Fabbrica e alleanze. La sinistra al bivio

Non si può dire che mancheranno gli argomenti in discussione, questo pomeriggio, alla direzione nazionale del partito democratico. La sorte – o un uso politicamente disinvolto del calendario – ha voluto che si tenesse nel giorno del referendum a Mirafiori: finirà la direzione, cominceranno a votare i lavoratori del terzo turno, dalle 22. Il primo terreno sul quale sarà valutata la condotta del Pd è dunque già dato: con chi sta il Pd? Con Marchionne o con la FIOM? In realtà, é da quando Cofferati si inventò col suo bel dire il «senza se e senza ma» che le alternative secche non portano fortuna al Pd. Il che non vuol dire che non si debba fare della chiarezza un dovere, tanto più in un momento in cui tutti gli altri partiti si sforzano di lanciare messaggi ipersemplificati. Forse però le ultime mosse di Landini possono aiutare Bersani: la FIOM non ha solo negato la firma all'accordo, ma non intende ora riconoscere la legittimità del referendum, incostituzionale e ricattatorio; si appresta quindi a disconoscerne il risultato e, in caso di vittoria del sì, si propone di elevare il tasso di conflittualità nei luoghi di lavoro e nei tribunali. Orbene, per quante critiche si possano muovere alle strategie industriali della Fiat e ai modi decisamente spicci di Marchionne, è difficilmente ipotizzabile che il principale partito di opposizione segua Landini lungo questa china. Sulla quale non può attestarsi nemmeno il segretario generale della CGIL. D'altronde, proprio perché il Pd difende l'esigenza (e il diritto) di tutto il sindacato a star dentro gli stabilimenti, per la stessa ragione non può a propria volta mettersi fuori del gioco politico, accodarsi a Vendola e Di Pietro, e rinunciare ad un ruolo di interlocuzione e di mediazione.
Ed ecco disegnarsi, in stretta consecuzione col primo, l'altro terreno che il Pd deve esplorare, quello delle alleanze. Il Pd ha smesso da tempo di vantare la propria vocazione maggioritaria: non perché debba inventarsene un'altra, ma perché era, per l'appunto, solo una vocazione. Ora, ci si può sentire vocati a questo o a quello, portati per la musica o per la recitazione, ma se poi si stecca la prima – alleandosi con Di Pietro e finendo 100 parlamentari sotto a Berlusconi – si è costretti non a coltivare la propria vocazione, ma a prendere atto della realtà. E siccome quella vocazione presupponeva un
sistema politico tendenzialmente bipartitico, prendere atto significa, in questo caso, muoversi verso un sistema politico diverso, un'altra legge elettorale e un altro quadro istituzionale. Qui il Pd non deve necessariamente subire l'iniziativa altrui, ma può assumerla in proprio. Qui vale effettivamente quanto ripete spesso il suo segretario, che cioè tocca alle formazioni minori cercare motivi di intesa e di raccordo, non già al Pd scegliere fra il terzo polo di centro e le estreme di Vendola e Di Pietro. Non che il Pd non sia chiamato a scegliere, ma la vera scelta riguarda la fisionomia che si propone per il Paese: mantenere l'assetto finto-presidenziale attuale, o tentare una riforma in senso neo-parlamentare? Con la prima abbiamo sì avuto Prodi e Berlusconi, ma anche Turigliatto prima e Scilipoti poi. Che qualcosa non vada per il verso giusto, e che anzi stia andando decisamente per il verso sbagliato, è sotto gli occhi di tutti.
Oppure, se proprio non è così evidente, il Pd può provare a renderlo tale. Ne caverebbe un gran beneficio, non solo in vista di alleanze possibili, ma anche in termini di liberazione dai complessi di inadeguatezza che nutre fin dalla nascita, nell’inseguimento del nuovo solo perché nuovo, e non perché confacente al Paese. La favola dello pseudo-bipolarismo all’italiana è uno di quelle novità su cui varrebbe la pena interrogarsi.
Finché però non si produce questo disincantamento ideologico, è facile prevedere che continueranno a formarsi nel Pd (e a farsi sentire in direzione, immaginiamo) onde di giovani o di loro paladini pronti a issare il vessillo della novità, della modernità, e da ultimo anche dell'americanità, crisma di tutti i nuovismi alla moda. Dimenticando però che la sinistra è sempre stata modernizzazione e, al contempo, critica della modernizzazione, progresso e, insieme, critica del progresso. L'una e l'altra cosa: non solo l'una o solo l'altra. E se riuscisse ancora ad esserlo, se avesse forza sufficiente non per non giocare più la partita, andandosene via con il pallone sotto il braccio, ma per giocarsela intervenendo sulle regole e scegliendo il terreno di gioco, allora forse potrebbe davvero ritrovare la sua funzione e una nuova centralità. E dire la sua parola pure in situazioni difficili, come sul referendum, invece di cavarsela con un pilatesco “né…né”.
(Il Mattino)

Annunci

Una risposta a “Fabbrica e alleanze. La sinistra al bivio

  1. Con la sconfitta dei partiti precedenti, quelli che costruirono la democrazia in questo paese, tutte le forze attuali, salvo piccoli sporadici partitini ininfluenti, sono tutti di centro le forze, chiamarsi di sinistra è cosa ardua. Per essere tali, storia insegna, bisognerebbe almeno essere, socialisti, socialdemocratici… oppure comunisti, non ne vedo l'ombra in giro. Un caro saluto da Sar.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...