Pacifisti e guerrafondai etichette da rotamare

 Ma davvero in Afghanistan è venuto il momento di bombardare o di scappare a gambe levate? Naturalmente no, né l'una né l'altra cosa. E soprattutto non è un'alternativa del genere che abbiamo di fronte. E il fatto che la questione della dotazione dei nostri aerei, a sostegno dei militari impegnati sul terreno, non abbia spinto l'opinione pubblica a dividersi impulsivamente fra entusiasti guerrafondai e pacifisti a oltranza è un segno della maturità della quale, quando vuole, il paese può dar prova. Se poi ci sarà, com'è doveroso, un dibattito in Parlamento, un aspetto positivo di questa drammatica vicenda sarà comunque l'avere finalmente restituito al suo ruolo centrale la sede più elevata della politica nazionale.
L'intervento militare dura ormai da molti anni. Più il tempo passa, e più appaiono sfocate se non le ragioni dell'intervento perlomeno i suoi effetti. Col passare del tempo sono subentrati dubbi, stanchezza, e anche, in più d'uno, sfiducia nella possibilità di venire a capo del conflitto. È comprensibile: sarebbe sciocco negarlo. Così come d'altra parte è comprensibile che si voglia poter dimostrare, prima di lasciare il paese, che è aumentata la sicurezza dell'Occidente e anche la libertà politica degli afgani, anche se non dovesse riuscire appieno l'opera di pacificazione e ricostruzione nazionale.
Mettersi in quest'ordine di considerazioni, comunque si valuti la situazione sul piano militare, significa cercare una soluzione politica del conflitto, che non è a portata di mano ma non è neppure impossibile ottenere. Resta però il fatto che alle opinioni pubbliche occidentali viene chiesto oggi di guardare ai possibili scenari futuri valutando con realismo e senso di responsabilità sia i rischi connessi all'attuale situazione sul campo, che le necessità legate obiettivamente alla presenza (non marginale né residuale) dei nostri soldati sul teatro di guerra.
Non è facile, e si può immaginare che il solo ricorso alla parola «bombe» da parte del ministro della Difesa, nell'ipotesi che si debbano attrezzare gli aerei per elevare il grado di sicurezza delle truppe, muova nell'animo degli italiani, per ragioni morali e forse anche per memoria storica, un sentimento di rigetto profondo. Ma forse l'opinione pubblica è pronta per affrontare anche un discorso equilibrato sui fini e sui mezzi, che non rinunci ai principi ma sappia soppesare tutte le circostanze in gioco.
È uno sforzo che, nella tradizione della sinistra democratica, viene ormai da lontano. Quando Norberto Bobbio prese posizione sulla prima guerra del Golfo, sostenendo che quella guerra era giusta, non furono in pochi a ritrarsi dinanzi alle parole del filosofo torinese. Che avevano però un pregio grande: tentavano un esercizio di distinzione, in un campo in cui, fino a quel momento, cadevano solo anatemi e pregiudiziali. Provenivano dai saggi sul problema della guerra e le vie della pace, dalla ricerca di un pacifismo giuridico non sprovveduto, ma dotato di adeguata cornice istituzionale, dal tentativo di trovare la giusta misura fra realismo e cosmopolitismo, fra Machiavelli e Kant, e di orientarsi così nel difficile mondo delle relazioni internazionali. Non offrivano soluzioni comode, ma neppure abdicavano pilatescamente al compito, per presunzione morale o al contrario per sordido cinismo. Facevano opera di distinzione, appunto: dando valutazioni non opportunistiche ma nemmeno candidamente aprioristiche. La faticosa misura della politica, insomma.
È in essa che il Pd deve oggi esercitarsi, facendo capire chiaramente, anche ora che è all'opposizione, come immagina l'esercizio della responsabilità di governo. Ha certo, nella sua cultura, le istanze pacifiste del mondo cattolico e socialista, ma ha pure la sensibilità giuridica e istituzionale idonea al ruolo proprio di una grande democrazia liberale dell'Occidente. D'altra parte, e finalmente, non ha il problema di tenere insieme anime diverse più di quanto lo abbia il centrodestra, mosso certo da uno schietto filo-atlantismo ma anche dalle pulsioni 'etniche' e isolazioniste della Lega.
Bersani ha speso più volte la parola «razionale», in questi giorni, per dire ciò che il suo Pd vuole essere. C'è da augurarsi che nel dibattito su eventuali nuove regole di ingaggio lo sia davvero, senza temere, sarebbe ingiusto, di dover ogni volta superare l'esame di affidabilità, ma anche senza il timore, sarebbe ipocrita, di apparire troppo cattivo agli occhi di chi, alla sua sinistra, al governo non solo non c'è, ma neppure si pone più il problema di andarci.
(Il Mattino)

Annunci

2 risposte a “Pacifisti e guerrafondai etichette da rotamare

  1. scusate se sono sempre fuori tema,ma a proposito di guerrafondai ,violenti e conflitti,mi è venuto in mente  il capo ultrà della serbia, che ieri sera ha mostrato tutto il suo genio:un ragazzo molto molto accorto, che nel fare il suo spettacolo violento , ha ben pensato di coprirsi il capo con un mefisto…peccato che sia un caloroso,ed 'indossasse una t-shirt a maniche corte…,mettendo in mostra una dozzina di tatuaggi sulle braccia!!!! GENIALITà FATTA PERSONA!!!!

  2. quando gioco con i miei nipotini mi chiedo:
    perchè  vespa bruno non aveva uno zio come me?
    perchè durante l’infanzia gli è stato palesemente  proibito di giocare con la casa di barbie e big jim, con mattoncini lego, etc. 
    ma anche con una semplice scatola di cartone???
    ahahhahahaaahahhhhaaaaahhhhhhhhh
     
     

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...