Perché adesso Napoli deve voltare pagina

A volte viene voglia di parafrasare una celebre pensée di Pascal: la politica ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Solo a volte però. Poi ci si ricorda subito che la democrazia ha questo di bello, che quelle ragioni – alte o basse, nobili o sordide che siano – devono poter essere spiegate e conosciute dal popolo, e soprattutto giudicate nel giorno delle elezioni, e allora si prova a compiere un'altra volta il faticoso esercizio della comprensione razionale.
Si cerca di capire, insomma. Napoli si avvia infatti alle elezioni. L'attuale sindaco lascia la città avendo guidato il ciclo amministrativo più lungo nella storia della città: un decennio. Decennio berlusconiano sul piano nazionale, e iervoliniano su quello cittadino. Ora non diciamo, per carità di patria, le cose che si possono fare in un decennio. Se peraltro aveva ragione Nitti, per il quale «il problema di Napoli non è soltanto economico, ma sopratutto morale: ed è l’ambiente morale che
impedisce qualsiasi trasformazione economica», allora è vero: non bastano dieci anni, e neppure cento, visto che Nitti quelle cose le diceva nel 1900. Ma è vero pure che prima o poi bisogna, come si dice da queste parti, prendere principio. Ed invece, allo stato, è difficile capire a  quali riserve di energie, risorse, idee, culture politiche, i partiti possano attingere per dare davvero alla città il segnale di voler ripartire. Se abbiano gli uomini per farlo. Se ne abbiano la forza e la volontà. Se siano mossi da mero istinto di sopravvivenza o se invece conservino ancora la capacità di inventare un futuro possibile. Ci vogliano pure gli anni che ci vogliono, questo però la città chiede ora: che si cominci subito a dimostrare, in parole e opere, la volontà di ripartire daccapo.
Napoli sembra infatti corrosa da uno sfinimento che non accenna a finire. I problemi si ripresentano, più incancreniti che mai. Le responsabilità si accavallano, si confondono, si sommano: ma solo per sottrarsi ad esse. E il partito democratico, che in questi anni si è assunto, con Rosa Russo Iervolino, gli onori e oneri maggiori, ha il dovere di indicare per primo dove cercare, e con chi, un nuovo inizio. In maniera credibile e non gattopardesca.
Non è semplice, perché si tratta di compiere atti che diano il segno di una netta discontinuità mentre ancora si esprime e si sostiene il governo cittadino. Al momento, anche il modo in cui il Pd si sta avvicinando alle primarie, tra rinvii e tatticismi, finti entusiasmi e reali paure, mantiene più visibili le tracce di una resistenza del vecchio che non i segni di una ricerca convinta del nuovo.
Intanto, per una di quelle ragioni della politica che la ragione non riesce a prevedere, cresce la figura di Mara Carfagna. Isolata nel suo partito, guadagna consensi presso l'opinione pubblica anche grazie allo scontro furente con i vertici locali del Pdl, a dimostrazione che la ricerca di un ricambio investe tutta la classe politica, a destra come a sinistra. Ora è difficile sapere se il ministro stia pensando effettivamente ad una sua candidatura e, nel caso, sostenuta da quale parallelogramma di forze. Di certo, l'impatto sulla città sarebbe notevole, parta o no dalle oltre 55.000 preferenze conquistate alle regionali (di cui 21.000 a Napoli).
Di quale impatto siano capaci invece gli attuali papabili del Pd è difficile dire. Portasse in dote un bilancio amministrativo di cui menare vanto, il Pd potrebbe forse persino trascurare la necessità di affidarsi a cose e uomini dalla forte presa simbolica. Così però non è. A livello nazionale, Bersani ha scelto il grigio per la sua campagna di comunicazione, volendo trasmettere l'immagine della concretezza e della serietà: dopo anni di illusori cieli azzurrini, il bianco e nero di Bersani deve dare il senso di un partito affidabile, coi piedi per terra. Ma lì sarà Berlusconi a esibire un bilancio di governo per nulla entusiasmante: la scelta, dunque, ha una sua logica. A Napoli però è il contrario: è il centrosinistra che governa. Se quindi non si inventa subito una nuova e più ricca tavolozza di colori, il grigio affogherà presto in un deprimente grigiore.
Come quello dei sacchetti di spazzatura. Arrivati ieri persino a Montecitorio, per merito (si fa per dire) di un esuberante deputato, Barbato, il quale allestisce in Parlamento una scena che purtroppo ricorda molto da vicino il crepuscolo a tinte fosche della prima Repubblica. Lui forse, da buon dipietrista, se ne rallegrerà, il parlamento e il paese un po' meno.
(Annaspo: il Mattino dell'altro ieri!!)

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