La sfida dell'integrazione

“Il maggiore pericolo dell’Europa è la stanchezza”: nel maggio del 1935, a Vienna, il filosofo Edmund Husserl denunciò, in una celebre conferenza, la “crisi dell’esistenza europea di cui tanto si parla” – e negli anni ’30 se ne parlava con buone ragioni. Oggi l’Europa sembra di nuovo accusare una certa stanchezza, fiaccata com’è dalla crisi economica, investita dai venti impetuosi della globalizzazione e minacciata, soprattutto, da possenti fenomeni migratori. Fenomeni che l’Europa non sembra poter arginare, per non tradire la cultura dei diritti fondamentali che è la sua propria; fenomeni che d’altra parte proprio quei diritti mettono prepotentemente in questione.
Nell’incendio del campo rom, in cui sono morti quattro bambini innocenti, finisce infatti anche l’illusione di potersela cavare con uno sgombero in più o in meno. Non c’è infatti solo una storia di degrado, di incuria o di negligenza, dietro una simile tragedia. Non ci sono solo sottovalutazioni o ritardi, inefficienze amministrative o insensibilità al problema. C’è la stanchezza del paese, l’incapacità di integrare chi vive ai margini della società; e c’è una questione più generale, che investe il modo con il quale trattare le minoranze culturali ed etniche in una società liberaldemocratica. Una domanda su quali politiche siano da mettere in atto e dove esse debbano situarsi, nell’ampio spettro che va dall’estremo dell’assimilazione più o meno forzosa di tutte le diversità culturali in un’unica identità nazionale e statale, fino all’altro estremo del più completo separatismo, che per il rispetto più scrupoloso delle differenze rinuncia a qualunque forma di integrazione. Nel discorso pronunciato qualche giorno fa a Monaco, il primo ministro inglese Cameron ha detto senza mezzi termini che il multiculturalismo, nella misura in cui ha significato l’adozione di una benigna noncuranza nei confronti delle culture minoritarie, e per quanto ha così consentito che queste si organizzassero come entità separate le une dalle altre e separate anche dalla cultura mainstream, beh: questo multiculturalismo ha fallito. Fallisce negli odii che divampano in una moschea ma anche nell’abbandono in cui versa una baraccopoli. E se esso è figlio di un fiacco atteggiamento liberale, secondo il quale non tocca allo stato porsi compiti positivi di integrazione degli individui entro la comunità statale, beh: questo atteggiamento va rivisto, e al suo posto occorre un liberalismo di ben altra tempra, un liberalismo “muscolare” invece di una “tolleranza passiva”, che per esempio metta fine al controsenso per cui agli europei si richiede di non urtare mai la suscettibilità di chicchessia, secondo i dettami della più impeccabile political correctness, mentre è consentito a qualunque imam infiammare le moschee con sermoni che di politicamente corretto non hanno nulla. O a qualche capo, in un campo nomadi, di tenere i bambini lontano dalla scuola.
Questione delicata, come ogni questione che tocca principi e diritti fondamentali, e sembra violare la sfera delle libertà personali. Ma di fronte a fatti come quelli del rogo di Tor Fiscale a Roma viene da domandarsi se un approccio più deciso non sia necessario non solo per fronteggiare la minaccia terroristica che preoccupa Cameron, ma anche per affrontare la marginalità sociale dei rom senza darsi l’alibi di comodo del rispetto della diversità culturale.
Niente scuse, insomma. Poi però si torna alle parole di Husserl, alla sua fede tutta razionale nella civiltà europea, e non si può non raccomandare allerta, per tutte le volte in cui si invocano identità più forti, contro la stanchezza spirituale e i sintomi di dissoluzione. Husserl, della cui probità intellettuale nessuno ha mai dubitato, della cui appassionata tensione morale non ha senso discutere, e che, di origine ebraica, terminerà i suoi giorni, nel ’38, piantonato dalle SS, Husserl riteneva però che “in un senso spirituale non rientrano nell’Europa gli esquimesi e gli indiani che ci vengono mostrati nei baracconi delle fiere, o gli zingari vagabondi per l’Europa”. Eccoli di nuovo gli zingari: vagano per l’Europa, estranei alla sua “forma spirituale”, per avviarsi di lì a qualche anno verso il più grande rogo che mai uomini abbiano appiccato. È vero: il multiculturalismo che lascia i rom nelle baraccopoli non potrà mai funzionare. Una politica che non sappia imporre qualche obbligo in direzione di una maggiore integrazione ha puramente e semplicemente abdicato al suo compito, ma non dimentichiamo che, purtroppo, spirito ha sempre voluto dire anche fuoco, fiamme, e che resta nostro dovere accogliere. Non relegare ma neanche eliminare.
(Il Mattino)

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