Pd, ultima occasione

Piccolo ragionamento ipotetico: poniamo che in autunno il governo cada, e che al voto Berlusconi vada con l'alleato della Lega: niente Fini (e niente Casini). Magari qualche piccola formazione politicamente residua, qualche Storace o qualche Nucara, ma, nella sostanza, Berlusconi e Bossi e loro due soltanto. Nel caso vincessero, si saprebbe con grande chiarezza cosa vincerebbe: nulla di neanche lontanamente accostabile a quella che fu la prima Repubblica – e il federalismo e la "questione settentrionale" come discriminante politico-istituzionale e motore del governo.
Nel caso invece vincesse l'attuale opposizione? Non si va molto oltre la semplice constatazione, se si afferma che non è affatto chiaro chi o cosa in tal caso andrebbe al governo. O forse, per il momento, si può dire soltanto: qualcosa di ancora (confusamente) accostabile alle tradizioni politiche della prima Repubblica
Conclusione: tutto il problema politico del partito democratico non sta tanto nella scelta fra elezioni subito oppure più in là, e intanto governo di transizione. Benché non sia questione di poco conto, non si tratta della questione centrale. Che è invece il rapporto che il Pd intrattiene con le culture di provenienza, e la loro legittimità a progettare il futuro politico oltre Berlusconi. Si badi: non si tratta del complesso degli ex. Perfino Berlusconi ha smesso di riferirsi all'opposizione identificandola in blocco coi "comunisti". Si tratta invece del valore che può ancora assumere agli occhi del paese l'essere popolari o l'essere socialisti – con la non piccola complicazione che, nel caso del Pd, si tratta, se possibile, di esserlo assieme. Ed è, per giunta, questione tutta italiana, perché solo in Italia può scattare l'associazione, politicamente penalizzante, fra quelle famiglie politiche e la prima Repubblica, che sembra essere tutta precipitata, agli occhi dell'opinione pubblica, nel gorgo della sua fine poco gloriosa (com'è noto, l'opinione pubblica non è formata solo da storici, e forse è giusto così).
Resta il problema. Basti vedere con quale disinvoltura si muovono invece gli altri attori politici, che questo problema non ce l'hanno. Berlusconi ha rinunciato da tempo sia a fingere di essere il nuovo De Gasperi che a proporre nuovi disegni istituzionali: gli è molto più confacente inventarsi un Predellino ogni paio d'anni, e riproporsi ogni volta come il Nuovo: siccome è il Nuovo, passa inosservato che del Nuovo è l'eterno ritorno, da vent'anni o giù di lì. La Lega può invece essere antica, perché è nuovo quel che propone: il federalismo. Essendo irrealizzato e forse irrealizzabile, il nuovo resta sempre nuovo di zecca, anzi mai usato, e alla Lega va (elettoralmente) bene così.
Sull'altro fronte i Di Pietro, i Grillo e i Vendola non hanno nulla da rivendicare quanto al passato, e non sono (o non sono percepiti) come portatori delle culture politiche della prima Repubblica. Per questo motivo, possono apparire capaci di iniziativa e spregiudicati, nelle parole e nei fatti. Possono anche, senza troppa difficoltà, e indipendentemente dalla dose di ipocrisia necessaria, tramutare la prossima partita elettorale in una scelta fra onesti e disonesti, galantuomini e criminali, fra la morale e il malaffare, e ricavarne un certo tornaconto in termini di voti. Di Pietro è nato infatti alla politica brandendo la questione morale, e lo stesso si può dire di Grillo. Quanto a Vendola, lui sente la necessità di un "grande racconto", ma si guarda bene dall'ingrandirne il formato collegandolo alle grandezze storico-politiche del Novecento: il suo racconto, in realtà, vuole essere agile, suggestivo, arioso, ma non grande o lungo quanto la storia del Paese.
Ma proprio qui, in questa storia nazionale, c'è l'unico terreno politico su cui possono ancora agire le idee e gli uomini del centrosinistra italiano. Su questo stesso terreno, peraltro, è disegnata anche «l'area di responsabilità istituzionale» di cui parla giustamente Casini. Bersani ha dunque ragione di accampare la maggior forza del Pd rispetto alle altre forze di opposizione, ma deve fare in fretta a intestarsi un progetto politico grazie al quale, come già accadde una volta per la confluenza di culture politiche diverse, nasca finalmente una nuova Italia. E l'aggettivo con cui qualificarlo c'è già, ed è l'unico che Berlusconi e Bossi non possono credibilmente rivendicare insieme: «italiano». Non è un aggettivo da poco. È, anzi, quel che ci vuole, perché la specificità della nostra storia si volti una buona (e nuova!) volta da motivo di debolezza in punto di forza.Piccolo ragionamento ipotetico: poniamo che in autunno il governo cada, e che al voto Berlusconi vada con l'alleato della Lega: niente Fini (e niente Casini). Magari qualche piccola formazione politicamente residua, qualche Storace o qualche Nucara, ma, nella sostanza, Berlusconi e Bossi e loro due soltanto. Nel caso vincessero, si saprebbe con grande chiarezza cosa vincerebbe: nulla di neanche lontanamente accostabile a quella che fu la prima Repubblica – e il federalismo e la "questione settentrionale" come discriminante politico-istituzionale e motore del governo.
Nel caso invece vincesse l'attuale opposizione? Non si va molto oltre la semplice constatazione, se si afferma che non è affatto chiaro chi o cosa in tal caso andrebbe al governo. O forse, per il momento, si può dire soltanto: qualcosa di ancora (confusamente) accostabile alle tradizioni politiche della prima Repubblica
Conclusione: tutto il problema politico del partito democratico non sta tanto nella scelta fra elezioni subito oppure più in là, e intanto governo di transizione. Benché non sia questione di poco conto, non si tratta della questione centrale. Che è invece il rapporto che il Pd intrattiene con le culture di provenienza, e la loro legittimità a progettare il futuro politico oltre Berlusconi. Si badi: non si tratta del complesso degli ex. Perfino Berlusconi ha smesso di riferirsi all'opposizione identificandola in blocco coi "comunisti". Si tratta invece del valore che può ancora assumere agli occhi del paese l'essere popolari o l'essere socialisti – con la non piccola complicazione che, nel caso del Pd, si tratta, se possibile, di esserlo assieme. Ed è, per giunta, questione tutta italiana, perché solo in Italia può scattare l'associazione, politicamente penalizzante, fra quelle famiglie politiche e la prima Repubblica, che sembra essere tutta precipitata, agli occhi dell'opinione pubblica, nel gorgo della sua fine poco gloriosa (com'è noto, l'opinione pubblica non è formata solo da storici, e forse è giusto così).
Resta il problema. Basti vedere con quale disinvoltura si muovono invece gli altri attori politici, che questo problema non ce l'hanno. Berlusconi ha rinunciato da tempo sia a fingere di essere il nuovo De Gasperi che a proporre nuovi disegni istituzionali: gli è molto più confacente inventarsi un Predellino ogni paio d'anni, e riproporsi ogni volta come il Nuovo: siccome è il Nuovo, passa inosservato che del Nuovo è l'eterno ritorno, da vent'anni o giù di lì. La Lega può invece essere antica, perché è nuovo quel che propone: il federalismo. Essendo irrealizzato e forse irrealizzabile, il nuovo resta sempre nuovo di zecca, anzi mai usato, e alla Lega va (elettoralmente) bene così.
Sull'altro fronte i Di Pietro, i Grillo e i Vendola non hanno nulla da rivendicare quanto al passato, e non sono (o non sono
percepiti) come portatori delle culture politiche della prima Repubblica. Per questo motivo, possono apparire capaci di iniziativa e spregiudicati, nelle parole e nei fatti. Possono anche, senza troppa difficoltà, e indipendentemente dalla dose di ipocrisia necessaria, tramutare la prossima partita elettorale in una scelta fra onesti e disonesti, galantuomini e criminali, fra la morale e il malaffare, e ricavarne un certo tornaconto in termini di voti. Di Pietro è nato infatti alla politica brandendo la questione morale, e lo stesso si può dire di Grillo. Quanto a Vendola, lui sente la necessità di un "grande racconto", ma si guarda bene dall'ingrandirne il formato collegandolo alle grandezze storico-politiche del Novecento: il suo racconto, in realtà, vuole essere agile, suggestivo, arioso, ma non grande o lungo quanto la storia del Paese.
Ma proprio qui, in questa storia nazionale, c'è l'unico terreno politico su cui possono ancora agire le idee e gli uomini del centrosinistra italiano. Su questo stesso terreno, peraltro, è disegnata anche «l'area di responsabilità istituzionale» di cui parla giustamente Casini. Bersani ha dunque ragione di accampare la maggior forza del Pd rispetto alle altre forze di opposizione, ma deve fare in fretta a intestarsi un progetto politico grazie al quale, come già accadde una volta per la confluenza di culture politiche diverse, nasca finalmente una nuova Italia. E l'aggettivo con cui qualificarlo c'è già, ed è l'unico che Berlusconi e Bossi non possono credibilmente rivendicare insieme: «italiano». Non è un aggettivo da poco. È, anzi, quel che ci vuole, perché la specificità della nostra storia si volti una buona (e nuova!) volta da motivo di debolezza in punto di forza.
(Il Mattino)

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5 risposte a “Pd, ultima occasione

  1. "Discorso sopra lo stato presente del costume degli italiani" di Giacomo Leopardi, scritto a fine Ottocento ma già esattissimamente lungimirante: in Italia non c'è un popolo, gl'italiani ancora non si son fatti, certo non con la retorica risorgimental-partigiana e la massificazione della lingua tecnica, contro cui Pasolini già più di mezzo secolo fa metteva in guardia. Saba, nel suo Scorciatoie e raccontini, diceva che in Italia ci son sempre state guerre civili, tra fratelli: mai, come in Francia, l'intera nazione sollevata contro una classe dominante precedente. E oggi più che mai, che la globalizzazione ha violentato l'internazionalismo comunista, unica reale prospettiva da Marx già prevista sempre nell'Ottocento, oggi che le frontiere degli stati nazionali son state dissolte dalle oligarchie della finanza planetaria, coi suoi flussi migratori tutti intorno all'unico perno del mercato turbocapitalistico, oggi che il fallimento di un sistema cieco e inumano coinvolge nel proprio tracollo il clima stesso e la Terra intera, beh forse oggi chi fa stato a sé (come gl'italiani illuminati e cosmopoliti, da sempre, alla Dante etc.) può riuscire a dire, a intravvedere e fare qualcosa di reale oltre tutte queste speculazioni intorno a ciò che non c'è più (o meglio, davvero mai stato) cioè l'Italia e gli italiani, al di là di un territorio meramente geografico in cui la storia ha potuto imperversare a suo piacimento con secoli e secoli d'invasioni e dominazioni (Brodskij), rendendo la plebe italiana nient'altro che un'accozzaglia disorganica di servili sottomessi (o sporadici rivoluzionari, o ancora più rari geni d'arte).

  2. Ciao Massimo un bell'articolo, semplice, chiaro. La mia impressione tuttavia, è che sia Grillo che Vendola siano prodotti, sia pur di scarto, della storia della sinistra italiana; e che in qualche modo lo sia anche Di Pietro, ipocrisia a parte (e per altro, prima che venisse in qualche modo rilanciato da Grillo-Travaglio come unico resistente e personificazione di una rifondazione nazionale vilipesa e mancata, non immune a paurose oscillazioni) in quanto principale beneficiario, erede, di una questione morale quasi consustanziale alla storia politica dell'Italia e che nel partito comunista ha ebbe il più autorevole interprete. Non sto qui a strologare su come e perché sia stata possibile tale dismissione (dismissione di portata quasi antropologica, se di differenza antropologica parlava Berlinguer, vera o falsa che fosse) è un discorso molto più grande di me, ma mi pare un fatto. Grillo, con tutta la falsità o l'ingenuità o peggio che vuoi, ha sempre posto come morali – e questa non mi pare una cazzata – questioni come quella del ricambio energetico, delle forme di partecipazione democratica diretta, della non monopolizzazione privatistica di risorse fondamentali; ha posto come morali questi temi, l'urgenza di decisioni in merito, poiché costano!, espongono a rischi di impoverimento anzitutto la gente comune!, implicano perdite capitalistiche, riconversioni, ridefinizioni del gotha; ma ha prodotto in gran copia evidenza intorno a quali gruppi di potere, quali settori economici, quali ideologie si coagulino, trasversalmente, la perpetuazione del modello energetico, economico, politico, etc. Domandando a una sinistra dalla compagine sociale assai diversa da quella, per intenderci, degli anni '70, il coraggio di metterli in discussione, di attaccarli. Da questa prospettiva è assai arduo vedere differenze fra sinistra e destra. Al massimo si vedono differenti "dosaggi". A Vendola per un momento avevo creduto, ma sono il solito fesso, e i 60 milioni dati a Verzè "perché di lui si fida" (macché appalti, macché competizione, macché merito: fiducia, persone, amicizie, favori, parentado etc. – su queste cose, hai sempre ragione da vendere) fanno ben fede.

  3. Ciao Umberto, sono negli ozi di Palinuro: leggo ma ho una connessione lentissima. Magari sull'argomento Grillo torno su, ma ad occhio: nella tradizione della sinistra italiana c'era sia l'idea che certi interessi opachi andavano snidati e, quindi combattuti, sia l'idea della mediazione o della sintesi politica (il problema è politico!) grazie alla quale combatterli.Diciamo che questo secondo aspetto nei grillini non è solo assente, ma è considerato nefasto. E che forse, hai ragione, nel PD è assente o decisamente blando l'altro. Ci vorrebbero tutti e due.ciao, m 

  4. utente anonimo

    Giusto per segnalare che la bufala di Vendola che regala 60 milioni a don Verzé è già stata smontata (ad esempio, <a href="http://www.mazzetta.splinder.com/post/23141432/la-bufala-dellaffaire-vendolaverze">qui</a&gt;. Ma immagino che sarà tutto un fiorire di voci, pettegolezzi, insinuazioni, gossip da qui in poi, su Vendola. Arriveranno persino a insinuare che è sessualmente ambiguo.girolamo

  5. utente anonimo

    Ops, credevo che questo sito accettasse gli html: il link nel commento precedente è semplicemente questo:http://www.mazzetta.splinder.com/post/23141432/la-bufala-dellaffaire-vendolaverzegirolamo

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