Odio per l’Europa e il multiculturale

Pianificare una guerra civile europea in tre fasi, di qui al 2083, non è da tutti. Farlo per oltre 1500 pagine, con una meticolosità assoluta, curando ogni possibile aspetto di una crociata di cui lui, Anders Behring Breivik, il giustiziere dell’isola di Utoya, si sentiva responsabile, dimostra una forma di delirio davvero estrema. Solo uno stato mentale paranoide può spiegare come sia possibile mettere tanta precisione, tanta accuratezza in tutti i particolari di un disegno vastissimo, che spazia dalla geopolitica all’alimentazione, dall’analisi ideologica al programma di allenamento, dalla storia della cristianità alla biografia personale, dallo studio dei fenomeni migratori alla preparazione dell’attentato terroristico, di cui forse non si era mai vista cronaca così accurata. I «Demoni» di Dostoevskij, al confronto, sono solo cinque poveri dilettanti con vaghe velleità in testa. Ma non hanno nulla, neppure l’ideologo Sigalev ha nulla della metodica e spietata diligenza di Breivik. E poi cinque sono troppi: se c’è una cosa che Breivik aveva chiara, è che una cellula ha da essere formata da uno o due Cavalieri al massimo. Abbia o no agito da solo, certo è che l’autore della carneficina da solo si è preparato: militarmente, psicologicamente, fisicamente.

Detto però della allucinante ma lucidissima follia di Breivik, resta da gettare un colpo di sonda in un ordine di idee che vanta una sua impressionante coerenza, e che purtroppo non è neppure del tutto fuori del dibattito pubblico europeo. Anders Behring Breivik si definisce un conservatore sul piano politico e culturale: non un razzista o un neonazista  (“se c’è un uomo del passato tedesco che odio è Hitler”). Il suo conservatorismo ha tratti accentuatamente nazionalistici e una verniciatura religiosa, ma quanto a quest’ultima, non è veramente in primo piano: la religione, sia nel senso della fede personale che della dottrina teologica, c’entra poco, e le stesse confessioni cristiane sono accusate di essere così corrose da elementi liberali, da dover essere anche loro riformate, in un futuro prossimo.

Il vero nemico, la vera ossessione di Breivik è il multiculturalismo, responsabile a suo dire del suicidio demografico e culturale dell’Europa. Il multiculturalismo è, ai suoi occhi, tutto meno che tolleranza verso l’altro, rispetto reciproco, osservanza di diritti fondamentali: tutti questi non sono che altrettanti cavalli di Troia grazie ai quali l’Islam può infiltrarsi in Occidente, e minare le basi tradizionali delle culture nazionali.

L’indottrinamento multiculturalista procede in molti modi: nascosto sotto la maschera della political correctness e in combinazione con socialismo e comunismo, anzitutto, ma anche sotto il travestimento liberale, o in combutta con il femminismo e l’ambientalismo, o infine a braccetto con il capitalismo globalista e internazionalista. Quando deve semplificare  i termini del confronto, Breivik dice infatti: la lotta non è più fra capitalismo e socialismo, ma fra nazionalismo e internazionalismo.

Non è una miscela nuova, ciò non toglie che può farsi nuovamente esplosiva. Anche perché i nemici ideologici della destra estrema ci sono tutti: la femminilizzazione della società, il permissivismo sessuale, la crisi dell’autorità paterna, e così via. Ma c’è una cosa che colpisce più di ogni altra. Ed è l’inflessibile determinazione con la quale è indicato il vero nemico politico. Certo è l’Islam, certo è il marxismo culturale e tutti gli imbelli pacifisti. Ma è soprattutto l’Unione Europea. L’Unione Europea è il più grande tradimento della vera Europa Cristiana in cui Breivik crede. Non a caso, il cuore del Memoriale sta nella solenne Dichiarazione Europea di Indipendenza. E la Dichiarazione non è che la richiesta pura e semplice di smantellare l’Unione, arrestare le ondate migratorie, respingere il multiculturalismo e soprattutto tornare a confini nazionali e tassazioni nazionali.

Ecco: si leggono queste parole, si respira l’odio politico profondo verso leader e classi dirigenti europee, e si torna a guardare con affetto la bandiera dell’Unione, le sue tante stelle. Che sono lì per far luce sulle passioni più feroci e violente che si agitano ancora nel fondo melmoso della nostra storia.

Non riemergeranno. Ma la complessa architettura giuridica europea, certo ancora debole e precaria, ancora priva della necessaria energia e intensità politica, riceve dalla distanza che riesce a mantenere da quelle forze oscure la sua più limpida legittimazione. E ci offre il dono prezioso dei principi e delle parole più belle: quelle del diritto, della legge, della pace, della ragione.

(Il Mattino, 25 luglio 2011)

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