Napoli immobile muta solo l'abito

“La napoletanità: quell’impasto sociale in cui ogni differenza di ceto e di senso, anche se enorme, diventa secondaria di fronte alla più forte omogeneità antropologica”. La definizione è di Raffaele La Capria, e non si potrebbe dir meglio. Non si potrebbe scegliere introduzione migliore allo scenario che sembra delinearsi con le prossime elezioni.
Napoli viene da un lungo ciclo di amministrazioni di centro-sinistra. Prima Bassolino, poi Iervolino. Ci si aspetta che il voto del 15 maggio sia anche un giudizio su queste esperienze, oltre che sulla credibilità delle prospettive che i diversi schieramenti indicano all’elettorato. Il candidato del centrodestra, Gianni Lettieri, si presenta come l’uomo della discontinuità e del cambiamento. Subito dichiara però che è, sì, del centrodestra, ma che di fronte ai drammatici problemi della città quel che conta non è tanto l’essere di destra o di sinistra, quanto piuttosto “circondarsi di gente capace”. E così incassa senza imbarazzo l’appoggio di fette consistenti del ceto dirigente napoletano fino a ieri collocatosi a sinistra. In che modo però ritenga di garantire discontinuità e maggiore capacità nello sviluppo dell’azione amministrativa, preservando una fitta trama di rapporti, legami, interessenze, non è affatto chiaro. Il rischio di operazioni puramente trasformistiche è reale. Il timore che anche in questa tornata elettorale prevalga quella “forte omogeneità antropologica” che impedisce il prodursi di una svolta effettiva, persino là dove vi sarebbero state tutte le condizioni per farlo, è più che fondato.
Naturalmente, il dubbio investe l’intero spettro delle forze in campo. Questo giornale ha contato la ricandidatura di ben 48 consiglieri su 60 uscenti, una percentuale che dimostra da sola – se così si può dire – la forza del passato. E non aiuta affatto, in queste condizioni, la dichiarazione di irrilevanza circa il senso politico della competizione: il discredito di cui soffrono oggi i partiti è tale per cui si comprende bene che nessun candidato metta in vista la propria appartenenza. Eppure, la politica è o dovrebbe essere il luogo in cui si catalizzano progetti coerenti di trasformazione della città: rinunciarvi dimostra solo mancanza di ambizione, o di coraggio. Il discorso sulla competenza o sulla capacità delle persone è infatti solo l’altra faccia del “tanto sono tutti uguali”: si tratta sempre della stessa medaglia, per giunta di cattivo conio, visto che gli uomini, capaci o incapaci che siano, finiscono spesso con l’essere gli stessi.
Quel che queste vicende insomma restituiscono è l’immagine di una città immobile, che si lascia sfuggire ogni volta la possibilità di un cambiamento reale; di una città ridotta a palcoscenico, che dietro fondali dipinti lascia immutati tutti i problemi che l’assillano da sempre.
Il saggio di La Capria su Napoli si apriva con parole prese a prestito da Le città invisibili di Calvino. Eccole: “Nessuno sa meglio di te, saggio Kublai, che non si deve mai confondere la città col discorso che la descrive”. In confusioni del genere è facile incorrere, quando si tratta di Napoli. La tesi di La Capria era questa, infatti: da quando Napoli ha smesso di essere capitale ed è uscita dalla storia, si è inventata la napoletanità, la sua croce e la sua delizia, il luogo immobile e fittizio in cui recita se stessa, e che quindi è da contarsi non come un ‘di più’, ma come un ‘di meno’: qualcosa che fa da insuperabile ostruzione alla mobilità sociale, al cambiamento, alla modernità.
Forse il dramma di Napoli sta proprio in ciò, che il bilancio della sua storia si è così imbrogliato, che sono le stesse voci in attivo a dover essere ormai rubricate in passivo. Forse, il giorno in cui si potrà tirare una bella linea dritta e non ambigua tra le une voci e le altre, Napoli sarà più vicina al modo in cui una città moderna ed europea sa fare i suoi conti.
Oppure si può sempre pensare, con Pasolini, che la città si rifiuta di premiare chiunque provi a muovere qualche passo in direzione della modernità, perché nella modernità non vuole affatto entrarci. E politica e società civile non fanno che adeguarvisi. È bene però ricordarsi, ad ogni appuntamento mancato con la storia, ad ogni cumulo di immondizia che si incontra per strada, qual è di questo rifiuto l’amaro risvolto.
(Il Mattino)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...