Dieci, otto, una

Nazione Indiana ha posto dieci domande "a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere". A cui Giulio Mozzi ha risposto proponendone a sua volta otto. A cui a mia volta rispondo (qui sotto), proponendone solo una (alla fine).
1. L’uso di parole come «tavolo» o come «lastra» non è affatto complicato. Eppure se mi si chiede una definizione di «lastra» ho qualche difficoltà a darne una decente. La mia idea di «lastra», non essendo io un artigiano, è dotata di una certa vaghezza, ma è anche sufficientemente precisa per gli usi ordinari del linguaggio in cui mi trovo per lo più a impiegarla. Suppongo che sul sito Nazione Indiana  si dia della parola critico un uso che è, allo stesso modo, abbastanza vago, ma anche sufficientemente preciso per la maggior parte degli utenti del sito, anche quando questi non siano in grado di darne una definizione rigorosa capace di escludere tutti i non critici, e di includere tutti i critici. Con buona pace di Socrate-Platone, e a maggior gloria di Wittgenstrein, essere in grado di formulare degli esempi, ma non possedere la parola o le parole che squadrino il concetto da ogni lato non vuol dire affatto non avere minimamente idea di cosa sia ciò di cui si dà esempio. Se d’altra parte così non fosse, si potrebbero formulare molte ipotesi, tutte sensate: sulla comunità di utenti, sui cambiamenti d’uso della parola, sulla rilevanza che prendono determinati casi-limite e sul perché la prendono, sulle ragioni per cui sarebbe o non sarebbe richiesta una maggiore precisione, ecc. ecc. Queste eventuali difficoltà devono però manifestarsi motivatamente: ci vogliono dubbi reali, non dubbi logicamente (meramente) possibili circa la correttezza nell’uso di questa o quella parola (va da sé che dubbi di quest’ultimo genere ci possono essere sempre). Bisogna cioè  dubitare motivatamente che la parola sia usata in maniera apertamente incoerente o contraddittoria, o in maniera assolutamente vaga e inconsistente. Poiché la parola non è stata ritirata dal vocabolario, e fino al manifestarsi di radicali incomprensioni, è lecito da parte di chi la usa supporre che il suo significato sia sufficientemente preciso nel contesto in cui viene usata – così come è lecito da parte di chi risponde premettere alla risposta una qualche ulteriore precisazione. E il fatto che questa precisazione possa essere avvertita come necessaria non rende per ciò stesso imprecisa la domanda da parte di chi l’ha posta, dal momento che l’uso di ogni parola può essere sempre ulteriormente precisato.
(Sulla presenza o assenza di critici che denunciano "la totale mancanza di vitalità, ecc." non so dire)
2. Si può rispondere come sopra. Il questionario non chiede di discutere in cosa consista la qualità, ma chiede se, posto che sia sufficientemente noto, a partire da alcuni esempi significativi (che potrebbero essere addotti senza pretendere che il valere come esempio valga quanto il possedere un univoco criterio) posto che sia noto quando si possa parlare di buona qualità di un’opera, se questa sia in qualche modo frenata dall’industrializzazione crescente, ecc. (d’altra parte, io non sono un sociologo, e avrei difficoltà anche a dare una definizione ‘esatta’ di "industrializzazione crescente"). Il questionario suppone che ci sia sufficiente accordo non su tutte, ma almeno su alcune opere significative di buona qualità. Non è una supposizione irragionevole, oppure: bisognerebbe a propria volta dimostrare che la supposizione è irragionevole, per giudicare poi la domanda male impostata.
3. La domanda avrebbe potuto (non so se dovuto) essere formulata nel modo seguente: quale rapporto si ritiene vi sia fra ‘stato della nostra letteratura’ e ‘pagine culturali dei quotidiani’? Anche in quest’ultimo caso, si sarebbe potuto chiedere di essere più precisi e rigorosi (cosa mai si intende, infatti, per ‘rapporto’?), e tuttavia credo che sarebbe ragionevole attendersi che una domanda del genere ingeneri una famiglia di risposte fra di loro sufficientemente imparentate perché si dimostri che la domanda possiede una sua determinatezza (benché non assoluta, benché non nel senso della più rigorosa univocità, ecc.). Per la verità, la stessa verifica sperimentale (a posteriori, a partire dalle risposte suscitate e dall’aria di famiglia che si stabilirebbe fra di loro) può verificarsi anche a partire dalla primitiva formulazione della domanda. È ragionevole supporre infatti che con la parola ‘rispecchiamento’ si faccia riferimento a quello che in generale si ritiene il compito del giornalismo (a torto o a ragione, ma in entrambi i casi in modo approssimativamente condivisibile), ossia dire come stanno le cose. E cioè (più o meno): uno che legga solo le pagine culturale dei quotidiani si fa un’idea abbastanza precisa e fedele dello stato della letteratura oppure no?
4. Qui domanderei: quando dico a mio figlio che è un bravo figliolo, avrebbe senso che lui mi chiedesse in che senso preciso prendo l’aggettivo? E se lo facesse, me la potrei davvero cavare con poco? Temo di no. Io tendenzialmente mi accontenterei perciò, in casi simili (come in sostanza nelle precedenti risposte), che buono venga definito come ‘quel che la comunità di coloro che si interessano a un questionario simile ritiene in generale che sia un buon livello, ecc.’: ne verrebbe fuori una lista di caratteristiche aperta e, di nuovo, un po’ vaga, ma non per questo priva di qualunque sensatezza o apparentabile all’enciclopedia cinese di borgesiana memoria. Aggiugno, il che mi pare rilevante per la proposta stessa di un questionario simile, che non c’è affatto da preoccuparsi, ma anzi solo da auspicare che, nel rispondere o prima di rispondere, il rispondente dia insieme un contributo anche alla definizione dell’aggettivo, specificando in quale senso lo prende e perché. Esigere che sia fatto in via preliminare risponde a un modello di discorso scientifico non dialogico che non è necessariamente da preferire in discussione come quella avviata da Nazione Indiana.
5. Qui io sarei portato a intendere: azioni non specificamente letterarie, volte però ad aiutare la produzione letteraria, e in particolare quella di buona qualità. Per azioni non specificamente letterarie intendo ad esempio forme di sostegno economico-finanziario (ma non solo: la domanda in effetti chiede di ipotizzare in generale ‘possibili forme di sostegno’). (Se ad esempio elimino totalmente l’IVA sui libri, sostengo)
6. Per scrittore, in maniera a bella posta circolare (e perciò non priva di problemi: va anche detto però che persino per la scienza leggo definizioni del tipo: ‘ciò che la comunità degli scienziati ritiene che sia scienza’), per scrittori credo si possa intendere chi la comunità degli scrittori ritiene che sia tale. Se poi gli scrittori abbiano una cosa da dire in quanto scrittori, io qui risponderei: sì, il mondo intero. Ma un approfondimento riguarderebbe solo la mia idea di letteratura, e perciò lascio perdere.
Infine, è evidente che dietro il giudizio sulla crisi evidente della nostra democrazia c’è un giudizio politico. Rispondendo si può ben dire di non condividere un simile giudizio, ma il fatto che vi sia un simile giudizio (che io, peraltro, dettaglierei in un certo modo) non rende per ciò stesso male impostata la domanda. La domanda può essere errata, muovere cioè da presupposti errati (nel caso: che si dia questa evidente crisi) ma se per male impostata si intende che è posta in modo tale che non c’è modo di rispondere sensatamente o anche solo in maniera interessante ad essa, non sono d’accordo che essa lo sia. Per esempio: contestare il presupposto è un modo sensato e forse anche fruttuoso di rispondere alla domanda. (O anche: se uno mi domanda come intendo affrontare il lutto per la morte di mio fratello, io posso ben rispondere che mio fratello non è affatto morto e non c’è quindi alcun lutto che io debba elaborare. La domanda è, dal mio punto di vista, errata, ma non male impostata).
7. Qui è interessante che Giulio faccia propria, per amor di supposizione (e per arrivare probabilmente al punto che gli pare più rilevante), la distinzione fra mondo della cultura e mondo politico. Sicché gli domanderei: perché non prova a rispondere alle domande di sopra, per lui male impostate, supponendo che si sappia in genere cosa è un’opera di buona qualità, o chi sia uno scrittore, ecc.? Quanto poi all’appartenenza all’uno o all’altro mondo, è ben evidente ad esempio che Berlusconi e Bersani appartengono al mondo politico, e che Valerio Magrelli e Umberto Eco appartengono al mondo della cultura (si può anche contestare questa evidenza, perché è tutto contestabile, ma mi domando a cosa servirebbe contestarlo e perché non lo si potrebbe supporre per amore di discussione e per arrivare al punto). E’ altrettanto evidente che i primi non appartengono al mondo della cultura (il che non vuol dire che siano incolti) e i secondi al mondo della politica (il che non significa che le loro parole non possano avere effetti politici). Di più: la stessa persona (ad esempio: Bobbio, o Sciascia) può appartenere all’uno e all’altro mondo, e dire che parla ‘da uomo di cultura’ o che parla (per esempio in un discorso in Parlamento) da ‘uomo politico’. Tutto ciò gode di sufficiente evidenza perché sia accolto senza definizioni preliminari (e persino Cartesio, l’uomo delle idee chiare e distinte, diceva: non chiedetemi di definire che cos’è un uomo perché ci capiamo meglio senza buttarci tra le gambe la ricerca della definizione). Berlusconi e Bersani da una parte, Magrelli ed Eco dall’altra non sono naturalmente un criterio (men che meno un criterio valido universalmente), ma solo degli esempi. Se vengono intesi come se con essi si dicesse, ad esempio, che politico è solo chi siede in Parlamento o ha cariche istituzionali, vorrebbe dire che se ne si sarebbe frainteso la natura di esempio.
Dopodiché si possono sicuramente fare ulteriori passi avanti, ma credo di avere mostrato schematicamente che si ha ragione di parlare di ‘mondo politico’ (lo si fa tutti i giorni) e di ‘mondo della cultura’ (non lo si fa tutti i giorni, ma lo si fa e lo si può fare in maniera che l’espressione abbia sufficiente consistenza) e di chiedersi se si instaurino rapporti e quali. Il che non impedisce di pensare, ad esempio, che la cultura non è vera cultura se è separata dalla politica (ed eventualmente di rispondere anche, in questo modo), oppure di specificare che con ‘mondo della cultura’ si intende far riferimento solo al ‘mondo letterario’ e non anche a quello ‘musicale’, oppure alla ‘cultura alta’ e non a quella ‘bassa’ (oppure tutto il contrario), eccetera eccetera. Il ventaglio di precisazioni possibili non è necessariamente un difetto della domanda e non ingenera necessariamente equivoci. D’altra parte, se Nazione Indiana avesse domandato se vi è rapporto fra Berlusconi e Magrelli, se si conoscono o si frequentano, se leggono l’uno i discorsi dell’altro, e l’altro i libri dell’uno, la domanda sarebbe stata sicuramente più precisa, ma anche meno significativa. E non sempre con la precisione si guadagna in comprensione.
 8. Opportuno o no che uno scrittore scriva su giornalacci (o ritenuti tali) vuol dire: che faccia bene. (Inopportuno: che faccia male). Nell’accezione che queste espressioni prendono quando si dice: hai fatto bene a andare al funerale; hai fatto bene a chiedere scusa, ecc.
Giunto al termine di questa mia fatica, chiedo a Giulio:
sei disposto a ritenere che le domande non sono male impostate se le risposte che vengono raccolte mostrano una sufficiente aria di famiglia, e per esempio di riguardare se non proprio gli stessi fenomeni, perlomeno fenomeni vicini?
 
Infine: non è che a me piacciano tutte le domande. È abbastanza probabile che alcune di esse presuppongono un certo giudizio sullo stato della cultura nel nostro paese (e anche su che cosa sia cultura), ed è discutibile che esse siano le più perspicue per riflettere per l’appunto su ciò su cui chiedono di riflettere. Ma non per questo sono male impostate, né è impossibile, nel rispondere, mettere appunto in questione questi aspetti, e così contribuire a formulare migliori domande.
(Infine infine: si può prendere tutto ciò per una discussione del significato di: ‘domanda male impostata’ e dell’uso di parole che è duro definire, nonostante la loro relativa chiarezza).
Annunci

4 risposte a “Dieci, otto, una

  1. se qualcuno/qualcuna mi spiega la funzione della risposta a queste domande nell'epoca della liquidazione bloghistica, magari ci penso pure. Fa specie che anche tu risponda.

    emilio/millepiani

    ps: è fallito.

  2. Mah, non so. Forse avevo solo voglia di scrivere un post lungo. E non mi dispiaceva di dedicarlo a Giulio, che leggo spesso e volentieri. (Il destino dei blog non so: ogni tanto lotto contro la morte del mio).

  3. Be', io penso che hai scritto un post interessante. Lo gradisco molto.

  4. Ho molto apprezzato questo articolo per il modo con cui ha percorso indenne quelle sabbie mobili  di un campo altrimenti noto come filosofia del linguaggio. Illuminante l'uso del paradigma made in wittgenstein delle "somiglianze di famiglia"    confuso, hélas, da alcuni commentatori (per esempio Giulio) con quella di Cose Nostre
    ancora grazie!
    effeffe   

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...