Come ti recensisco il segretario

Un partito riformista. Un partito del lavoro e dell’uguaglianza. Un partito di stampo europeo. E soprattutto un partito della Costituzione: sono le quattro espressioni chiave su cui Bersani intende costruire il partito democratico del XXI secolo. Quattro più una, in verità: affidata alla parola partito, visto che solo il Pd, fra le forze politiche italiane, la mantiene nel suo nome, rivendicando il suo carattere di partito (non di lega, di movimento o di popolo) come un punto di forza e non di debolezza: i circoli, le feste, gli iscritti, gli organismi dirigenti – tutto, dice Bersani, giova alla «ditta». Nel libro-intervista, a cura di Miguel Gotor e Claudio Sardo, che esce oggi, Per una buona ragione (Laterza, pagg. 201, euro 12), le quattro parole (più una) ricorrono e sono argomentate in lungo e in largo. A volte non abbastanza a lungo, a volte – poche volte – un po’ troppo alla larga: abbastanza, comunque, per farsi spazio sugli scaffali delle librerie tra l’autobiografia di Renzi e il manifesto di Civati. Ai due il libro di Bersani dedica solo un paio di passaggi veloci e un po’ infastiditi: «sono sempre stato assai critico con i cultori del nuovo», l’immagine della rottamazione è un’immagine «ostile». Può bastare. Ben altra attenzione è riservata invece all’incontro con la cultura cattolica democratica e liberale, in cui ci si imbatte in tutti i passaggi decisivi del libro: quando si tratta di declinare i temi della laicità o di rivendicare l’eredità positiva della prima Repubblica; quando si prova a formulare i contorni di un nuovo umanesimo o quando ne va dei limiti della politica e del suo rapporto con la società civile: tanto che si potrebbe pensare che ad uscirne un po’ ridimensionata è proprio la famiglia di appartenenza del «comunista emiliano», che stira e allunga la sua storia, all’indietro e in avanti, dal socialismo delle origini ottocentesche fino all’ulivismo dell’ultimo decennio del XX secolo, con in mezzo, come un capitolo tra gli altri, il Pci, la cui cultura storicista Bersani dichiara di non avere mai amato troppo. I temi però ci sono tutti, e sono ben ragionati: l’ambiente, la scuola, le riforme costituzionali, un nuovo fisco, un piano europeo per il lavoro – forse il terreno sul quale risulta più convincente e più incisiva la proposta di Bersani, a cui riesce anche l’intento di non apparire soltanto il pragmatico amministratore rosso, ma anche il portatore sano di una coerente visione del futuro. E non manca neppure la proposta politica. Sta in fondo, alla fine del libro. Come se, per coglierla appieno, bisognasse accettare di dedicare all’intervista tutta la pazienza che una lettura attenta richiede: ed è l’idea di unire le forze dell’opposizione in una prospettiva di ricostruzione nazionale, che metta fine al decennio populista di Berlusconi. La proposta sta tutta nella subordinata: e se anche il Terzo Polo di Casini e Fini, che è ancora in cantiere, non ci stesse ad allearsi fin dalle elezioni, il Pd non si stancherebbe di proporne la necessità anche dopo, in vista del governo del paese. Chissà. La scommessa di questa proposta, a ben vedere, non sta tanto nel testo, ma nel contesto: se davvero assistiamo – come asserisce Bersani – «a un movimento di ritorno di un pendolo» per cui è tornato il tempo «del circolo, della festa, della vita di associazione», di nuove forme di partecipazione democratica, Bersani potrà dire di avere avuto una buona ragione. Diversamente, populismo e leaderismo resteranno gli unici rintocchi della politica italiana. E forse gli presenteranno il conto anche nel partito.
(Il Mattino)

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