La parolaccia di Bossi

«On Bullshit»: in inglese, il titolo del bestseller di Harry Frankfurt non suona poi così male, almeno ad orecchie non anglofone. Ma ecco il folgorante incipit, nella scorrevole traduzione italiana: «Uno dei tratti salienti della nostra cultura è la quantità di stronzate in circolazione. Tutti lo sanno. Ciascuno di noi dà il proprio contributo ». E più avanti: «Non abbiamo una chiara consapevolezza di cosa siano le stronzate, del perché ce ne siano così tante in giro». Ma se così ampia è la diffusione del prodotto, perché meravigliarsi se Bossi insulta Casini accusandolo di essere un cultore o produttore della materia?
In realtà, fra il sostantivo maschile e quello femminile passa una certa differenza. Non necessariamente chi fa il primo, infatti, è uno che dice le seconde. Ma questo ingentilisce di poco la situazione, e altrettanto poco la ingentilisce risalire da Aristofane a Dante per dimostrare come anche in letteratura gli insulti trovino spazio e funzione.
Detto però che ormai (ma non da ieri) sono caduti tutti gli steccati linguistici, che il sublime e il triviale convivono nel discorso pubblico e che del decoro si riconosce solo il lato stucchevolmente decorativo, persino quando si tratta delle istituzioni (celebre è l'uso igienico che Bossi disse di voler riservare alla nostra bandiera); detto pure che al prossimo giro c'è da attendersi che qualcuno tiri in ballo anche le mamme e le sorelle – perché questo è il livello al quale Bossi ha portato la dialettica politica – forse non s'è detto tutto.
Non si è detto, in particolare, che il dibattito pubblico di queste ultime settimane, insulto o non insulto, non brilla per contenuti programmatici o ideali, per scelte di valore o per qualunque altra cosa renda la politica, almeno agli occhi dell'opinione pubblica, una roba diversa dalla guerra per bande o dal dileggio personale. In fondo, l'insulto di Bossi è solo la continuazione della politica con altri mezzi: e se per von Clausewitz questi altri mezzi portavano alla guerra, per Bossi portano semplicemente agli stracci. Il che, per fortuna, è meno pericoloso, anche se ormai volano in ogni direzione.
E forse non si tratta nemmeno delle ultime settimane, ma di mesi, anzi di anni: dell'intera stagione politica che stiamo vivendo. D'altronde, quando i partiti diventano un affare personale e padronale, quando, alla faccia del maggioritario, il quadro politico non fa a tempo a comporsi che subito si decompone e frantuma, quando le forze in campo si definiscono e nominano in base ai cognomi dei leader e a null'altro, lo scadimento linguistico e culturale è inevitabile. Fare il confronto con insulti e invettive del passato non ha perciò molto senso: non solo perché è ormai tramontata persino l'arte dell'insulto, ma perché non si capisce più che altro ci sia oltre l'insulto stesso. Per un vecchio campione della prima Repubblica, il socialista Rino Formica, la politica era sangue, sudore e merda: nella seconda Repubblica non si vede più chi ci metta il sangue e il sudore.
La parolaccia di Bossi è quindi solo il dito, mentre dovremmo guardare la luna, cioè l'immiserimento dei temi del confronto politico, anche se è comprensibile che se Bossi alza il dito medio riesce difficile non farci caso e levare lo sguardo al cielo.
Né il leader del Carroccio può cavarsela dicendo che, almeno per lui e la Lega, forza popolare che ha le sue radici nelle mitiche valli bergamasche, è venuto il momento di dire pane al pane e vino al vino: che bisogna farla finita con l'ipocrisia, e prendersela con i politicanti romani, i tartufi democristiani e, più in generale e sempre, i cialtroni del Sud (con i quali, peraltro, Bossi è da un bel po' che governa); che lui e solo lui parla con la sincerità del popolo, senza nascondersi dietro fumose distinzioni intellettuali (quando conviene: quando non conviene, i leghisti sanno fare pure i legulei, come Calderoli col Porcellum). Tutto ciò ha una sua indubbia parte di verità: il discredito della politica è infatti alimentato dalla politica stessa, e si capisce che qualcuno ci lucri su. Spesso è Bossi, ma anche a sinistra c'è chi lo fa.
Però il libriccino di Frankfurt torna utile anche per questo. Di folgorante infatti non ha solo l'incipit, ma pure il perentorio finale: «La sincerità – conclude infatti il filosofo – in sé è una stronzata». Pensare cioè che vi sia qualcuno che, nel teatrino della politica, possa fingere di starne fuori, e di stare anzi da una sola parte, quella giusta e vera e sincera, mentre tutti gli altri recitano, ciurlano nel manico, e insomma fanno i sostantivi maschili di cui sopra, è pure questa un'altra, forse la prima delle pregevoli «cacche di toro» studiate con impeccabile rigore dallo stimato professor Harry Frankfurt di Princeton. 
(Il Mattino)

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