La corsa alle urne paradosso italiano

Il governo ha avuto la fiducia, e lo scenario più verosimile resta il voto. Bossi e Maroni lo hanno detto chiaramente: così non si va avanti. E siccome il governo è nelle loro mani, e dalle elezioni la Lega ha solo da guadagnare, è probabile che si tengano in primavera. Se il governo fosse caduto, è più probabile che una composita maggioranza antiberlusconiana, ancora impreparata al confronto elettorale, avrebbe cercato una formula e un nome per la prosecuzione della legislatura. Forse non ci sarebbe comunque riuscita, ma lo avrebbe senz'altro indicato al Presidente della Repubblica come l'obiettivo politico più immediato. I vincitori di ieri, invece, non hanno ancora finito di incassare il risultato, che già pongono l'inevitabile problema dell'allargamento della maggioranza e, in mancanza, del ricorso alle urne. Ora, se la maggioranza va allargata, vuol proprio dire che quella del 14 dicembre non è sufficiente; ma se si vota dopo un voto di fiducia (anzi due: l'altro risale a soli tre mesi fa), cos'altro vuol dire? Vuol dire che i nodi politico-istituzionali continuano ad attorcigliarsi invece di sciogliersi, e che la lista dei paradossi di cui vive la seconda Repubblica è destinata ad allungarsi. I solutori di rebus più che abili hanno di che cimentarsi. L'Italia ha oggi un Parlamento maggioritario, in cui però continuano a proliferare fino ad essere determinanti micro-partitini personali; è un Paese che si rappresenta come bipolare, che però di poli ormai ne ha tre, e in cui i due maggiori partiti, attorno ai quali dovrebbero organizzarsi i poli alternativi del sistema politico, perdono voti nel Paese, e deputati in Parlamento (non ci sono solo quelli che si sono staccati dal Pdl, ma pure quelli che sono silenziosamente sgocciolati via dal Pd); è ancora una repubblica parlamentare, a detta almeno della costituzione vigente, in cui però si indica il nome del Presidente del Consiglio sulla scheda elettorale e si trasforma il più solenne voto parlamentare in un referendum pro o contro la persona di Berlusconi; è quindi, nelle intenzioni di alcuni suoi attori decisivi, una repubblica semi-presidenziale, che però galleggia a mala pena in un mare parlamentare sempre più simile alla palude dei "vorrei ma non posso". E le riforme attendono. Ancora: è un sistema che per venire fuori dalla palude si è inventato un grasso premio di maggioranza che assicuri la governabilità alla coalizione vincente, e che ciononostante si ritrova in Parlamento con una maggioranza che più risicata non si può; è un Paese in cui vige una legge elettorale che non dà la possibilità di scegliere i deputati, la quale però finisce col rimettere il governo nelle mani di singoli, variopinti parlamentari e del loro personalissimo pedigree, che si tratti del campione di trasformismo Calearo, il quale viaggia tra partiti e gruppi parlamentari come un topo nella groviera, o di Domenico Scilipoti che lascia l'Idv "in difesa dell'agopuntura" e, presumibilmente, del suo diritto al quarto d'ora di celebrità, come il Turigliatto di prodiana memoria. Infine, l'ultimo, sublime paradosso: quelli che l'altrieri chiedevano la sfiducia non volevano le elezioni, e quelli che invece votavano la fiducia le vogliono eccome, salvo naturalmente andarci da posizioni di maggiore forza. E così Berlusconi, il Pdl e la Lega, che ieri hanno certamente segnato un punto, non hanno però messo a segno quello decisivo. La nascita del Polo della Nazione è lì a dimostrarlo: Berlusconi dice che è già morto, ma il suo somiglia più a un esorcismo che a un referto medico. Né un parlamentare in più o in meno cambia la sostanza della cosa: che è tutta politica e che probabilmente non cambierebbe neppure se a marzo si votasse, perché dalle urne difficilmente uscirà un Teseo vincitore, col filo di Arianna tra le mani, capace di tirare il Paese fuori dal labirinto di paradossi in cui s'è cacciato. Che quel filo la maggioranza lo riesca ad afferrare ora, d'altra parte, è alquanto improbabile. Il voto di ieri ha infatti fotografato una situazione di stallo, senza dare alcuna, nuova direzione di marcia. Ma come nel mito greco al centro del labirinto c'era un mostro – il Minotauro, che sbranava i giovani ateniesi offertigli in sacrificio – così anche il labirinto italiano ha purtroppo, al suo centro, un gorgo, fatto di debito pubblico, bassa competitività, scarsa mobilità sociale, poche riforme e tante diseguaglianze. E certo nessuno dovrebbe lasciare che in quel gorgo ci finisca il futuro del Paese e delle sue nuove generazioni
(Il Mattino)

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