Ai democratici serve una bussola

Aprile 2008. Dopo che le elezioni hanno consegnato al centrodestra la più ampia maggioranza parlamentare di cui governo abbia mai goduto, un mago si reca dall'abbacchiato gruppo dirigente del Pd per rincuorarlo: vedrete che, tempo due anni, il centrodestra andrà in frantumi e voi del Pd potrete giocarvi le vostre carte.
Le cose sono andate proprio così, ma purtroppo i maghi non ci sono e nessuno ha potuto avvisare a suo tempo l'opposizione. Ed ora che il rapporto fra Fini e Berlusconi è definitivamente consumato, e mentre Bossi fa la voce grossa, il Pd ha poche settimane, forse pochi mesi, per dimostrare di essere pronto a sostenere il confronto elettorale.
Che si voti, a dicembre o a marzo, si fa infatti sempre più probabile. Per l'opposizione dovrebbe essere una buona notizia. Pensate cosa significherebbe andare al voto nel 2013, con un Berlusconi saldamente in sella e magari lanciato nella corsa verso il Quirinale, la fase più acuta della crisi economica alle spalle e i primi passi del federalismo già compiuti e la riforma della giustizia e tutto il resto: il Pdl ne avrebbe (avuto) per chissà quanto.
E invece non sta andando affatto così. E il Pd, senza avere fatto molto per meritarsi un finale di partita diverso, può ora dimostrare di essere capace di mettere effettivamente in campo un'alternativa al PdL.
Non sarà facile, però. Dalle ipotesi di riforma costituzionale alla legge elettorale ai temi concreti dell'istruzione, del lavoro e dell'economia non è ancora chiaro quale strada il Pd intenda seguire, ed allo stato è difficile immaginare che l'approssimarsi del voto contribuirà al chiarimento. Se occorrerà infatti coalizzare tutte le forze di opposizione per battere Berlusconi e la destra, è evidente che il collante sarà rappresentato solo ed esclusivamente dall'«emergenza democratica». Può darsi che non sia poco. Che la mobilitazione in nome dell'«allarme costituzionale» riesca a rimettere in piedi un partito che anche sul piano dell'organizzazione ha perso qualche colpo e che comunque, su questa formula, si possa davvero costruire un ampio arco di forze che vada da Vendola a Casini. Che poi vinca, però, è altro paio di maniche. Ma il Pd, che di questo schieramento dovrebbe essere il perno, ha comunque il problema politico di dare ad esso forma e sostanza.
C'è perciò una domanda ineludibile che il Pd, passato attraverso l'infatuazione veltroniana del Lingotto, il partito leggero senza tessere e il popolo delle primarie, non può non affrontare: quel che si vuole cos'è? Quel che si vuole: somiglia o no a un partito e ad una coalizione di partiti o no? Quel che si vuole, appartiene o no alla tradizione parlamentare della repubblica italiana? Quel che si vuole, si colloca o no dentro le culture politiche storiche del Paese e riesce a rianimarle? Quel che si vuole è, insomma, battere il berlusconismo sul suo stesso terreno, essendo ormai ineludibile il superamento dei partiti tradizionali, la loro riduzione a partiti personali o padronali, il loro svuotamento in favore di altre e diverse istanze di formazione delle opinioni e di mediazione degli interessi, o si vuole, finalmente, cambiare terreno di gioco?
Si vedrà. Ma è certo che si tratta di un problema più profondo di quello che emerge discutendo dell'alleanza con Casini o con Fini, e che investe la natura stessa dell'ultimo partito italiano che non si vergogna a chiamarsi «partito» (invece che «popolo» o «movimento» o altro ancora). Max Weber diceva che in tempi in cui profonde trasformazioni economiche investono la società prevale l'importanza della mera «situazione di classe»; quando invece i processi di trasformazione ristagnano recupera importanza l'«onore sociale», legato alla formazione di ceti (o caste, come oggi si dice: fenomeno della società civile molto prima che della vituperata politica). Se questa diagnosi è corretta, applicarla al caso italiano significa ricordare che la confluenza dei riformismi in un unico partito di centrosinistra è legata, oltre che al mutato contesto internazionale post-'89, anche al venir meno della centralità della «situazione di classe». Il che comporta però un onere maggiore per un partito che dovrebbe comunque scommettere su processi di democratizzazione sempre più estesi. Questa scommessa non sembra ancora che il Pd voglia davvero giocarla. Non sembra cioè che, non potendo certo rassegnarsi ad una organizzazione cetuale della società, sia in grado di inventarsi un nuovo «onore sociale»: universale e non particolaristico. Perché è questo che ci vorrebbe, forse, coi tempi che corrono: una nuova fraternité nazionale, visto che non si può issare più la bandiera dell'egalité, e quanto alla liberté beh: s'è visto in qual maniera la si finisce con l'intendere.
(Il Mattino)

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