Pop philosophy/1

Il fatto che a occuparsi di Pop-philosophy sia stato, su Repubblica, Valerio Magrelli mi ha spinto a leggere l’articolo. Il fatto che in conclusione Magrelli abbia distinto due fasi del processo speculativo ("una cosa è applicare uno strumento ai più diversi aspetti della cultura di massa, un’altra, assai più complessa, riuscire a forgiarlo") mi ha reso più lieve l’articolo intero.
Ciò non toglie però che non può non lasciare perplesso discutere se vi siano oggetti a cui l’analisi filosofica non dovrebbe applicarsi, dal momento che la questione era già (risolta) in Platone (vedasi Parmenide che al giovane Socrate chiede se anche del sudiciume o dei capelli si dia o no idea). Il fatto è che non si capisce se debba essere la filosofia a gettare qualche schiarimento sugli oggetti che prende in considerazione, o se viceversa sia proprio l’esercizio sopra quegli oggetti a far fare qualche nuovo passo alla filosofia. Solo la seconda cosa conterebbe davvero, e invece si tratta (par di capire) sempre della prima. Ma anche in questo caso, uno vorrebbe perlomeno capire com’è fatto questo strumento filosofico che si applica ad oggetti presi altrove, e com’è fatta una considerazione filosofica e come la si definisce a parte dagli oggetti sui quali si esercita, e invece sembra che vada tutto da sé – ivi compresa, suppongo, la metafora dello strumento, che non è innocente e che forse non è affatto indovinata.
Magrelli cita poi con approvazione Sloterdijk che invita la filosofia a uscire dal recinto accademico, e siamo d’accordo, ma non è che se parlo di Dio o della sostanza mi trovo dentro il recinto e se parlo invece di Dr. House me ne vengo fuori: oppure è anche qui un problema di divulgazione? Ma allora io, che durante il corso dello scorso anno tiravo in ballo ad ogni passo tiravo i neomelodici, sono già abbondantemente a posto.
Che poi la tesi, in generale, è persino ovvia: il metodo filosofico (qualunque cosa sia) getta una luce potente sui prodotti della cultura bassa, "un po’ sul genere dei Miti d’oggi di Roland Barthes". Si dice dunque: come vedo un quadro e ci filosofeggio su, così leggo un fumetto e faccio altrettanto. Il primo oggetto non è teoricamente più denso e la filosofia non ci ricava più sugo di quanto non riesca a fare nel secondo caso. Ma come si può prendere questa affermazione per un principio generale, valido a prescindere dall’oggetto in questione, senza chiedersi nemmeno perché e per come un simile principio si farebbe valere?
(Eccovi invece una bella questione filosofica: la perdita di esemplarità di un certo numero di oggetti).
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Una risposta a “Pop philosophy/1

  1. utente anonimo

    e quando tirava in ballo i neomelodici c'era addirittura chi l'ascoltava…il che è tutto dire!!!!

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