Archivi del giorno: marzo 11, 2010

Il professore Adinolfi

Martedì, ore 19.05: il professore Adinolfi osa entrare nel suo studio, sfidando le tenebre già calate sull’edificio con poco meno di un’ora di anticipo rispetto all’orario di chiusura. Si aiuta col cellulare, riesce a raggiungere il proprio studio e a recuperare quanto aveva dimenticato. Ma al momento di uscire scopre con sommo dispetto che nel frattempo sono state chiuse le porte, e gli tocca scendere per le scale d’emergenza e scavalcare sotto la pioggia il cancello per le auto, per guadagnare l’uscita.

Mercoledì, ore 8.45. Il professore Adinolfi protesta garbatamente con il custode il quale prende nota ma dice di non sapere chi fosse di turno la sera precedente.

Mercoledì, ore 19,45. Il professore Adinolfi ha terminato di lavorare al computer ed esce dallo studio. L’edificio è di nuovo avvolto nelle tenebre. Nessuno lo ha avvertito di nulla, nessuno ha bussato alla sua porta per verificare se non vi fosse qualcuno. L’università dovrebbe chiudere alle 20, e i docenti dovrebbero lasciare l’edificio alle 19.45 (per l’appunto). Ma evidentemente i custodi di turno di sera hanno la fregola, oppure fanno i dispetti, e comunque non fanno il loro dovere, e il professore Adinolfi scende di nuovo per le scale d’emergenza alla luce del telefonino, poi scavalca il cancello e strappa il cappotto rimasto impigliato nel filo spinato.

Il professore Adinolfi s’è incazzato un po’.

L'errore dietro le due piazze

E così si va in piazza. Con motivazioni opposte, ma si va in piazza ugualmente. Sabato prossimo a Roma ci sarà la manifestazione dell’opposizione indetta in seguito alla decisione del governo di varare in tutta fretta un decreto interpretativo, per ovviare all’esclusione delle liste in Lazio e in Lombardia. Nel frattempo i giudici si sono celermente pronunciati, senza che quel decreto producesse sulle loro decisioni alcun effetto giuridico (ultimo, mirabile esempio di come non si debba legiferare in un paese serio). La settimana dopo, sempre di sabato, è la volta della maggioranza. Il Presidente del Consiglio ha detto che il PDL è da sempre abituato alla proposta, non alla protesta, e quindi si può stare tranquilli che la manifestazione sarà una grande manifestazione di proposta. E si vorrebbe ben vedere, viene fatto di pensare, visto che non si capisce contro che cosa potrebbe davvero protestare chi, sedendo al governo, ha utilizzato tutti gli strumenti disponibili (e controversi) per sanare i difetti – formali o sostanziali che fossero – della presentazione delle liste.
La cosa divertente (si fa per dire) è che tanto Bersani quanto Berlusconi hanno detto la stessa cosa: in piazza, assicurano entrambi, ci vanno con spirito propositivo e non protestatario. Eppure ognuno vede che le motivazioni reali, quelle sulla base delle quali saranno mobilitate decine di migliaia di persone, stanno invece in una protesta che appare per giunta abbastanza scomposta e mal riposta: nei confronti di un decreto che è già finito nei cassetti dei tribunali, da una parte; e, dall’altra, contro una sinistra “sovietica” – così dice Berlusconi, ma solo perché non ce la si può prendere, in pubblico, contro se stessi.
Passeranno anche queste manifestazioni: si spera senza troppi danni. Senza, per esempio, tirare in ballo il Presidente della Repubblica, al cui equilibrio l’Italia deve solo essere grata, e senza appesantire la piazza di insofferenza per le forme, la legalità, i poteri di controllo, in mancanza dei quali non c’è democrazia possibile.
Ma resta il fatto che la campagna elettorale è stata oscurata da questioni che in un paese normale non sarebbero neppure oggetto di confronto politico; e resta, soprattutto, che l’opera di discredito che la classe politica continua imperterrita a compiere non su altri ma su di sé, essa dimostra ogni giorno di volerla condurre autolesionisticamente fino in fondo.
E’ difficile dire quanto l’intera vicenda e l’eco delle manifestazioni peseranno nell’urna; è per fortuna probabile che tutto si svolgerà senza incidenti, pacificamente, in un clima che qualche commentatore potrà persino descrivere come allegro e colorato. Quel che però è certo è che difficilmente si potranno prendere quegli appuntamenti come segno della ferrea salute e della straordinaria vitalità della nostra democrazia. Tutt’al contrario: la piazza appare sempre più il luogo di una caricaturale difesa della democrazia da pericoli che, in realtà, esistono solo per spostare ogni volta l’attenzione dai problemi reali del Paese: dalla pesante situazione economica, dal ritardo nelle riforme, e da un’architettura istituzionale a cui si dovrebbe mettere mano in Parlamento, senza trascinarla nei tribunali e nelle corti. Non si discute, ovviamente, il diritto a manifestare, che è sacrosanto, ma le ragioni delle opposte mobilitazioni. Le quali restano poi nelle menti e nei cuori di chi manifesta, e formano l’identità di una parte politica molto più di tante belle piattaforme programmatiche.
Perché la democrazia, per la buona sorte di tutti, non è in pericolo: e però accade che i due schieramenti continuino a fare le loro mosse come se invece toccasse loro di difenderla, proprio mentre sferrano qualche colpo sgangherato e malaccorto. Parlano di ingiustizie e soprusi, mentre li commettono, oppure attaccano il Presidente della Repubblica, quando dovrebbero difenderlo.
E questo significa purtroppo che, in un caso del genere, fra i due litiganti, il terzo, cioè il Paese, non gode affatto.