La lunga marcia di Gianfranco

Di lunghe marce in politica ce ne sono state parecchie, e a giudicare dalle parole che il Presidente della Camera ha usato ieri è ad una lunga marcia che si sta preparando, dopo il fragoroso scontro in Direzione Nazionale. Fini ha escluso infatti tutte le soluzioni che porterebbero ad un’immediata resa dei conti: non fonda un partito, non prepara imboscate, non costituisce gruppi autonomi, non fomenta la crisi.
Come in ogni lunga marcia che si rispetti, non contano gli attuali rapporti di forza, ma la linea lungo la quale è possibile modificarli. Sui numeri ieri Fini ha (comprensibilmente) tagliato corto, sulle questioni politiche che intende sollevare no. Nessuna acquiescenza, ha detto, e si capisce che lealtà e responsabilità non impediranno a Fini di aprire discussioni su tutti i punti politicamente sensibili dell’agenda di governo. E siccome la lingua batte dove il dente duole, e siccome a dolergli è soprattutto il dente della trazione leghista del governo, è anzitutto sul federalismo, sui suoi costi, sulla salvaguardia della coesione nazionale che Fini ha battuto, molto più che sui temi della giustizia: questi ultimi, infatti, irritano sicuramente di più Berlusconi, ma molto meno Bossi e la Lega, con cui è aperta la partita vera. E la partita vera richiede tempi lunghi, perché si tratta nientedimeno che di mutare la ‘costituzione materiale’ della seconda Repubblica.
Al di là del testo costituzionale, infatti, il patto che oggi ci lega è fondato di fatto su due elementi: da una parte, un assetto politico e istituzionale tendenzialmente presidenzialista, unito alla mancanza di legittimazione di tutto ciò che somiglia sia pure alla lontana ai partiti tradizionali; dall’altra, la sostituzione della polverosa questione meridionale, divenuta agli occhi dell’opinione pubblica sinonimo di arretratezza, illegalità e inefficienza, con la questione settentrionale, col problema cioè di come lasciare le briglie finalmente sciolte al paese che funziona.
Qual è stato infatti il giudizio reso da Bossi, mentre chiedeva bruscamente le dimissioni del Presidente della Camera? È un vecchio notabile democristiano, ha detto, incurante della biografia politica di Fini. Appartiene alla prima Repubblica, voleva dire, quella che o è scomparsa o è finita tutta all’opposizione: noi invece, sottintende Bossi, siamo la seconda. Noi, cioè la miscela di populismo e federalismo in cui le perplessità e i distinguo di Fini non debbono trovare posto alcuno. Non che tutti gli umori e i sapori del centrodestra stiano in questa urticante miscela: sarebbe un grave errore pensarlo. Ma quando il gioco si fa duro, le durezze si fanno sentire eccome, e le linee di frattura si fanno, inevitabilmente, più visibili.
Ecco perché la marcia è lunga, e Fini ha davanti un percorso per nulla facile: perché ne va molto più che non del suo rapporto con Berlusconi. Dei due elementi su cui si fonda la legittimazione egemonica dell’attuale maggioranza, Fini sembra d’altra parte meglio attrezzato per mettere in discussione il secondo, quello che lo colloca dalla parte dell’unità nazionale contro gli egoismi localistici della Lega. Quanto invece al primo, ne vede tutti gli aspetti negativi nella vita interna del partito (che non è un partito, è un popolo, dice Berlusconi, ed è tutto dire), ma non ne discute affatto l’eventuale proiezione istituzionale. Si ha però un bel criticare il "centralismo carismatico" di Berlusconi, secondo la bella definizione di Alessandro Campi: finché il sistema politico resta imperniato su di esso, il dito alzato di Fini in Direzione rischierà di essere classificato come una piccola, per quanto clamorosa, impertinenza.
Naturalmente, uno i tempi non è che se li può dare a proprio piacimento, ed è da vedere se Fini di tempo ne avrà quanto gliene occorre, o se la sua fronda verrà assorbita, invece di ingrossarsi. Difficile fare ipotesi. D’altronde, il primo politico che ebbe la vista lunga riuscì, al termine di una lunga marcia, a portare il suo popolo nella terra promessa, ma, lui, Mosé, non ci entrò mai. Non è quello che auguriamo a Fini, ma che il paese abbia comunque bisogno di una buona leva di legislatori per completare finalmente la sua traversata, e trarsi fuori dal Mar Morto di un assetto politico-istituzionale che avrà pure il marchio della seconda Repubblica ma resta inconcluso, inefficace e inefficiente, questo, vista lunga o no, è ormai un’esigenza sotto gli occhi di tutti.
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