Tra Bersani e Bassolino

E il Partito democratico riprende fiato. Con la vittoria di Merola a Bologna e Cozzolino a Napoli, Bersani segna un punto: per la prima volta da quando è partita l'opa di Vendola sul Pd, sono i candidati democratici a spuntarla nelle primarie, ridimensionando le poetiche ambizioni del governatore pugliese. È inevitabile, infatti, una prima lettura del voto in chiave nazionale. Siano o no vicine le prossime elezioni, cambi o no la legge, per i partiti maggiori resta un fatto: intanto i partiti maggiori assolvono la loro funzione sistemica, in quanto sono in grado di attrarre il cosiddetto voto utile. Se Vendola avesse fatto filotto, vincendo anche questo turno, si sarebbe forse cominciato a pensare che è più utile votare lui che non il Pd. E invece no, il piccolo si fa di nuovo piccolo e il grande, anche se smagrito, resta più grande. Nello schema di Bersani, sono le formazioni minori a doversi porre il problema delle alleanze con le maggiori, non viceversa. Dopo le primarie di Napoli e Bologna questo comincia ad essere un po' più vero. L'altro dato di rilievo è la partecipazione. Alta sia a Napoli che nel capoluogo emiliano, e superiore alle aspettative. Ora, andare oltre l'affluenza che ci fu con Prodi non è uno scherzo. In una fase di forte sfiducia e disincanto dell'elettorato (per usare un eufemismo), lo è ancor meno. Bersani può dunque rallegrarsi del risultato, e rivendicare il carattere di forza popolare del suo partito come unico antidoto al veleno del populismo e alla contrazione degli spazi di partecipazione democratica a tutto vantaggio della delega personale e carismatica. Che l'antidoto sia anche efficace è presto, però, per dirlo. L'ultimo elemento di riflessione riguarda la vittoria di Cozzolino a Napoli. Ha vinto lui, e hanno perso Oddati, Mancuso e Ranieri. A sostegno di quest’ultimo si erano mossi anche pezzi importanti della società civile: doveva dare maggiori garanzie di rinnovamento e discontinuità. Bene: significa questo che il metodo di selezione del candidato sindaco non ha funzionato? Sarebbe come dire che dalle urne doveva venir fuori un unico risultato, che confermasse decisioni già prese. Significa allora che le primarie vanno bene, ma non altrettanto i napoletani? Non lo si può nemmeno pensare. C'è forse un problema legato ai costumi politici dei partiti e alla storia della città, spesso costellata da sospetti di anomalie e irregolarità? La verità è che le primarie di coalizione restano esse un'anomalia, nel senso che sono ancora del tutto estranee alla vita dei partiti politici italiani, e perciò mal regolate e male utilizzate. La verità è, soprattutto, che le primarie non possono funzionare come il luogo a cui demandare la soluzione di problemi che la classe dirigente non è in grado, da sola, di districare. Se un partito vi partecipa con tre candidati, come ha fatto il Pd, confessa per ciò stesso una condizione di difficoltà, che la scia polemica di queste ore non fa che certificare. Pezzi di partito continuano ad essere l'un contro l'altro armato, e una contesa che dovrebbe svolgersi su idee, programmi e magari coalizioni di interesse rischia di risolversi in un regolamento di conti condito di rancori e odi personali. La verità è, ancora, che non si dispone di un'analisi convincente quando si immagina che tutto il bene stia da una parte sola, nella mitica società civile che dovrebbe guarire la politica dai suoi mali, salvo poi rimanere di stucco quando quella parte lascia cadere le istanze di cambiamento. La verità, infine, è che l'influenza di Bassolino non è affatto venuta meno. Né la si supera demonizzandola. O almeno: non ci si meravigli se poi i demoni si risvegliano. Mettiamola allora come Troisi, che tra un giorno da leone e cento da pecora preferiva cinquanta da orsacchiotto: i napoletani sono stanchi di veder dipingere la città come un Paradiso abitato da diavoli; si accontenterebbero, per venirne fuori, di un po' di Purgatorio. E chissà se non sia questa la penitenza inflitta dal voto alla città.
(Il Mattino)

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