Le capriole di Di Pietro sul Colle

L'ipotesi che il redde rationem nel centrodestra sia solo rinviato a settembre mantiene alta la temperatura politica. Timidi segnali di ripresa di dialogo ci sono, ma prevale comunque il pessimismo, anche perché Bossi, divenuto l'unico architrave del governo, vede nella crisi e nel voto la possibilità di fare elettoralmente bottino pieno.
Così, sulle spiagge, c'è già un insospettabile Casini con la maglietta che invita al voto e, nell'alto Adriatico, la mobilitazione massiccia del Pd emiliano: la campagna d'estate annunciata tempo fa da Bersani non si è insabbiata, ma non procede uguale su tutto il litorale del Belpaese.
La vera novità è però rappresentata da Di Pietro, che per la prima volta si fa consapevole del carattere ancora parlamentare della Repubblica italiana e ragiona sulla possibilità di un «governo tecnico», che modifichi la legge elettorale (la «porcata» di cui andò a suo tempo fiero Calderoli) per portare poi il paese alle urne, nel giro di tre mesi al massimo.
Ci sono sempre, nelle parole di Di Pietro, due motivi di fondo: uno che manda alle stelle l'allarme democratico, pigia forte sui temi della legalità e della moralità pubblica e li trasforma nell'unico discrimine della politica; l'altro, quello del contadino cervello fino, che fa risuonare l'antico adagio dell'«a me non la si fa», per rispetto al quale il leader dell'IdV tende a presentarsi come uomo diffidente, guardingo, che sospetta sempre la fregatura e sta perciò bene in campana.
Nelle parole con cui Di Pietro ha aperto all'ipotesi di un governo di transizione sono presenti entrambi i motivi: c'è la diagnosi della crisi gravissima che investe il Paese, e c'è il sospetto verso il patto che dovrebbe portare alle elezioni con una nuova legge. Per stringere il quale, dovendo il patto comprendere anche il «diavolo», si chiedono strane e in verità non costituzionali garanzie da parte del Capo dello Stato (in passato, peraltro, aspramente criticato). 
Ora, che il diavolo abbia per Di Pietro l'aspetto di Casini o di Fini (o anche di tutti e due), non cambia il fatto che meno di una settimana fa il Di Pietro che la sapeva lunga, quello sempre accorto e sagace, accusava Bersani di illudersi perché, a suo dire, il governo di transizione non sarebbe mai nato, e perché i «terzopolisti», l'area di centro che tenta di prendere forma nel disfacimento dell'attuale assetto politico, avrebbero unicamente interesse al «potere per il potere», a «sistemare se stesso come ha fatto nella prima Repubblica».
Dietro questa abbastanza repentina apertura a ipotesi diverse dal voto possono esserci diverse ragioni. Provo a elencarle in ordine crescente di importanza. In primo luogo, si può notare che per un Di Pietro che esterna con maggiore assennatezza c'è ormai quasi sempre un De Magistris che lo scavalca a sinistra (o meglio: in intransigenza, che è un'altra cosa). Che si candida già per le primarie e non smette di dileggiare gli alleati dell'improbabile governo tecnico. Fa cioè quello che ha già fatto Di Pietro, ma con più slancio. A Di Pietro non resta perciò che vestire panni più moderati, tanto più che persino il mai pacato Flores d'Arcais, su «Il Fatto», pare sostenere, sotto molte condizioni, l'idea del governo tecnico. In secondo luogo, è possibile che Di Pietro si sia convinto che al voto si andrà comunque, e che dunque non gli costi molto auspicare quel che mai si farà, con l'idea di prendere qualche voto al Pd, pur senza rinunciare ai toni intransigenti. In terzo luogo, può darsi che Di Pietro abbia invece deciso di dare adesso una mano al Pd per riceverne una in cambio dopo: quando cioè si andrà davvero al voto, e Di Pietro avrà comunque il problema di rimanere lui il leader di un variegato arcipelago, in cui ha preso a brillare l'astro di Vendola.
Quarta e ultima ragione. Di Pietro ha ottenuto il miglior risultato elettorale alleandosi con il Pd di Veltroni, in uno schema marcatamente bipolare. Con quelli che lui chiama spregiativamente i terzopolisti, non prenderebbe però forma solo un nuovo polo, ma probabilmente cambierebbe l'idea stessa di cosa sia un polo – cioè quello che una volta era un partito. Attualmente, a non essere un partito non c'è solo, a destra, il Pdl, ma anche, a sinistra, Di Pietro. Quello che Di Pietro non potrà mai volere, è dunque una legge elettorale (e un sistema istituzionale) che nel cancellare il Porcellum di Calderoli vada oltre l'attuale, invertebrata seconda Repubblica. La finestra di un governo di tre mesi dovrebbe servire allora per puntellare il sistema attuale, non già per superarlo. Per frenare alleanze che invece di premiare Tonino, come fece Veltroni nel 2008, lo penalizzerebbero. Se è così, lo si vedrà presto, quando si scoprirà quale sia la legge elettorale che va bene a Di Pietro, al Pd e agli odiati terzopolisti.
(Il Mattino)

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