei giorni scorsi mi è venuto di pensare: ma se in Puglia il PD ha deciso di fare le primarie a dispetto di una possibile conferma del presidente uscente, che bene aveva svolto il suo lavoro. Viste le dirrerenze percentuali dei voti storici dei partiti dei due candidati, con una risposta clamorosamente diversa dai desideri, aspettative, o illusioni, dei padri di tale improbabile iniziativa. Questi padri dirigenti nocchieri di lungo corso, non dovrebbero non dico dimettersi, ma almeno astenersi per il futuro di interessarsi del governo del partito che hanno contribuito non poco a renderlo quello che ormai è diventato, consegnando perche è questo quello che succederà anche i governi locali agli oppositori che per questo hanno capito non devono esibire ne meriti ne autorevolezze.
    m i

  2. macché cacicchi, macché partito democratico, macché sud (una volta tanto). se il governatore veneto uscente – uscente malgré lui – galan avesse voluto o potuto (e nel suo non volere o non potere, ipotizzo, un qualche ruolo l’avrà anche giocato il suo essere dipendente di publitalia) opporsi alla designazione del leghista zaia, lo avrebbe schiantato più o meno quanto vendola ha schiantato il povero boccia. si fidi.

  3. utente anonimo

    "Un partito più forte e più radicato degli stessi contendenti". Detto bene. Si tratta, naturalmente, di un problema epocale, a prescindere dalla rissosità delle assemblee di partito.

  4. La disciplina di partito è fondamentale, ed hanno sbagliato a non imporre a Vendola (che comunque non è uno del Pd) la non-ricandidatura. Se lui si fosse impuntato e avesse deciso di correre con una sua lista, i voti di estrema sinistra sarebbero stati persi dal Pd, ma sarebbero stati compensati da quelli dell’Udc. Invece così in Puglia il Pd vincerà solo perché Udc e Pdl si presentano divisi. Una occasione persa.

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