Bersani alla prova del federalismo

(Questo articolo è apparso su Il Mattino lo scorso otto aprile, giovedì. Il che la dice lunga su come riesca a tener dietro alle cose)

Si apre la partita delle riforme istituzionali, e le forze di opposizione devono esserci. Berlusconi scalpita, Bossi accelera, e la minoranza non può restare al palo. Il Pd ha certo un paio di argomenti per sfilarsi, ma ha anche un ottimo motivo per disputare fino in fondo la partita. I primi due sono essenzialmente tattici, l’argomento a favore è invece di natura strategica e può portare vantaggi di lunga durata, proprio quelli di cui avrebbe bisogno un partito nuovo, per attrezzarsi in the long run.
Ma vediamo anzitutto gli argomenti tattici. Il primo poggia sulla rendita di posizione dell’antiberlusconismo. Se si considera Berlusconi un pericolo per la democrazia, quel che si deve fare consegue con facilità. Agli elettori si deve solo spiegare, persino ossessivamente, che tutto quello che la maggioranza intende realizzare rappresenta una china pericolosa per il paese: verso derive sudamericane o balcaniche, a seconda delle proprie preferenze geografiche e dei pericoli che si vogliono denunciare, che si tratti dell’autoritarismo o della secessione. Se anche in passato ha potuto funzionare, è dubbio tuttavia che l’argomento possa stare in piedi indefinitamente, o almeno finché Berlusconi non lasci la scena politica. Senza considerare che al bacino dell’antiberlusconismo attingono già, a piene mani, Di Pietro e Grillo: quanti voti in più si pensa di raccogliere da quelle parti? E per farne che?
Il secondo argomento si fonda sulla proiezione del possibile scenario che si delineerebbe a riforme approvate: sarebbero calzate su misura di Berlusconi, e assicurerebbero alla maggioranza un risultato di indubbio prestigio da spendere alle prossime elezioni. L’argomento non è privo di validità, ma ha il difetto di dare per scontata in partenza la propria irrilevanza. Ora, può un partito scommettere sulla marginalità del proprio ruolo nello scegliere quale linea adottare? Non c’è bisogno di chissà quale vocazione maggioritaria per rispondere che no, non si può.
L’argomento che dovrebbe invece suggerire al Pd di vedere le carte e giocarsi davvero la partita suona press’a poco così: se il partito democratico ritiene di avere una funzione storica e nazionale, se vuole farsi interprete di un’idea di paese, se è consapevole che fisionomia e identità dei partiti non si costruiscono in vitro ma nel vivo della lotta politica, allora le riforme istituzionali sono il terreno migliore sul quale far valere non semplicemente le proprie ragioni, ma la propria stessa ragion d’essere.
È ben difficile infatti che un nuovo partito nasca da vecchie formazioni e si affermi a sistema politico immutato. Se così fosse, peraltro, vorrebbe dire che il partito democratico esiste solo per l’impossibilità dei partiti di provenienza, DS e Margherita, di continuare ad esistere. Magra consolazione (che le urne non mancherebbero di smagrire sempre più). E invece il Pd deve saper dimostrare il contrario: che cioè DS e Margherita costituivano solo la figura di transizione assunta in stato di necessità, dopo il crollo della prima repubblica, mentre il partito democratico è la risposta naturale al nuovo ambiente politico e istituzionale che si vuole e si deve costruire.
Qualcosa del genere prova del resto a fare anche l’UDC, che difatti non perde occasione di spiegare quanto la sua presenza si giustifichi non in base a una riedizione della politica dei due forni, ma in forza del tentativo di disarticolare l’attuale sistema politico per costruirne uno nuovo.
Come spiegare altrimenti ai cittadini che il partito è sì nuovo, ma sta lì solo per difendere la Costituzione? Questo non vuol dire che la Costituzione sia vecchia, o che i valori costituzionali siano da buttare: tutt’altro. Ma a difenderli deve pensarci, e ci pensa egregiamente, il Presidente della Repubblica, non un partito, che non è affatto un’istituzione di garanzia – salvo, ma saremmo daccapo all’antiberlusconismo, quando è in gioco la salvezza nazionale.
Per il resto viene difficile dirlo, perché l’espressione usata da Mortati ha preso un senso spregiativo, ma occorre che il Pd sappia davvero iscriversi nella costituzione materiale di questo paese. Per il momento c’è riuscita solo la Lega, sicché pare naturale che la riforma costituzionale non possa che essere federalista. Ma provi allora il Pd a chiedere per esempio: federalista davvero, ogni pezzo d’Italia con un suo proprio sistema normativo? E non comincia proprio qui, nel disegno di questo federalismo, lo spazio più ampio per l’iniziativa politica di una opposizione che abbia a cuore le sorti del paese?
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