Il sistema dei bisogni

Io ho sempre nutrito grandissima simpatia per Ivan Illich. A me piace la capacità di pensare controcorrente, a patto che sia ben chiaro che non è al pensatore controcorrente che si può chiedere di guidare la corrente. Però ci vuole. Però serve. Però ti aiuta a vedere cose che altrimenti non vedresti.  Però siccome noi siamo naturalmente moderni e favorevoli al progresso, qualcuno che ci metta sull’avviso, qualcuno che per esempio veda minacce e pericoli prima del tempo ci fa un gran bene.

Illich era uno di questi. Illich era per esempio preoccupato della gestione standardizzata dei bisogni umani. Dove sia il confine fra “gestione standardizzata”, e “gestione controllata (da altri)” dei miei bisogni non è facile a dirsi: si può pensare infatti che la prima sia solo un mezzo della seconda, e che i miei bisogni li si può controllare persino meglio se si riesce a offrirne una gestione personalizzata: dal marketing alla Rete, sembra che ci si muova in questa direzione.

Ad ogni modo, Illich vedeva profilarsi un profilo di conformismo e uniformismo che giustamente lo preoccupava. Faceva qualche esempio:

“L’interruttore accanto alla porta ha preso il posto dei tanti modi in cui si presentavano in precedenza fuochi, candele e lanterne. In dieci anni gli utenti schiacciabottoni sono triplicati. Sciacquone e carta igienica sono diventati condizioni fondamentali per liberarsi dai vasi da notte”.

Ecco. Di fronte all’esempio io mi sono fermato. Io non sono un patito dei vasi da notte: non mi preoccupa eccessivamente la loro scomparsa. E non mi è chiaro perché invece Illich se ne preoccupasse. D’altra parte, i vasi di una volta cos’erano? Uscivano dalle mani di raffinati designer? Non credo. Oppure: a causa di sciacquone e carta igienica siamo oggi più schiavi dei nostri bisogni (ehm)? Non mi pare. Abbiamo perduto la capacità di far la pipì ai bordi dell’autostrada, se proprio ci scappa e l’autogrill è troppo lontano? Posso portare numerosi controesempi.

Qualcosa, dunque, non torna. D’altra parte, oggi è in commercio anche la carta igienica colorata, quella doppio velo, quella triplo velo (!), quella morbida e quella ruvida (ognuno ha i suoi gusti). C’è persino quella profumata. In che senso “la standardizzazione dell’atto umano” si diffonda nel passaggio dal vaso da notte allo sciacquone, dunque, mi sfugge.

E criticare questo modello perché “riflette la credenza che attività utili nelle quali ci si possa esprimere e soddisfare i propri bisogni, possano essere sostituite indefinitamente da beni e servizi standardizzati” mi sembra, sia consentito dirlo, una vera stupidaggine. Togliete sciacquone e carta igienica, ma togliete pure il vaso da notte: siete sicuri che vi sentireste finalmente liberi di sbizzarrirvi?

Da dove trae Illich la convinzione che i bisogni elementari, lasciati a se stessi, sottratti cioè alla loro gestione industriale, si svilupperebbero in un florilegio di possibilità che tecnica e industria moderne comprimono invece, e standardizzano?

E sono pronto a scommetterci: il ghiribizzo di farla dove più ci pare è nata insieme con tazze, sciaquoni e altre trovate moderne, per amore di trasgressione, non prima.

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