Bersani al bivio delle alleanze

Dopo la sberla rimediata in Puglia, con Vendola, arriva per il Pd quella milanese, con l'avvocato Pisapia che supera nettamente l'architetto Boeri appoggiato dai vertici locali del partito. La società civile si confronta e duella, relegando il partito politico al ruolo di comprimario. Se si mette nel conto anche la vittoria di Renzi a Firenze, si deve concludere che le primarie si stanno rivelando per il partito di Bersani un'inattesa via dolorosa, con il Pd che cade una prima, una seconda e una terza volta. E ieri anche la percentuale di votanti, inferiore al dato del  2006 e alle aspettative di tutti i candidati, non è parsa particolarmente incoraggiante per il gruppo dirigente milanese.
Naturalmente, uno strumento lo si valuta per ciò a cui deve servire: in questo caso, per la scelta del miglior sfidante della Moratti. Alle prossime elezioni comunali, dunque, si vedrà se le primarie avranno davvero selezionato il cavallo vincente. Ma intanto il Pd ha un motivo in più per riflettere (e poco tempo per farlo). Poiché d'altronde la qualità professionale e il profilo civile di tutti e quattro i candidati in lizza non è mai stata in discussione, non si può consolare nemmeno come si consolava Gesualdo Bufalino: in certi confronti elettorali, diceva lo scrittore, l'unico conforto è che almeno uno su due (stavolta, tre su quattro) avrà perso. Ma Bufalino era, si sa, di umor nero metafisico e malpensante e, soprattutto, non aveva problemi di proposta politica.
Che invece il Pd ha. Ora che a Milano le primarie affidano al candidato vendoliano la direzione politica della coalizione, il Pd non può più evitare di chiedersi se continuare a subappaltarla, o se invece provare a riprenderla tra le mani. Almeno a Roma, dove le elezioni si avvicinano e dove non è affatto sicuro che le primarie siano la cosa migliore da fare. C'è il rischio infatti che i voti delle primarie siano come i soldi: pochi, maledetti e subito. Ma non sarebbe meglio, perché non basterebbero per vincere le elezioni quelle vere.
Prima del voto di domenica, Bersani aveva dichiarato che le primarie sono per il Pd un "motivo di orgoglio", come se si trattasse di un elemento costitutivo dell'identità del partito, che sarebbe snaturata qualora vi si rinunciasse. E invece sono, è bene ripeterlo, non un inattaccabile totem ma un più prosaico strumento: altrimenti si scivola dalla vocazione maggioritaria di Veltroni all'invocazione identitaria di Vendola quasi senza accorgersene, e una volta sì e l'altra pure si finisce col farlo drogati dallo slancio galvanizzante e salvifico di una missione da compiere che però, alla prova dei fatti, rischia di non salvare nessuno. Di sicuro non il Pd.
Il partito democratico, insomma, ha di fronte due strade. Deve decidere se attrezzare una coalizione con le forze di centro che si stanno aggregando (Fini e Casini e il redivivo Rutelli), o se proporre, all'ombra del nuovo ulivo, una coalizione con Vendola e con Di Pietro. Le primarie non hanno lo stesso peso e non sono parimenti proponibili in entrambe le ipotesi: si sa infatti che sono viste di buon occhio a sinistra ma come il fumo negli occhi al centro. Se poi il Pd volesse provare a tenere insieme tutte e due i pezzi in un'amplissima coalizione, auguri: ma ancor più sarebbe discutibile l'idea di tenere un turno di elezioni primarie.
E siccome è questo il bivio che il Pd è chiamato ad affrontare, e poiché nell'affrontarlo ne va del profilo di un soggetto riformista e di governo, capace di aggregare attorno a sé una buona metà delle forze in campo, sarebbe curioso se il compito di selezionare la proposta politica fosse demandato alla scelta di uno strumento. Il quale potrebbe poi non dare, come non sta dando, i risultati sperati. E cosa si farebbe, allora? Una vecchia battuta di Corrado Guzzanti diceva: se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli pure, questi benedetti elettori. Ecco, questa è la cosa che il Pd sicuramente non può fare, con le primarie o senza. Ma neppure può dare a intendere che tutta la poesia stia nelle primarie, mentre dall'altra parte starebbe solo la lurida prosa degli accordi di Palazzo. Poesia e prosa devono stare insieme in una credibile e convincente proposta di governo: il resto, si sa, è del demonio.
(Il Mattino)

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