Le cose da dire prima del voto

 

Le consultazioni del Quirinale. Tra le crisi di governo e le elezioni ci sono di mezzo le consultazioni del Quirinale. Al tramonto della prima Repubblica, i cittadini non ne potevano più della cerimonia che portava sul Colle più alto gruppi parlamentari, parti sociali ed ex-Presidenti della Repubblica: per quanto si volessero accorciare i tempi, ci volevano settimane per formare un governo, mentre nelle altre capitali europee ci si affacciava il giorno dopo il voto col capo di governo nuovo di zecca.
Non è il caso naturalmente di guardare con nostalgia ai tempi in cui era in auge quel torpido rituale: lo abbiamo sbrigativamente archiviato alla voce “teatrino della politica” e abbiamo pensato di mettere direttamente il nome del candidato sulle schede elettorali, per tagliar corto. Ma siccome la nuova grafica dei simboli di partito non equivale, secondo i manuali, ad una riforma costituzionale, quinte e fondali di quel teatrino sono ancora in piedi e un po’ per le lunghe bisogna andare per forza.
Fino a prova contraria, anzi, quinte e fondali sono le regole stesse della Costituzione, e la forza in questione non ha nulla di forzoso. Al contrario si tratta, per dirla con il titolo dell’ultimo libro di Giorgio Napolitano, della forza del “patto che ci lega”, al quale mai come in questi momenti è bene che tutti ci si senta, per l’appunto, legati.
Le lunghe sono invece le vie che la politica deve percorrere, nel rigoroso rispetto di quelle regole. Ora è difficile fare previsioni sul corso che la politica prenderà nelle prossime settimane, anche se, con ogni probabilità, si andrà alle elezioni prima del tempo. Berlusconi e Bossi cercheranno forse di percorrere a grandi passi quelle vie: quel che comunque non possono fare è forzare la mano ad alcuno, men che meno al Presidente della Repubblica. Ma, più in generale, è responsabilità di tutti, quindi anche dell’opposizione, indicare come si viene fuori da una situazione simile.
Nella prima repubblica, un frasario di formule fioriva rigoglioso nei momenti di crisi: si è andati dai governi balneari ai governi di minoranza, da quelli tecnici a quelli della non sfiducia. Di nuovo: non è il caso di guardare con nostalgia a quei tempi. Ma non ci si può non chiedere se, di fronte alle difficoltà in cui è impantanato oggi il Paese, non occorra un po’ di quella sonnacchiosa sapienza politica.
Non per mettere in scena l’ennesimo teatrino, ma per allestire scenari diversi per la politica italiana, quello sì. A cominciare dalla legge elettorale. Di fronte al fatto enorme che l’attuale Porcellum (che poi sarebbe il nuovo-nuovissimo, la II repubblica, cioè la vocazione maggioritaria da una parte e il predellino dall’altra) non permette ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti, i difensori della legge vantano la possibilità che la legge offrirebbe di determinare univocamente le maggioranze e i governi: peccato però che non sia così. Che le maggioranze che si sono formate con questa legge non abbiano mai tenuto per la durata di una legislatura, e che col prossimo voto questa legge potrebbe regalarci un nuovo pareggio, o peggio ancora maggioranze difformi fra Camera e Senato.
Si capisce ovviamente che chi vuole che nulla si frapponga fra sé e le elezioni non ne voglia sapere di mettere mano ai meccanismi elettorali, ma non è detto che questa sia la volontà del Parlamento (oltre che l’interesse del Paese). Le aperture di Fini a Mirabello permettono all’opposizione di condurre un tentativo in tal senso. O perlomeno: non potendo l’opposizione contentarsi del nobile e filosofico ruolo dello spettatore che, sicuro in riva al mare, assiste al naufragio del bastimento del centrodestra – non potendolo fare per la buone ragione che non dispone affatto di rive sicure – è giocoforza che provi a imbastire un dialogo con tutte le forze in campo per costruire una maggioranza intorno alle poche cose necessarie prima del big bang. Fare la legge elettorale, garantire effettivo pluralismo in vista della campagna elettorale e intanto cercare due o tre parole guida che possano tenere insieme l’Italia. Tremonti avrà pure ragione nel sostenere che non c’è alcuna manovra da fare insieme con la finanziaria, ma affrontare l’autunno che ci aspetta non solo regolando i conti col passato ma anche seminando qualcosa per il futuro è un dovere politico che tutti, in questi giorni un po’ grami, dovrebbero avvertire.

(Il Mattino, ieri)

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