La danza macabra attorno a Mariarca

Non è vero che dinanzi alla morte si può soltanto tacere. È vero invece il contrario: dinanzi alla morte, dinanzi ad ogni singola morte si deve parlare, anche se la morte giunge nel più inaccettabile dei modi, nell’inabissamento di un grido di protesta estremo, inaudito e perciò scandaloso. Mariarca Terracciano Calabrese, l’infermiera di Napoli che aveva deciso di prelevare 150 milligrammi di sangue dal suo stesso corpo per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul mancato pagamento dello stipendio, non immaginava che sarebbe finita così, senza poter avere una parola con cui dare un senso al suo gesto. È svenuta, ha perso conoscenza, non si è più ripresa, è andata via. In realtà a ciascuno è preclusa per principio la possibilità di appropriarsi del senso della propria fine, ed è per questo che noi, i sopravvissuti, siamo chiamati a compiere l’esercizio più umano e più pietoso di cui siamo capaci e che ci rende, appunto, uomini: l’esercizio della parola, in memoria di chi non può più averla. Trovare il tono giusto non è facile, mantenersi, parlando, nel ritegno che è dovuto al cospetto di una vita fuggita via prima del tempo non è agevole, ed espone sempre chi parla – chi commemora, chi prega o chi impreca – al rischio di pronunciare parole inconcludenti. Peggio ancora è però quando si crede di poter conchiudere la vita e la morte di una persona in parole che attribuiscano a quella vita e a quella morte il senso che si vuole che abbia, in base non alla preoccupazione desolata per chi muore, ma all’interesse arcigno di chi vive. Peggio ancora è quando ci si sente in dovere di rilasciare, comunque, dichiarazioni. Spaventati dal pensiero che la morte di Mariarca possa essere loro imputata, i nostri politici si esercitano infatti, che se ne accorgano o no, nell’arte dello scaricabarile, la quale, poco nobile di per sé, è in circostanze del genere addirittura ignobile. Prendono allora la parola non per scusare la propria impotenza, ma per accusare quella altrui. Non dunque per compiere quell’esercizio di consapevolezza, di sereno e insieme luttuoso apprendimento dei propri limiti, delle proprie insufficienze, delle proprie sconfitte, che è richiesto all’uomo dinanzi alla morte, ma per indicare dove siano i limiti, le insufficienze, le sconfitte altrui, essendo inteso che di proprie non ce ne sono affatto. Non che una morte tragica e improvvisa (e insensata, come tutte le morti improvvise) non chiami ognuno alle sue responsabilità. Ma il fatto è che appunto le responsabilità sono in primo luogo di tutti, senza per questo diminuirne di una sola oncia il peso su ciascuno. Sono di tutti in quanto, nella morte e nel morire che interpella la società nel suo insieme, che si rivolge inascoltata alla collettività intera, ne va del senso stesso del fare politica e del fare comunita. Qual è infatti questo senso? Molto prima di essere una questione che riguarda la malasanità, lo spreco di denaro pubblico o l’ingiustizia di certe decisioni (e «molto prima» non significa affatto che non sia il tempo anche per siffatte questioni), si tratta dell’esperienza che sempre più spesso compiamo: ormai la politica si fa sui corpi, nei corpi, coi corpi. Mariarca lo aveva detto: «Voglio dimostrare che stanno giocando sulla pelle e sulla salute di noi tutti». È un gioco che purtroppo, la politica (la politica tutta intera, non solo questa o quella sua parte) gioca sempre più spesso, con un’intensità forse fino ad oggi sconosciuta. Che si tratti di Welby, di Eluana Englaro o di Mariarca, per limitarci solo ai più eclatanti casi italiani, sono sempre i corpi esposti nudi e senza difese al mondo quelli intorno a cui sembra accendersi con maggiore virulenza la posta in gioco della politica oggi. Ma questo è anche il fallimento clamoroso della politica, alla quale è infatti consegnato il compito di costruire – sia pure faticosamente, pazientemente – il precario spazio della mediazione, della parola o della legge, proprio per evitare che i corpi si urtino rovinosamente fra di loro, o che diventino l’oggetto diretto di sempre più invasive pratiche di potere. Accade invece sempre più spesso che solo giungendo fino all’esposizione stessa del proprio corpo, alla messa in pericolo della propria vita, diventi possibile compiere un’azione di qualche significato politico: «Farsi ascoltare», come si dice, che si tratti di salire sul tetto di una fabbrica o di incatenarsi ai suoi cancelli, o infine dello scandalo di un sangue versato volontariamente, dissipato gratuitamente fino al precipizio della propria vita. Bisogna dunque saper ascoltare. Prendere la parola solo se si è capaci di ascoltare che cosa un corpo esanime può dire, invece di metterlo nel conto dei propri morti da vendicare. Spendere qualche parola in più per provare nuovamente a rappresentare le vite spezzate degli uomini e delle donne del nostro Paese, prima, molto prima che si presentino nella forma esacerbata della protesta, inutile e tragica al tempo stesso, e tragica proprio perché inutile. Se la politica torna finalmente ad addossarsi questo compito, avrà tutto il tempo e il modo di non spendere le parole vane che in circostanze come queste finisce invece purtroppo con l’usare.
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