Pd-Di Pietro la strategia da ritrovare

"Dobbiamo ripulire la piazza per fare il bene della democrazia", ha detto Di Pietro concludendo il congresso dell’Italia dei Valori. Ha anche garantito che l’Idv non intende fare la rivoluzione – quella vera, quella con le armi – ed è una precisazione che rassicura tutti. Resta però il fatto che la politica annunciata è quella del repulisti. La prosecuzione di Mani Pulite con altri mezzi. Il che significa che c’è un partito, in Italia, che ritiene che quella stagione non sia ancora chiusa, e che c’è ancora da mandare a casa un bel po’ di classe dirigente del paese, prima che l’aria torni pulita.
È naturalmente, come tutte, un’opinione legittima. È anche probabile che raccolga umori presenti nell’elettorato, e che possa mietere consensi alle prossime elezioni. Il punto è che però sulla base di una simile opinione non si costruisce un sistema politico stabile. Una linea del genere è anzi in espressa contraddizione con l’idea che vi siano le condizioni per costruire, perché invece si tratta di demolire (far piazza pulita, appunto). Ora, poiché per Di Pietro l’opera sarà completata solo con la fine del berlusconismo, è evidente che l’intesa con il Pd sulla linea dell’opposizione dura al governo non presenta per lui alcuna difficoltà. Di Pietro non deve spiegare nulla ai suoi elettori che non sia già chiaro. Diverso è invece il caso di Bersani. Il quale è stato eletto segretario del Pd col mandato di individuare le linee di un programma alternativo a quello del centrodestra, ma anche di favorire la ridefinizione del sistema istituzionale intorno ad una rinnovata centralità dei partiti (secondo il dettato della Costituzione, peraltro). Ma l’abbraccio, fisico e simbolico, delle ragioni dell’Idv rende assai meno chiaro in che modo, in mezzo ai venti ancora forti dell’antipolitica, Bersani pensi di confermare un simile mandato.
Due sono le trasformazioni che, da vent’anni a questa parte, interessano i partiti italiani. La prima è la personalizzazione: i partiti si identificano sempre più con i loro leader. Che sia un male oppure un bene, è sicuramente un fatto, per giunta in linea con quel che accade negli altri paesi europei. E contro i fatti è inutile sbattere la testa. Quel che però si può fare, è attrezzare un partito perché abbia durata più lunga di quella dei suoi leader.
Ma qui interviene l’altra trasformazione, che è una peculiarità tutta italiana, la quale fa sì che, nel paese in cui la politica si infila dappertutto, i partiti abbiano vita terribilmente breve, e nascano quasi soltanto per scomparire. Il fenomeno è meno evidente nel centrodestra, grazie a Silvio Berlusconi, ma anche lì non sono poche le formazioni messe in campo prima di arrivare all’attuale PdL, e ancora in molti pensano che senza Berlusconi tutto si rimescolerebbe. Quanto al centrosinistra, la vita media dei partiti si è abbassata bruscamente, dopo Tangentopoli. Orbene, il partito democratico è nato proprio per invertire questa tendenza, ed anche al centro, dove le sigle si sono finora sprecate (Udeur, Ccd, Cdu, Udr, Cdr, per ricordarne alcune) la presenza dell’Udc si lega oggi ad un tentativo analogo. È un fatto però anche questo, che siffatti tentativi legano assai poco con la cultura politica dell’Idv, il cui giustizialismo ha anzi l’effetto non secondario di renderli vani.
Ora, a marzo si vota alle regionali. Le elezioni avranno un significato politico nazionale. Il centrodestra, male che vada, guadagnerà qualche regione: a mettere davvero in crisi i suoi equilibri sarà probabilmente un largo successo della Lega, più che non un risultato al di sotto delle aspettative. Nel centrosinistra c’è invece il rischio che la tattica offuschi la strategia. Bersani sembra infatti aver rinunciato a spiegare agli elettori quale disegno porti avanti, col risultato che le vittorie che potranno eventualmente fare la differenza, cioè il Lazio e la Puglia, non potranno avere il significato di una conferma piena della giusta direzione imboccata.
In Campania può accadere la stessa cosa. La candidatura di De Luca ha mostrato che c’è sempre un puro più puro di te che, se non ti epura, pensa però che prima o poi verrà la tua ora, come oggi pensano di Di Pietro i Travaglio e i de Magistris che di De Luca non vogliono sentir parlare. Ma anche in quel caso, perché una vittoria finora insperata possa arridere non solo al sindaco di Salerno ma pure al Pd, occorrerà che De Luca metta la sua indubbia forza personale al servizio di un progetto più ampio, e parli un linguaggio concreto, fattivo e determinato quanto vuole, ma con sapori diversi da quelli che – sembra un paradosso ma non lo è – hanno scatenato la plateale ovazione dell’Idv.
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