Crisi, il PD giochi la carta riforme

La palla è nelle mani della maggioranza, ha detto ieri il coordinatore della segreteria del Pd, Penati, e certo è difficile prevedere se e quando passerà nell'altra metà del campo. L'espulsione di Fini e dei finiani mette in forse la tenuta della maggioranza: alla ripresa di settembre, tra una sfiducia al sottosegretario Caliendo e il federalismo fiscale, il voto sulle intercettazioni e magari un'ulteriore manovra correttiva, la possibilità che si apra una crisi, nonostante le odierne dichiarazioni di appoggio "condizionato" al governo, va messa nel conto. Ma è probabile che anche in quel caso l'iniziativa non passerà al Pd.
Non è solo questione di numeri. In democrazia, naturalmente, sono decisivi: basta seguire il febbrile conteggio dei deputati e senatori del nuovo gruppo autonomo, Futuro e Libertà, per capire che è lì il cuore della sfida. Ma in politica conta anche la capacità di aggregare e costruire prospettive condivise, fornendo ragioni e giustificazioni. Sul piano dei numeri si misura solo la forza, sul piano delle ragioni la direzione del suo impiego: se manca l'una, anche l'altra si rivela impotente.
Dunque: la prospettiva. Se cadesse Berlusconi, ferme restando le prerogative del presidente della Repubblica, l'alternativa al voto andrebbe cercata dalle parti di un governo di larghe intese, oppure di un governo di transizione, oppure ancora di un governo per le riforme. Tutte queste soluzioni hanno un comune denominatore: si tratta di soluzioni spiccatamente parlamentari, che dipendono dalla formazione di una maggioranza inedita rispetto al risultato del 2008. Niente di proibito: su questo la costituzione non è cambiata, ed è sempre dal Parlamento che dipende la fiducia di qualunque nuovo governo. Ma quel che è di sicuro cambiata, e non solo dalle parti del Pdl, è la convinzione che una scelta del genere, scritta nella costituzione, sia anche politicamente praticabile. Che la via della mediazione parlamentare non sia solo un imbroglio, un volgare inciucio, ma l'esito di una riconsiderazione profonda del quadro politico e del modo in cui si è venuto formando in tutti questi anni. Numeri o non numeri, perché questo accada le forze politiche oggi in minoranza, e persino la costituenda formazione finiana, dovrebbero però modificare il loro attuale profilo. Per il Pd, si tratterebbe forse di ripensare la propria ragione sociale. Non è cosa che si faccia in qualche caldo pomeriggio agostano, e non sembra che il Pd sia pronto a farlo, ma è chiaro che finché sirene come quella di Vendola – prodotto squisito della destrutturazione dei partiti della seconda repubblica – attrarranno pezzi importanti del Pd, sarà complicato per Bersani imboccare con convinzione la strada di un nuovo parlamentarismo.
Il bipolarismo, infatti, non è in discussione, ed è ciò che rende particolarmente scomoda l'attuale posizione di Fini; ma il bipartitismo sì, visto che più i partiti sono grandi, più mostrano di andare in frantumi.
Orbene, la seconda repubblica è nata con l'appoggio di Berlusconi a Fini alle elezioni comunali romane, nel '93 e, sul piano istituzionale,.con la contestata elezione, nel '94, di Carlo Scognamiglio alla Presidenza del Senato, contro il candidato del centrosinistra, Giovanni Spadolini. Respingendo una prassi consolidata, la maggioranza berlusconiana decise allora di non cedere alla minoranza la Presidenza di un ramo del Parlamento. Si capisce che oggi, in spregio della lettera della Costituzione, Berlusconi parli apertamente di sfiduciare il Presidente della Camera: come se Fini dovesse rispondere al suo partito e non all'intera assemblea. E bene fa il Pd a difendere con forza la residua architettura costituzionale da cui discende il rifiuto di Fini di dare le dimissioni. Ma è chiaro che il documento del Pdl è la diretta conseguenza del parlamentarismo svilito ai tempi della seconda repubblica.
Ed eccoci dunque, nuovamente, alla prospettiva: o ci si fa interpreti di una nuova stagione neoparlamentare, nelle scelte di riforma elettorale e costituzionale, e da queste scelte si fa discendere una proposta di governo, o l'interdizione di Fini e le variegate sponde che proverà ad offrirgli la minoranza non produrranno nuovi scenari politici. La guerriglia parlamentare potrà anche tramutarsi in un più robusto conflitto politico, fino a sfociare nel voto, ma il lavacro delle urne non sarà per nulla purificatore. La palla resterà nella stessa parte di campo e il berlusconismo non sarà affatto superato, almeno dal punto di vista dell'assetto politico di questa sgangherata seconda Repubblica.
(Il Mattino)

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