La nuova stagione dei democratici

La pazienza è finita, dice il Bersani con le maniche arrotolate che campeggia in queste settimane su manifesti e cartelloni. Ed effettivamente, nel dibattito in Parlamento, il segretario del Pd è apparso alquanto spazientito, trovando anche toni di una certa efficacia nel rivolgersi in modo spiccio al Presidente del Consiglio, come quando lo ha invitato a tornare nei luoghi in cui sosteneva di aver fatto miracoli: nella Napoli dei rifiuti (che sono di nuovo lì) o nell’Aquila della ricostruzione (che pure quella è ancora lì, ben lontana da qualunque normalità). Così, il discorso che il Pd ha preso a tenere con una certa continuità – e persino con qualche unità d’intenti – comincia ad apparire più credibile: Berlusconi ha governato per otto degli ultimi dieci anni, e tuttavia ripropone imperturbabilmente le stesse cose che prometteva dieci anni fa. Il fatto che sul volto non compaiano rughe non significa che il discorso non sia invecchiato.
Intendiamoci: nulla di trascendentale. È il mestiere dell’opposizione, quello di ricordare le promesse non mantenute. E benché ci provi, non è che Berlusconi possa prendersela sempre con quelli che c’erano prima di lui, perché prima di lui c’era ancora lui: c’era il secondo governo Berlusconi, e prima del secondo c’era già il suo primo governo. Naturalmente si può tornare ancora più indietro, ai comunisti o ai democristiani, oppure sostenere che è tutta colpa delle parentesi a guida centrosinistra: ma, per l’appunto, quelle sono state parentesi, mentre questi sono, da quasi vent’anni, gli anni del berlusconismo. È sulla sua azione di governo che deve dunque cadere il giudizio. E poi Berlusconi ha sempre vinto invitando a guardare avanti. Lo scetticismo e la divisione esplosa nella maggioranza minano gravemente il berlusconismo, persino sotto il profilo estetico: come si possono tenere ancora, sullo sfondo, i cieli azzurrini di una volta?
Finora però il centrosinistra non si è avvantaggiato delle sempre più evidenti difficoltà dela maggioranza. Il Pd è anzi parso a lungo finire in un angolo: spettatore, interessato ma impotente, del conflitto esploso nel Pdl, e a rimorchio di Di Pietro quando c’era da alzare la voce. Forse, dopo il dibattito parlamentare di questi giorni, non è più così. Non che all’improvviso Bersani si trovi tra le mani un partito in piena salute, ma sia il piano istituzionale, con l’aspro conflitto fra Presidente della Camera e Presidente del Consiglio, che quello politico-partitico, con la nascita dal sapore retrò di una specie di quadripartito (PdL – Lega – Mpa – Fli) dimostrano se non altro che c’è qualcosa che il Pd può fare, per candidarsi alla guida del Paese: portarlo oltre le secche in cui s’è cacciato. È chiaro infatti che se c’è una via d’uscita dal berlusconismo che non somigli alla morte di Sansone con tutti i filistei, questa suppone una rinnovata centralità del partito democratico. Bersani ha dinanzi a sé la possibilità e anzi il dovere di interpretarla.
Orbene, vi sono, dalle parti dell’opposizione, tre possibili discorsi. Uno è quello che tiene, da tempo e con indubbia coerenza, Casini: responsabilità e unità nazionale, moderatismo e valori cristiani in politica, fine del bipolarismo. Un altro è quello che tiene, con altrettanta coerenza ma con toni assai più gridati, persino sguaiati, Di Pietro: allarme democratico, e denuncia dell’indegnità morale e penale del capo del governo. L’ultimo discorso è quello che il Pd sta imbastendo: nuovi equilibri politici nel solco di una ritrovata centralità del Parlamento; riproposizione delle questioni del lavoro e delle ragioni dell’equità e dell’eguaglianza; una via per le riforme e la modernizzazione del paese che non ricada solo sulle spalle della parte più debole della popolazione. È presto per capire quali di questi discorsi potranno comporsi insieme, e quando. Ma il centrosinistra ha finalmente l’occasione per farsi ascoltare.
Ogni limite ha una pazienza, diceva a rovescio il grande Totò, e finora il Pd sembrava non saper fare altro: acconciarsi ogni volta, con la pazienza necessaria, al limite sino al quale Berlusconi provava a spingersi. Subire, insomma: giocare la partita secondo le regole e i tempi dettati dall’avversario. Ora che non è più così, il Pd può finalmente permettersi di perdere la pazienza senza mandare tutti a quel paese, come Di Pietro o come Grillo. se poi lo farà in maniera credibile, è probabile che incontrerà anche l’opinione di un buon numero di italiani.
(il mattino)

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3 risposte a “La nuova stagione dei democratici

  1. utente anonimo

    veramente in sintonia con il momentoispirato anche da un pd finalmentecon la schiena erettasi riuscirà a tenere il passo?m i

  2. utente anonimo

    -chiesa di sant antonio, ore 12.45, fine dalla messa al centro dei banchif. ciao caro come staim.bene tutto a posto, sai anche quest'anno, organizzo il convegno l'uomo………….  STELL….iiii TE LE TENG PROPRIA DI. tu sei come al solito ineccepibile, ma i due relatori e le relazioni assolutamente deludenti.. CHIST ANN NON Cee VENGF,  farmacista dell'ospedaleM, ioci conosciamo dal 1978

  3. utente anonimo

    Bello questo commento, lo si poteva scrivere quasi identico tre anni fa, forse tra 3 o 4 anni sarà ancora buono. Io intanto il Pd lo ho votato un paio di volte ed ancora me ne pento (uno dei motivi, quello più simpatico è che con il mio voto ho contribuito a mandare un certo Rutelli al Senato, ai tempi delle liste bloccate: orrore). Qui sono al potere negli ambiti amministrativi da molti anni, cambiano gli uomini ma il comportamento su alcune cose è quello che ha la destra altrove: con loro collaborano, lavorano e si arricchiscono sempre gli stessi, i costruttori ex-diessini fanno il bello ed il cattivo tempo, in generale ci vuole il cappello in mano per strappare anche una briciolina, le mestruazioni dell'assessore sono legge divina e se mostri dissenso sei segnato a vita. E siccome l'opposizione di destra credo sia peggio ho deciso di non votare più, che ormai sembra sia modo per connotare la propria libertà. 

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