Lavoro e meno tasse. Lo slancio perduto

Poniamo che, grazie alle dimissioni da sottosegretario, le tensioni intorno al nome di Cosentino si plachino, al governo e in Campania. Poniamo anche che, per incanto, insieme al caso Cosentino svanisca anche un possibile caso Verdini: che più nessuno chieda al coordinatore del PdL di fare un passo indietro, e che Verdini non abbia più alcun motivo di imbarazzo o di opportunità da considerare. Poniamo che, per un altro sorprendente incantesimo, nessuno conservi più memoria del caso Scajola o del caso Brancher, né alcuno si sogni di chiedere se, dimessosi Brancher, ci sia comunque bisogno, al suo posto, di un ministro con le sue imprecisate deleghe (anche solo per dimostrare che quel nuovo ministero occorreva davvero al governo, e non a Brancher). Immaginiamo che Bertolaso non esca affatto di scena, ma anzi continui a mietere successi, e che Berlusconi proceda senza altri indugi all'attesa nomina del ministro per lo sviluppo economico. Immaginiamo infine che, con gli ultimi aggiustamenti, la legge sulle intercettazioni accontenti tutti e che la manovra giunga in porto senza neppure bisogno di un voto di fiducia. A tutto ciò, poniamo pure che abbia davvero provveduto Berlusconi col suo "ghe pensi mi". Poniamo cioè che, in forza dell'antico carisma del leader, il quadro politico generale e quello interno al Pdl si sia d'improvviso rasserenato, e più nessuno dubiti della capacità del governo di completare la legislatura. Se volete, immaginiamo pure che a Berlusconi sia riuscito il colpo che è riuscito a Zapatero, e che l'Italia abbia vinto il mondiale al posto della Spagna. Festeggiamenti, ricevimenti, riconoscimenti.
Bene, in una situazione del genere, senza che l'aria sia più attossicata da quelli che Berlusconi chiama, a torto o a ragione, "polveroni", senza più impedimenti (legittimi o meno) tra i piedi, quale progetto per l'Italia emergerebbe dall'azione di governo fin qui condotta? Duole dirlo, ma è complicato dare una qualche risposta. Ad un paio di anni dalle ultime elezioni, di un simile progetto si sono perse le tracce. L'impressione è anzi che nel senso comune – non solo quindi tra gli oppositori pregiudizialmente ostili, ma anche tra chi guarda con fiducia al governo in carica – si sia depositato ormai una certa idea del premier, che lega il suo nome più alle convulsioni del paese, che non al suo ordinato sviluppo. Non importa se gliene va dato merito o colpa: nell'uno e nell'altro caso Berlusconi rischia di essere solo più colui che combatte le toghe o attacca i giornali. Che magari ci scampa ancora dai comunisti oppure dal teatrino della politica (sebbene dopo tanti anni di presenza sulla scena questo sia un po' più difficile a dirsi), ma che ormai ha assai poco del leader che, al momento della discesa in campo, prometteva di slancio meno tasse per tutti e milioni di posti di lavoro in più.
Certo: i tempi sono cambiati, la crisi morde; siamo, come dice Tremonti, a un tornante della storia. Ma anche se è chiaro che il tornante è in salita, per l'Europa e per l'Italia, delle missioni che formavano il programma del popolo della libertà nel 2008 si è persa quasi del tutto traccia. Di più: si è persa traccia non solo di questa o quella promessa elettorale, del fisco per le imprese o dell'obiettivo della piena occupazione, del piano casa e del piano di rilancio per il Sud, ma dell'idea stessa che il governo abbia una missione da compiere. Una missione per l'Italia: che non sia, cioè, ancora una volta, solo quella di contrastare le toghe rosse e la stampa di sinistra, il clima giacobino di oggi e la persecuzione mediatico-giudiziaria di sempre.
È sempre difficile stabilire rapporti di causa-effetto: i difensori del governo in carica diranno che l'impasse dipende proprio dai polveroni sollevati; i detrattori sosterranno al contrario che i polveroni sono piuttosto l'effetto che non la causa, e che, prima ancora di mettere in difficoltà il governo, procurano alibi ad una maggioranza parlamentare che avrebbe comunque tutti i numeri per andare avanti. Come che sia, resta il dato di una preoccupante assenza della politica, di un disegno del paese, e di una sfida da vincere.
O per meglio dire: una sfida in corso c'è, e riguarda il federalismo. Non a caso, la Lega, che la coltiva, non patisce le divisioni che indeboliscono il PdL. Ma è legittimo il dubbio che sia l'unica visione strategica rimasta in campo proprio perché sembra nascere non tanto dal desiderio di far vivere una nuova idea dell'Italia, a 150 anni dall'unificazione, ma di seppellirla una. Se così fosse, le responsabilità dell'attuale classe politica sarebbero ben più grandi di quelle che si disegnano dietro le vicende, commendevoli o meno, di questi giorni. Ma a tutto questo, chi ci pensa?
Il mattino

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