Calzini bucati

Chi vorrà leggersi l’articolo di Emanuele Severino per intero può trovarlo qui. Non è che contenga nulla di nuovo quanto alle modalità del suo confronto con la scienza, ma il passaggio che qui riporto merita:

"Dice dunque Russell: «Può anche darsi che abbiamo cominciato tutti ad esistere cinque minuti fa, completi di ricordi preconfezionati, calzini bucati e capelli incolti». A parte lo stile di molti filosofi anglosassoni, che preferiscono parlare di calzini bucati piuttosto che della Passione secondo San Matteo di Bach e, questo, per far sapere che l’esistenza non è da prendere troppo sul serio—a parte cioè il senso che all’esistenza viene conferito dall’intero pensiero occidentale, che la ritiene caduca e preda del nulla (dunque degna di esser cominciata cinque minuti fa) anche quando e appunto perché la si pensa nelle mani di Dio—…"

Credo che Severino si sia sentito dare del trombonesco più di una volta, e questo sassolino dalla scarpa ha fatto bene a toglierselo.

 

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2 risposte a “Calzini bucati

  1. Caro Massimo, mi permetto di intervenire avendo seguito 4 corsi annuali di Teoretica di Severino ed avendo letto praticamente tutto di ciò che ha scritto sulla linea 'esoterica'. [sai che esito spaventosamente ad intervenire sulle questioni di filosofia in queste forme; nè 4 corsi e la lettura mi danno un bonus speciale o una patente di intelligenza. Semplicemente, esiste in me una certa familiarità con il suo metodo, grazie al quale corregge impercettibilmente alcuni suoi assiomi, correzioni grazie alle quali, invece e dopo, sostanzialmente rimodella gli 'eventi' al suo pensare].1) l'elemento più importante di questo testo che citi mi sembra una certa 'ferocia' investigativa rispetto gli statuti della scienza. non che sia una novità, solo che qui mi sembra più accentuata. Io credo che, da questo lato, cominci a percepire che le pratiche scientifiche stanno ridefinendo e riscrivendo il loro statuto in maniera tale da sfuggire alla sua definizione 'prensile' di scienza;2) me lo conferma questo passaggio: "Oggi, ciò che decide dove stia la «verità» non è il costrutto concettuale delle teorie contrapposte, non è la loro incontrovertibilità ma la loro maggiore o minore capacità di trasformare il mondo conformemente ai progetti che l’apparato scientifico-tecnologico planetario si propone.". Classicamente, nella filosofia severiniana, l'assunto fondamentale era che l'apparato scientifico-tecnologico, nella sua 'falsificabilità' – cioè nella gara tra teorie contrapposte – non poteva che riaffermare l'incontrovertibilità di ogni teoria che si afferma.In questo caso, invece, Severino, assume la performatività come internità al sistema scientifico-tecnologico. Cosa che prima, a mia memoria e sempre con timore di smentita, non avrebbe detto.3) che ci sia stata un'assunzione prima del paradigma ermeneutico ed adesso di quello performativo anglosassone, mi pare altrettanto dimostrato dalla citazione che estrai;4) che Severino sia stato tacciato di trombonaggine, è una verità. Ma che sia stato tacciato di incomprensibilità, è una verità maggiore; in questo senso, lo sforzo che ha fatto per distinguere, come la chiamava lui, scholè esoterica da scholè essoterica dimostra quello che maggiormente gli brucia (mi riferisco ai due livelli delle sue pubblicazioni);in ultimo – perchè questo commento sta veramente diventando delirante – l'ipotesi-Severino è questa:alfa) la totalità dei tituli mourinhisti è sempre stata inscritta nel tutto;beta) l'affermazione della probabilità o non probabilità della tripleta mourinhista rientra in ogni falsificabilità riaffermativa della scienza;gamma) il fatto che la tripleta sia accaduta mostra solo un lato della verità che può essere sempre contestato (come hai fatto tu dicendo che, comunque, il rigore c'era – o come fanno, specchiandosi, i sostenitori del creazionismo o del darwinismo);delta) l'evento 'tripleta' si iscrive nella luce della 'Gloria' in cui la verità risplende poiche, schellinghianamente, i compossibili sono sempre fenomenologicamente presenti – e non sono semplici com-possibilità -, anche se si mostrano, agli occhi dell'Occidente, uno alla volta.Questa volta, vi è andata male: si è mostrato quello che non volevate.;-))))))))))un abbraccioemilio/millepiani

  2. utente anonimo

    Interessanti le prime 3 osservazioni di Emilio. Finalmente Severino scopre la performatività della scienza! Per uno che viene dalla riflessione heideggeriana sulla Tecnica (tra le altre cose – s'intende) è una scoperta un po' tardiva. Leggendo il Severino precedente sembra infatti che la scienza fosse per lui un tentativo di RAPPRESENTAZIONE del mondo (anzichè, come qui dice, una più concreta TRASFORMAZIONE del mondo). Questo prendere sul serio le parole della scienza (ossia la scienza quando parla, anzichè prenderla nel suo agire) senza accorgersi che quelle sono solo specchietti per le allodole e che in verità la scienza nel frattempo fa tutt'altro che parlare (trasforma il mondo, appunto) mi sembrava un po' miope. Anche perchè delle parole della scienza, tra 50 anni, verosimilmente non ce ne faremo più niente (delle parole della scienza di oggi, ma forse anche delle parole della scienza tout court, nel senso che a quel punto sarà interamente performativa, cioè Tecnica). Voglio dire, cosa sta a perder tempo Severino con le parole della scienza? Ma ecco che, dopo aver finalmente ravvisato il volto performativo della scienza, il vecchio Emanuele mi torna in simpatia. Sarebbe interessante confrontarlo su questo punto con Sini (un altro che sta dietro alle parole della scienza, ma, avendone sempre visto l'aspetto performativo, sa anche che valgono per il tempo che valgono).Grazie a Emilio per l'annotazione.GS

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