L’impalcatura tecnologica del mondo

«Ceci tuera cela»: questo ucciderà quello, il libro ucciderà l’edificio, e le parole assassineranno le immagini. È la profezia che Victor Hugo metteva in bocca all’arcidiacono Frollo, in Notre-Dame de Paris, prestandogli due significati: «In primo luogo era un pensiero da prete», scriveva il romanziere, schierandosi dalla parte dell’umanità emancipata grazie alla parola scritta, era «il segno che una potenza nuova stava per succedere a un’altra potenza. Voleva dire: La stampa ucciderà la chiesa». Ma in secondo luogo voleva dire un’altra cosa, non meno inquietante, e su cui anzi Hugo si soffermava molto di più, essendo il suo valore di progresso assai meno ovvio: la stampa ucciderà l’architettura, «alle lettere di pietra di Orfeo succederanno le lettere di piombo di Gutenberg». Non è accaduta per ora né una cosa né l’altra. Quasi duecento anni dopo, la Chiesa è lì; il cupolone di San Pietro pure. Si prega e si costruisce ancora, anche se in forme diverse da un tempo: c’è persino una cyber-teologia e una virtual architecture. E però quella profezia è risuonata di nuovo, nel corso del ‘900, per opera di un grande pensatore irregolare, strana specie di cattolico ludens, Marshall McLuhan. Umberto Eco, che con il massmediologo canadese non è mai stato indulgente, ne riassumeva così il pensiero: adesso tocca al libro, e ad ucciderlo sarà la discoteca, una nuova civiltà del suono e dell’immagine. O anche: una tecnologia fredda, distaccata e razionale come l’alfabeto sarà uccisa da nuove tecnologie calde, più coinvolgenti e immediate. Pensatore brillante, McLuhan amava presentare le proprie tesi epocali mediante paragoni irriverenti: «come estensione dell’uomo, la poltrona è un’ablazione specialistica del posteriore, una specie di ablativo assoluto del sedere, mentre il divanetto, per così dire, estende l’essere nella sua totalità». Fredda l’una caldo l’altro, la poltrona e il divanetto starebbero cioè fra di loro nello stesso rapporto della stampa rispetto all’elettricità – o anche della calza di seta a rete rispetto al più esplicito collant in nylon. Facile dunque classificare come provocazioni anche parole divenute slogan: il mezzo è il messaggio, diceva per esempio McLuhan. E d’accordo. Ma non sarà la stessa cosa se in Tv passa Emilio Fede o Enzo Biagi! Eco obiettava dunque: tutta questa attenzione per il canale di trasmissione, per il mezzo di comunicazione è sproporzionata; è come dire che la forma dei nostri pensieri dipende dalla forma della nostra seduta (per non dir peggio). Quel che davvero conta, invece, è formare un destinatario critico, vigile, capace di decrittare i messaggi e di non lasciarsene dominare. Già: ma come lo formi, con quali mezzi? Il problema si ripresenta, anche se è probabile che un buon sistema resta pur sempre quello di alzarsi dalla poltrona e prendere qualche distanza dallo schermo. Il problema, infatti, è proprio la distanza. È certamente vero, come accusava Eco, che i mutamenti tecnologici non avvengono nella forma del «questo uccide quello». Tant’è che sul nostro pc passano tutt’oggi più parole che immagini. La stampa insomma resta (come restano le biciclette nonostante le automobili), anche se muta forma e destinazione. Preoccupati però di criticare l’arrogante radicalità della tesi – non si tratta di uccisione, né di sostituzione – finiamo col sorvolare sulle parole più importanti, i dimostrativi: «ceci» e «cela», «questo» e «quello». Dimentichiamo cioè che se la stampa diventa «questo», se il libro sta sullo scaffale e il giornale in edicola, allora la cattedrale diventa «quella», si allontana e deve lottare per non finire sullo sfondo del nostro paesaggio culturale. Il punto è cioè capire cosa si sta allontanando e cosa avvicinando. E in verità ad avvicinarsi è il mondo intero, divenuto ormai (altra formula famosissima) un «villaggio globale». A Umberto Eco pareva che, di nuovo, McLuhan avesse torto. Altro che villaggio globale, oggi trionferebbe la solitudine. Ma il problema non è se siamo più soli o meno soli di prima, bensì se i processi di globalizzazione non si presentino davvero nella forma di un ossimoro: globale dice infatti il vasto mondo, mentre villaggio dice la sua ri-tribalizzazione. Certo, McLuhan intendeva proprio suggerire che i nuovi «media elettrici» aboliscono lo spazio e il tempo in un abbraccio che intontisce e spaventa. Ma – è da chiedersi – non è ancora utile la sua riflessione, a cent’anni dalla nascita, per suggerire che i processi di globalizzazione non sono a senso unico, che alcune cose si avvicinano e altre si allontanano, alcune distanze si ampliano altre si raccorciano, e che dunque mentre nuove consapevolezze e nuove cittadinanze vengono educate anche grazie alla televisione e alla rete, nuove paure si formano e nuove comunità rischiano, per contraccolpo, di chiudersi? Forse sì, e domandarsi allora come viene su, attraverso quali infrastrutture tecnologiche, l’impalcatura del mondo, non sarà solo una gustosa provocazione intellettuale.

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Una risposta a “L’impalcatura tecnologica del mondo

  1. Goffredo Aprea

    tanto è vero che leggendo questo link sono rimasto sbigottito:
    http://www.youcandid.com/video/df3a01e728970a6d9a0ae48734cd2561/

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