Perché il Paese va all'indietro di vent'anni

La sequenza di insulti in Parlamento e lancio di monetine in piazza, gesti ingiuriosi fra i banchi dell’aula e spintoni dinanzi a Montecitorio, non può lasciare indifferenti. Non si tratta solo richiamare tutti al senso dello Stato o al decoro delle istituzioni, al rispetto per gli avversari politici o ai doveri connessi alla funzione, benché, si trattasse anche solo di questo, non dispiacerebbe che ci venisse risparmiata qualche sceneggiata di troppo, che avvilisce anzitutto chi se ne rende protagonista. È vero peraltro che di parapiglia in Parlamento ce ne sono sempre stati, così tanti che s’è potuto scrivere un libro sui tumulti in aula e le sospensioni di seduta, libro in cui sfilano tutti o quasi i personaggi della prima Repubblica, e in cui non sfigurano nemmeno quelli della seconda. Non c’è stato, anzi, passaggio importante della nostra vita politica e parlamentare che non abbia conosciuto il risvolto del dileggio e della rissa: dall’adesione alla Nato al dibattito sulla legge truffa, da Tangentopoli alla caduta del secondo governo Prodi, in Parlamento è volato di tutti: improperi e ceffoni, faldoni e pezzi d’argenteria, penne e fette di mortadella.
Proprio per questo, però, non si può non chiedere se non ci si trovi anche in questo caso dinanzi a un passaggio del genere. In tutta onestà, si fa fatica a non rispondere che è così. E siccome la prima repubblica è tramontata sotto il lancio delle monetine a Craxi, dinanzi all’Hotel Rafael, viene naturale chiedersi se la parabola della seconda non si stia chiudendo qui, con le monetine al ministro Ignazio La Russa.
In realtà, qualche differenza c’è. E non solo per la diversa statura dei personaggi. Il fatto è che vent’anni fa il sistema politico italiano non era solo travolto dagli scandali e sotto attacco da parte della magistratura: era anche avviato al tramonto, essendo esaurita la funzione di fedeltà al legame atlantico che aveva svolto fino alla caduta del muro di Berlino, in chiave anticomunista. Dopo l’89, il quadro politico internazionale si era bruscamente messo in moto, e sotto le macerie del muro non potevano non finire partiti improvvisamente invecchiati, ai quali non c’era più ragione di perdonare nulla.
Oggi la politica della seconda Repubblica non discende in via diretta dalla collocazione internazionale del Paese. Non c’è alle spalle un evento di analoga portata che imponga irresistibilmente un mutamento di assetto politico. E tuttavia sembra vero anche oggi che si è appannata, fin quasi a svuotarsi, la funzione che le forze di governo si assegnano. Fior di commentatori  si affannano a cercare tracce di questo disegno di più ampio respiro nelle proposte di riforma avanzate nel corso di questi anni, senza però riuscirci per davvero: modernizzare il Paese, liberalizzare il Paese, svecchiare il Paese, sburocratizzare il Paese, al dunque (cioè sotto elezioni o sotto processo) Berlusconi torna sempre alla vecchia idea che c’è da battere i comunisti, il che rende addirittura caricaturale l’intera vicenda politica degli ultimi vent’anni: come se davvero si fosse ancora al punto di partenza.
E invece siamo a un punto d’arrivo. L’età di Berlusconi, la rottura con Fini e la perdita di smalto del Pdl, le continue fibrillazioni nella maggioranza, le incerte prospettive dell’economia, l’assenza di prospettive chiare: siamo a un punto d’arrivo. Che a segnalarlo siano le monetine di Montecitorio non è però un buon segnale. Non lo è o non lo dovrebbe essere per una maggioranza che tenesse al significato politico del proprio ruolo, e che dovrebbe per questo proporsi in un’interpretazione dei propri compiti consona e adeguata alle sue responsabilità. Ma non lo è neppure per l’opposizione, che farebbe bene a non certificare la propria impotenza con sterili trovate aventiniane, e meglio ancora farebbe a ricordarsi di com’è andata quella prima volta. Dopo i lanci, le istruttorie e i processi, le dirette dai tribunali e i cappi in parlamento, il ciclo della grande indignazione non gettò nel fango solo una classe politica, ma anche i partiti e le istituzioni. Non si poté perciò non ricominciare da un’altra parte. E da quell’altra parte, dalla parte dell’antipolitica, altri non c’era che un ruggente Silvio Berlusconi. L’impressione è che, per svolgere quel ruolo, fra blitz lampedusani e gite sul predellino, Berlusconi ci sia ancora.  Le monetine che gli spianarono la strada non saranno così quelle che gliela chiuderanno. tito democratico, berlusconi, seconda repubblica, parlamento

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2 risposte a “Perché il Paese va all'indietro di vent'anni

  1. utente anonimo

    orrendo

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