Eterna sindrome da azzeramento

Direzionale Nazionale del PD. Che cade dopo la lettera di Veltroni al Corriere e quella di Bersani a Repubblica, dopo il documento dei "giovani turchi" e quello dei 75 (divenuti 76), dopo una nuova epistola di Veltroni e la riunione di Area democratica: per stare agli interventi principali, trascurando lo sciame di dichiarazioni sui limiti del Pd, sul rilancio del Pd, su eventuali primarie e possibili coalizioni, su giovani e vecchi, sul papa straniero e sulle conte interne, sul progetto originario del Lingotto e su quel che invece ci vuole adesso per vincere.
Ce n'è, come sempre, per tutti i gusti, e per tutte le valutazioni: in un partito democratico si discute, dicono gli uni; a questo partito manca la bussola, dicono gli altri. Non siamo una caserma, insistono i primi; ma così non vi segue più nessuno, replicano gli altri. Basta con le correnti nel partito, sbotterà allora qualcuno; meglio un partito con le correnti che le correnti senza un partito, sarà la risposta di qualcun altro. E così via dichiarando.
Se però si guarda alle difficoltà in cui si dibatte il Pd, e l'intero sistema dei partiti, considerando le cause remote e non solo quelle prossime (e spicciole) che occupano quotidianamente i giornali, si comprende qualcosa in più di quel che sta accadendo, e forse anche di quel che potrà accadere.
In primo luogo, va detto allora che il Pd è un ben strano esperimento. Non solo perché mescola culture politiche diverse, ma perché deve stare in piedi senza il cemento ideologico dei partiti di una volta, ma anche senza risolversi in un partito personale, qual è invece il Pdl (vedi la rottura con Fini) così come lo sono tutti gli altri partiti e partitini italiani, da Di Pietro a Storace (Vendola compreso, il cui appeal sull'opinione pubblica sembra dipendere anche dall'oscuramento della sigla del partito di appartenenza). Non a caso, la formazione oggi più in salute, la Lega, è forte di entrambi gli ingredienti: ha il Capo ed è pure zeppa di ideologismi.
In secondo luogo, e per conseguenza, il Pd è chiamato o a mutare pelle, o a battersi per un sistema politico-istituzionale consono alla sua natura. I partiti, infatti, non vivono nel cielo delle idee, ma nelle condizioni effettive in cui sono chiamati ad operare. In fondo, la scommessa di Veltroni era lasciarsi alle spalle la stagione partitica e pluri-partitica dell'Ulivo prima e dell'Unione poi, per adeguare il centrosinistra, con la vocazione maggioritaria, all'ambiente berlusconizzato della II Repubblica. Sicché ora il Pd ha due strade davanti: o modifica questo ambiente, e orienta la sua politica di alleanze in questa direzione, o ritorna a quella prima vocazione. Tutto il resto, dalle rivalità personali alle tensioni fra le componenti fino alle obiezioni di metodo e agli appelli all'unità, è un mero gioco di superficie.
In terzo e ultimo luogo, c'è l'obbligo di dire una parola di chiarezza sul tipo di riformismo e di innovazione che il Pd propone al paese, posto che per tutti rivoluzione e conservazione non sono più all'ordine del giorno. Un conto infatti è immaginare che il compito della politica sia solo quello di consentire alle forze vive dell'economia e della società di dispiegarsi, e affidare ad esse la modernizzazione del paese liberandolo da inerzie, sprechi e corporativismi; un altro è ipotizzare che, però, quelle forze non procedono sempre nella direzione giusta: a volte ci prendono, a volte no, e nel secondo caso la politica non potrà limitarsi ad assecondarle e favorirle.
Orbene, al di là delle frecciate polemiche, il documento dei 76 e quello dei giovani turchi tracciano due linee distinte. Su entrambi i punti indicati: nel rapporto fra economia e politica così come nel rapporto fra partiti e ambiente istituzionale. E tutte e due, si badi bene, lungi dal coincidere con le vecchie provenienze – popolari o socialisti, diessini o margheritini -, le tagliano trasversalmente.
Dopodiché si possono fare due cose. Fare come Bartali (o come Cacciari) e dire che le cose più non si compongono: è tutto sbagliato, tutto da rifare, e il Pd è fallito. Oppure provare a seguire con qualche coerenza una delle due vie, senza ricominciare ogni volta da zero, come ha detto Bersani nella Direzione di ieri, ma anche senza falsi unanimismi di facciata.
E incassando un voto assai largo sulla sua relazione, tirando anche Franceschini e Marini dalla sua, il segretario del Pd ha posto le premesse per un "largo impegno unitario", nel rispetto di ruoli e responsabilità di maggioranza e di minoranza. Bersani non sarà, come Coppi, un uomo solo al comando, ma forse lo spirito di squadra l'ha trovato. E per il candidato premier si vedrà.
(Il Mattino)

Annunci

3 risposte a “Eterna sindrome da azzeramento

  1. bellissima.veltroni,ai giornalisti che incalzano, ripete:"non mi candido a nulla"dal fondo della sala : "peccato,lì vinceva di sicuro!!! ".

  2. comunque  il futuro è il movimento a 5 stelle.(non quello a 7 di ignoranteinambientecheparla sgarbi ).tra l'atro c'è una bella scrematura tra le decine di migliaia di persone interessate a presentarsi alle politiche…altro che primarie!qualcuno vuole scommettere che entro 10 anni avranno la maggioranza in parlamento?1'000 simbolici $

  3. ieri ho apprezzato il discorso di bersani, più completo di quello di di pietro.forse ,forse, migro anch'io!!!ma un sottosegretariato all ambiente ci esce???? ahahahhahah

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...