Archivi del giorno: marzo 1, 2010

Quando l'intellettuale imbarazza la politica

(il titolo è un po’ forte, diciamo):

Il dibattito sul ruolo dell’intellettuale, che periodicamente si riaffaccia sui giornali, fa spesso insorgere il sospetto che ormai l’unica discussione appassionata alla quale l’intellettuale è titolato a partecipare e che ne giustifica l’esistenza sia quella relativa al suo stesso ruolo. Se poi si aggiunge che ormai degli intellettuali ci si occupa quasi soltanto per fustigarne i vizi, denunciarne le debolezze e infine decretarne l’irrilevanza, quel che appare davvero misterioso è perché, se l’intellettuale è conciato così male e conta così poco, si continui inesorabilmente a dargli addosso. Tanto più che spesso lo si fa per opposti motivi. Lo si accusa, per esempio, di eccessivo conformismo e acquiescenza al potere. Pierluigi Battista ha dedicato al tema un libro, che parla chiaro e forte fin dal titolo: I conformisti, appunto, e pazienza se oggi suona di gran lunga più conformistico parlar male degli intellettuali che non invece esaltarne la figura.
D’altra parte, mentre Battista stigmatizza i cedimenti morali e gli altri obbrobri commessi dalla categoria, Sandro Bondi, riflettendo sullo stato dei rapporti nella maggioranza, muove il rilievo opposto e assolve il politico, cioè Gianfranco Fini, ma non gli intellettuali della Fondazione Farefuturo, che Fini presiede, ai quali imputa di andare ben oltre la volontà del loro Presidente: di prendersi cioè troppe libertà (quelle intellettuali, giustappunto), quando invece bisognerebbe avanzare, secondo lui, a schiere ben serrate.
È chiaro però che né lo sguardo rivolto da Battista ai casi individuali né la preoccupazione di Bondi circa le contingenze politiche del momento sono di aiuto per capire che cosa ci stia a fare l’intellettuale in società, e se abbia ancora qualche significato il fatto che ci stia proprio in quanto intellettuale – e non per eventuali, specifiche competenze in questo o quel settore di attività. Anzi, oramai si stenta del tutto a capire perché, oltre all’esperto di turno e al politico, debba comparire sulla scena pubblica, e per far cosa, il generico profilo dell’intellettuale non legittimato dal voto (come il politico) né dal possesso di un sapere tecnico-scientifico (come l’esperto). Non essendovi altre fonti di pubblica autorevolezza, l’intellettuale finisce così col comparire davanti alle telecamere o su qualche illustre palcoscenico per parlare approssimativamente di tutto, e perciò di nulla: per chiacchierare, insomma, che è precisamente la cosa che si fa quando si parla di tutto e di nulla, del più e del meno.
C’è poco da stare allegri, tuttavia. E non perché il confronto fra il maîre-à-penser di una volta e l’ospite televisivo con titolo accademico di oggi si risolverebbe a tutto vantaggio del primo. Peraltro, quelli che preferiscono la chiacchiera contemporanea al furore ideologico degli anni passati esagerano, ed esagerano proprio perché non fanno altro che conformarsi ai gusti dello spettatore medio (oltre che, si sarebbe detto una volta, alle esigenze del potere, che preferisce di gran lunga la ciarla alla critica). C’è poco da stare allegri perché l’opinione pubblica è tale se e solo se c’è un uso pubblico della ragione, e pubblico vuol dire libero e universale: non sacerdotale o sapienziale – nessuno se lo può più permettere – ma nemmeno meramente strumentale, e legato solo a scopi o interessi particolari, nobili o sordidi che siano. Pubblico è per l’appunto l’uso intellettuale della ragione. E il fatto che il pubblico decada a pubblicità, senza essere un inesorabile legge di struttura è però faccenda di gran lunga più pericolosa per la salute di una democrazia di tutti i pregiudizi pseudo-ideologici denunciati da Battista, come anche dei capricci politologici che innervosiscono Bondi.
Non bisogna però farsi illusioni: una parola che non sia intessuta di potere non c’è. Oppure, se c’è ed è davvero libera dai condizionamenti del mondo è anche, per ciò stesso, fuori dal mondo e quindi del tutto ineffettuale. Ma un’alternativa rimane: fra il dare parole al potere, e farsi suoi corifei, e dare potere alle parole, rafforzando i luoghi e i modi della critica e dell’esercizio intellettuale, non si può che scegliere la seconda strada. Tentare, almeno. E proprio per questo scandalizzarsi meno se l’intellettuale si è schierato e molto più se lo schieramento è rimasto del tutto privo di idee.